La presentazione del volume “Fedora scrive”, tenutasi a Marradi a un anno e mezzo dalla scomparsa di Fedora Anforti, è stata l’occasione per ripercorrere la figura di un’insegnante e intellettuale profondamente radicata nella comunità. Attraverso le sue parole, i ricordi degli ex alunni e la partecipazione trasversale del pubblico, è emersa una memoria viva, capace di restituire il valore della scuola come luogo di relazioni, cultura e coscienza civile
Leggere la realtà nella sua interezza
“Per sognare non bisogna chiudere gli occhi, bisogna leggere” (Michel Foucault). La lettura è lo spazio che la memoria di Fedora Anforti, ad un anno e mezzo dalla prematura morte, ci consegna: leggere la realtà nella sua interezza, senza sterile spirito di parte, con dedizione, intelligenza, temperanza e passione.
Gli articoli e il libro “Fedora scrive”
Lo testimonia la vastità degli interessi che traspare dai suoi molti articoli pubblicati settimanalmente, a partire dal 2023, sulle pagine marradesi de “il Piccolo” e “Il Filo del Mugello“. Gli scritti sono stati raccolti nel volume dal titolo eloquente: “Fedora scrive“, a cura di Luigi e Rita Neri, che è stato presentato domenica 25 gennaio presso il Centro studi campaniani “E. Consolini” di Marradi, in una sala gremita di amici, concittadini, colleghi, compagne di scuola, e naturalmente ex alunni, nel solco della ricca e peculiare tradizione culturale tosco-romagnola.

Tra gli ex alunni anche quelli del suo ultimo ciclo di insegnamento, ormai preadolescenti, commossi più di tutti: espressione reale ed ideale, icona della comunità e dell’istituzione scolastica. E questo anche fisicamente, nella postura: li abbiamo visti infatti sedere composti, vicini alla loro attuale vicepreside e insegnante di lingua inglese, nella scuola secondaria di primo grado di Marradi. Li abbiamo contemplati seduti a terra assorti, al centro: rapiti come se tutto il resto non importasse, centrati, discenti, con gli occhi fissi al ricordo della maestra, anzi, proprio lei stessa; scritto con la loro calligrafia nel foglio protocollo che rappresenta la scuola secondaria. Gelosamente tenuto tra le mani, se non quasi osteso, seppur un poco gualcito, perché chissà quante volte letto e riletto, quasi fosse ancora il quaderno del compito, da consegnare alla maestra assieme ai loro sogni, le loro attese, le loro speranze.
I ragazzi e la presenza viva della maestra
Innanzi a tutti come per un esame, e di fronte al tavolo dei relatori, trasfigurato nella cattedra della maestra, che ancora a loro parla; e su di loro si china, come deve aver fatto tante e tantissime, infinite volte Fedora, la cui memoria questi ragazzi hanno reso plasticamente palpabile.
La memoria non è la dimensione dell’assenza ma della presenza: non una presenza amputata, diminuita; è una presenza imperfetta ma arricchita e benedetta, dal riconoscere più in profondità, oltre le apparenze, così come una certezza interrogativa non è una incertezza. E così è stata presente Fedora quella sera, tra i suoi ragazzi, secondo il suo stile: forza e leggerezza allo stesso tempo.
All’Istituto magistrale Santa Chiara riconobbero subito Fedora come la studentessa più alta. Fedora era alta di statura ma lo era soprattutto intellettualmente e moralmente, come le sue amiche e compagne di classe faentine, forse per prime, dopo l’infanzia trascorsa a Marradi, hanno riconosciuto nell’adolescenza, quel periodo unico e irripetibile della vita, in cui la personalità prende forma.

Una vita spesa nella scuola
Fedora ha speso la sua esistenza nella scuola, a chinarsi sui bambini, che sono per definizione i piccoli di ogni società, al di là e prima di ogni emergenza educativa: il chinarsi per Fedora è stato un orientamento costante del vivere, una postura sia interiore che esteriore, e la scuola l’unità di misura, la scala graduata, se non il righello di questa disposizione, di questo movimento disinteressato e imparziale, al quale è riconducibile tanta sua dialettica nelle relazioni umane, che la connotazione trasversale del pubblico alla presentazione dei suoi scritti, ha testimoniato.
Erano infatti presenti i crespinesi, così come i marradesi e i lutiranesi; i parrocchiani di Cardeto come i rappresentanti delle associazioni quali la Fidapa, la cooperativa Comes, e la comunità di Sasso, della scuola.
Una scuola innervata nella società
Quei suoi alunni presenti in prima fila, ormai a tre anni dalla conclusione del suo ultimo ciclo scolastico, dicono innanzitutto di una scuola innervata nella società, capace di stabilire relazioni significative e durature tra istituzioni e famiglie, in un’epoca caratterizzata dalla fluidità dei rapporti. Ed è quanto possono testimoniare le altre generazioni marradesi di questi ultimi quarant’anni, che dalla memoria di Fedora sono costituiti, edificati, in quel percorso di attribuzione di senso che la vita, per tutti rappresenta: non solo istruzione, nozioni, ma conoscenza, cultura.
Fedora declinava questi valori nella spontaneità della vita di paese, nelle amicizie, nelle frequentazioni: con una visita, una telefonata, una chiacchierata a casa, dove parlava serenamente del più e del meno, senza fretta, anche quando era oberata; dove soprattutto ascoltava, raccontava, chiedeva e si informava.
L’arte dell’ascolto nella vita quotidiana
Quanto tempo Fedora ha dedicato allo studio, alla preparazione, anche in funzione della scrittura, così come i suoi tanti e svariati articoli confermano, ma quante ore ha passato semplicemente ad ascoltare le persone, a dare loro la possibilità di raccontarsi ed esprimersi con calma: una virtù rara; la sua presenza rendeva innanzitutto concreto e possibile questo. La commozione dei suoi alunni, non nel contesto dell’emozione immediata data dal distacco, né tantomeno nel sentimentalismo del ricordo senile ma nel dipanarsi ordinario del tempo, a tre anni dalla fine del rapporto scolastico diretto e attivo, in una società fluida, è forse la controprova, l’eco di una coscienza, nella quale le parole ascoltate a scuola sono risuonate in profondità: hanno fatto vibrare il mondo interiore e in esso si sono radicate, impresse. Sono state oggetto di lettura: a loro volta hanno interpretato e messo in relazione la famiglia, la società, e ora sono quindi verità, sono rivestite di un senso compiuto.
Investire in cultura vuol dire investire nella comunità
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla cerimonia d’inaugurazione de “L’Aquila, capitale italiana della cultura 2026”, il 17 gennaio scorso, ha dichiarato: “[…]La cultura è strumento principe di convivenza, di dialogo, di impegno di ricerca comune e dunque di pace. La nostra responsabilità è consentirle di svilupparsi, di farsi strada, di seminare e lasciare tracce. Investire in cultura vuol dire investire nella comunità, nello sviluppo della coscienza civile. Vuol dire investire in democrazia. Va ricordato un verso di Ovidio, uomo di queste terre, poeta che ha lasciato un’impronta incancellabile nell’età classica: “Spes tenet in tempus, semel est si credita, longum”. Una speranza, se le si presta fede per una volta, dura per lungo tempo.”
La scuola come luogo dove si costruiscono relazioni positive
La scuola deve tornare ad essere il luogo in cui ha valore il rispetto dell’altro, dove si costruiscono relazioni positive, il luogo in cui l’incontro nasce dal confronto costruttivo, dove si pratica la solidarietà e si imparano a riconoscere l’importanza e il valore delle conoscenze e delle competenze, acquisite attraverso l’esercizio del pensiero critico e della logica, il posto in cui si cresce nel rispetto di quel sistema di valori che fa di una società un luogo sano in cui vivere come cittadini, tutte quelle buone pratiche che, ormai, sembrano appartenere a un passato remoto, ma che la memoria di Fedora Anforti, a ben vedere ci consegna.
Gianluca Massari
(Il libro “Fedora scrive”, è disponibile presso le tabaccherie ed edicole di Marradi.)














