“Poi dirà a quelli alla sua sinistra: via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato”. Non è dato sapere se Donald Trump abbia mai letto il Vangelo, in particolare queste parole (Matteo 25, 41-45) che descrivono in maniera piuttosto cruenta il giudizio universale e che dovrebbero fargli tremare i polsi, almeno a giudicare dalle sue recenti manifestazioni di interesse per andare in Paradiso. È probabile che il suo vice J.D. Vance, recentemente convertito al cattolicesimo, le conosca. E qui nasce il corto circuito tra l’amministrazione Trump e il Vaticano, che si sta consumando proprio sul tema dell’immigrazione e delle deportazioni, ossia la disponibilità evangelica ad ospitare o rifiutare i forestieri.

Un contrasto doloroso per Vance, anche sul piano personale della fede, ma pericoloso sul piano politico per lo stesso presidente e l’intero Partito repubblicano, considerando che negli ultimi anni l’elettorato religioso è passato in maggioranza dalla loro parte: ad esempio, le analisi dei flussi elettorali segnalano che senza il voto degli elettori evangelici, nel 2024 Trump avrebbe perso in maniera significativa da Kamala Harris.

L’elezione di papa Leone, primo pontefice nato negli Stati Uniti e considerato meno liberal di Francesco, aveva incoraggiato i conservatori, ma sull’immigrazione Prevost non ha fatto sconti. Il 30 settembre scorso Leone aveva dato una significativa tirata di orecchie ai conservatori americani e all’amministrazione Trump sul tema dell’accoglienza e della pena di morte. All’inizio di novembre poi, commentando i raid contro gli immigrati vicino a Chicago, si era lamentato del fatto che fossero privati dell’assistenza religiosa: “Le autorità devono consentire agli operatori pastorali di assistere queste persone nelle loro necessità. Molte volte sono state separate dalle loro famiglie e nessuno sa cosa succede”.

Da questi bisticci dialettici, siamo passati ora a fatti piuttosto concreti. L’11 novembre scorso la Conferenza episcopale americana ha eletto come nuovo presidente Paul Coakley, arcivescovo di Oklahoma City. Vance probabilmente si è rassicurato, perché è un conservatore e consigliere ecclesiastico del Centro studi della California dove nel 2021 il futuro vice presidente era andato a spiegare le ragioni profonde della sua conversione: “Mi piace la Chiesa cattolica semplicemente perché è molto, molto antica”, e quindi si oppone al degrado del mondo moderno.

Subito dopo l’elezione di Coakley la Conferenza episcopale americana ha approvato un documento assai duro contro le deportazioni. David French, editorialista del New York Times e professore ospite di politiche pubbliche alla Lipscomb University, ha dato un’interpretazione insieme storica e teologica di questo contrasto ormai lampante, con un articolo in cui ha scritto: “Poiché il trumpismo è un fenomeno religioso, richiede una risposta religiosa. Ma non può essere una risposta partigiana”, ossia quella degli evangelici che lo sostengono apertamente. Nel suo ragionamento diventa protagonista la Chiesa cattolica, che ha invece le caratteristiche per diventare “la risposta cristiana a Trump e al trumpismo”.

Non potrebbe esserci ironia più grande: mentre Donald Trump sogna il suo paradiso, il mondo scivola ogni giorno verso l’inferno.

Tiziano Conti