Il PAI Po entra nella fase decisiva delle osservazioni, che dureranno novanta giorni. Regione e Autorità di Bacino collaborano con Comuni e cittadini per individuare aree allagabili, realizzare casse di espansione e gestire delocalizzazioni. Sono già stanziati 10 milioni per la progettazione e la Regione anticiperà fondi per la realizzazione. La sottosegretaria Rontini: «Vogliamo ascoltare chi ha sofferto e dare risposte concrete»
Con l’adozione del Progetto di Variante al PAI Po si apre una fase decisiva per la messa in sicurezza idraulica della Romagna, da Ravenna a Forlì-Cesena passando per il territorio faentino. Un passaggio atteso, che dà finalmente un quadro organico degli interventi necessari, ma che ora entra in una fase altrettanto delicata: quella delle osservazioni. Come sottolineato dalla sottosegretaria alla Presidenza della Regione Emilia-Romagna, Manuela Rontini, si tratta di novanta giorni di tempo durante i quali enti, amministrazioni e cittadini potranno proporre modifiche e integrazioni al Piano, che individua nuove aree allagabili, prevede la realizzazione di casse di espansione e inserisce anche il tema delle delocalizzazioni in una pianificazione strutturale. Un percorso che richiederà risorse ingenti, a partire dai 10 milioni di euro già stanziati dalla Regione per la progettazione, e che dovrà necessariamente svilupparsi in stretto dialogo con i territori.

Intervista alla sottosegretaria Manuela Rontini
Sottosegretaria Rontini, il Progetto di Variante al PAI Po è stato adottato: quali sono ora i prossimi passaggi e con quali tempi si arriverà alla piena operatività del piano per tutta la Romagna?
«Adesso è iniziato il periodo dedicato alle osservazioni al Piano: 90 giorni, in cui tutti gli stakeholder potranno proporre integrazioni e modifiche. Lo faremo anche noi come Regione, perché è giusto ribadire che il PAI è strumento dell’Autorità di Bacino, con cui abbiamo collaborato in questi mesi, e fornisce un quadro completo delle opere strutturali da realizzare, su cui innestare la programmazione regionale. Un passo avanti importante, fondamentale per il processo di ricostruzione su cui siamo impegnati assieme alla struttura commissariale, ai sindaci e alle comunità».
Il Piano individua nuove aree allagabili e casse di espansione: quanta superficie potrebbe essere coinvolta complessivamente in Romagna e come si sta lavorando con i sindaci per individuare le zone più adatte? Si ha già idea di quali possano essere i costi?
«Verificheremo area per area, in base alle portate di piena dei singoli fiumi. Abbiamo cambiato paradigma di azione, lavorando non in base ai territori, ma asta fluviale per asta fluviale, dal momento che un colmo di piena a monte ha effetti anche a valle. Un’impostazione che abbiamo condiviso con i territori colpiti e gli amministratori, come ho ribadito nei tanti incontri che stiamo facendo con i comitati dei cittadini. Si tratta di un percorso partecipato nel quale crediamo fortemente, in nome della massima trasparenza e con la volontà di ascoltare chi in questi due anni e mezzo ha sofferto e sta soffrendo tantissimo. Sui costi è presto per dare cifre definitive, ma di certo ci sono i 10 milioni di euro che abbiamo già stanziato per la progettazione delle opere e la volontà, ribadita dal presidente de Pascale, di anticipare con risorse della Regione i fondi per la loro realizzazione, senza aspettare il trasferimento statale dei 919 milioni».
Lei ha parlato dell’impegno a realizzare almeno una cassa di espansione per ogni bacino: quali sono le priorità oggi per i bacini romagnoli, dal Senio fino a Montone, Ronco, Savio e Rubicone?
«Come abbiamo detto più volte la priorità è la realizzazione delle casse di espansione a monte. Per esempio, sul Lamone, l’attività di progettazione si concentrerà in primis sulle aree di fondovalle di monte, a partire da quelle già individuate dallo studio Brath, e sull’area alla confluenza col Marzeno, anche valutando di scavare ulteriormente la cassa realizzata dal Comune di Faenza. Il ricorso alla tracimazione controllata è invece l’ultima istanza, qualora tutte le opere strutturali non dovessero essere sufficienti a far transitare le piene in sicurezza nel tratto arginato e a evitare rotture incontrollate per sormonto. Abbiamo visto che, sul Montone, l’AdbPo ha individuato a questo scopo tantissimi ettari di aree adibite a frutteto, su cui ci riserviamo di depositare un’osservazione».
Con il nuovo PAI il tema delle delocalizzazioni entra in una pianificazione strutturale: in Romagna dobbiamo attenderci un numero limitato di casi o un intervento più diffuso lungo i corsi d’acqua?
«Le procedure di delocalizzazione sono codificate da un’ordinanza del commissario Curcio e sono previste in casi specifici, relativi a danneggiamenti molto gravi e alla contestuale impossibilità di ricostruire. La Regione ha chiesto e ottenuto indennizzi importanti per chi sceglierà questa strada, in un percorso che può essere molto doloroso: parliamo di abbandonare la casa dove si è cresciuti o dove si pensava di costruire il proprio futuro. Non sarà un numero enorme di casi, ma noi saremo al fianco di ciascuno di essi, in un passaggio così delicato».
Vincenzo Benini














