Alice Biserna ha 40 anni, un passato da infermiera in ambito ospedaliero e oggi una laurea in psicologia. Da quattro anni lavora insieme alla sua cagnolina Bru, una meticcia di sette anni e mezzo adottata dal canile, in percorsi di interventi assistiti con gli animali a scopo educativo e di supporto terapeutico. Un’attività strutturata, fondata su basi scientifiche e linee guida precise, che va ben oltre l’idea di una semplice pet therapy. Di recente Alice e Bru hanno concluso un percorso al centro diurno Caritas “La Tenda”, ospitato in alcuni locali dell’ex convento domenicano di Faenza, oggi di proprietà della parrocchia di San Domenico. Il progetto è rivolto a persone in condizioni di povertà estrema: senza fissa dimora, disoccupati, immigrati, richiedenti asilo, anziani soli. La mancanza di reti relazionali, sommata alla precarietà economica, amplifica il disagio sociale. Le abbiamo chiesto di raccontare il suo percorso e le esperienze maturate sul territorio.
Intervista ad Alice Biserna
Dottoressa Biserna, come nasce il suo percorso?
Ho lavorato per diversi anni come infermiera in ospedale, in Hospice e in reparti ospedalieri per tossicodipendenti. Lì mi sono accorta che, oltre alla cura fisica, era fondamentale la relazione. Ho sentito il bisogno di approfondire il mondo delle emozioni. Così ho intrapreso il percorso di psicologia. Parallelamente ho iniziato la formazione negli interventi assistiti con gli animali, diventando coadiutore del cane. Un percorso lungo quasi quattro anni, con valutazioni specifiche anche sul binomio operatore-cane, supervisione veterinaria e aggiornamento continuo.
Ci racconta di Bru?
E’ una meticcia, il suo nome completo è Brunda ma tutti la chiamano Bru. È stata trovata abbandonata in una scatola, poi adottata e riportata in canile. Io sono la sua seconda adozione. Quando ho deciso di lavorare con lei, mi dicevano che un cane di canile è problematico. In realtà la sua storia è diventata una forza: tante persone si riconoscono in quell’etichetta che spesso viene data senza conoscere davvero. Oggi Bru ha sette anni e mezzo ed è parte attiva dei progetti. Da cagnolina timorosa è diventata curiosa e desiderosa di relazione. È lei stessa a far capire quando è pronta e quando ha bisogno di pausa.
Come funzionano gli interventi?
Gli incontri prevedono momenti strutturati, esercizi guidati e spazi di rielaborazione. Non si tratta solo di far accarezzare il cane. Lavoriamo su postura, comunicazione non verbale, emozioni, interpretazioni. Chiedo sempre: come reagiremmo se qualcuno ci toccasse senza avvisare? Da qui partiamo per capire il rispetto, l’ascolto e la consapevolezza. Il cane diventa uno specchio. Se non mi guarda, mi chiedo: è “colpa” sua o sto comunicando qualcosa che lo mette in difficoltà? È lo stesso meccanismo che spesso attiviamo nelle relazioni umane.
Quali i benefici?
Le persone si aprono. Specie chi è più chiuso o completamente sfiduciato, trova in Bru un mediatore che non giudica. Attraverso gli esercizi emergono racconti personali, ferite, paure. E nasce un senso di appartenenza al gruppo. Quando uno riesce in un’attività, gli altri applaudono: è un riconoscimento che rafforza l’autostima. Gli interventi hanno basi scientifiche, consolidate a livello internazionale e vengono oggi sempre più riconosciuti anche in ambito sanitario.
Ha avuto esperienze con gli anziani?
Certo. Lavoro in centri anziani, anche con persone affette da Alzheimer e Parkinson. Integro la relazione con il cane alla stimolazione cognitiva. Si riattivano ricordi, emozioni, capacità residue. Cambia l’umore, aumenta la partecipazione.
Il progetto con Caritas com’è andato?
Abbiamo iniziato con un incontro solo teorico, parlando di che cosa rappresenta il cane nelle diverse culture. Molti provenivano da Paesi dove il cane è soprattutto guardiano, della casa o del gregge, come avveniva da noi fino al dopoguerra. Nel secondo incontro siamo andate con Bru. Erano una quindicina di persone. All’inizio qualcuno era più timido, anche per via della lingua. Ma con lei il corpo parla: si supera la barriera linguistica. Attraverso piccoli esercizi guidati, quasi tutti si sono messi in gioco. È stato bello vedere nascere un senso di gruppo. Chi riusciva veniva applaudito. Alcuni che parlavano meno sono stati i più partecipi.
Come si tutela il benessere dell’animale?
È fondamentale. Siamo seguite da una veterinaria specializzata in interventi assistiti. Compilo una scheda dopo ogni attività: alimentazione, livello di stress, riposo. Prima e dopo gli incontri Bru ha sempre un momento di svago, e nei giorni successivi riposa. Ho imparato a rispettare le sue attitudini: ad esempio con i bambini si stanca di più, quindi calibro le attività.
Qual è l’insegnamento principale che si riceve?
Gli animali ci insegnano a leggere l’altro senza pregiudizi. È questo, in fondo, il cuore del mio lavoro: aiutare le persone a ritrovare relazione, dignità e fiducia, partendo da uno sguardo condiviso.
Barbara Fichera





















