Alla Caritas diocesana di Faenza-Modigliana, accanto ai volontari storici e agli operatori, ogni giorno c’è anche chi vive un percorso più complesso, fatto di errori alle spalle e di una possibilità concreta di ripartenza. Sono le donne e gli uomini impegnati nei Lavori di pubblica utilità (Lpu), una delle strade della giustizia riparativa: non una pena da scontare soltanto, ma un tempo da abitare, restituendo qualcosa alla comunità e, insieme, ricostruendo se stessi. Tra loro c’è anche “Piero” (nome di fantasia), 60 anni, sposato, due figli, lavoratore autonomo nel settore dei servizi alle imprese. «Sono capitato al Centro d’Ascolto dietro suggerimento del mio avvocato», racconta. Da febbraio 2025 presta servizio al dormitorio della Caritas per persone senza dimora. Turni notturni, dalle 20 alle 7 del mattino. Accoglienza, ascolto, piccole attenzioni quotidiane.

«Quando una persona entra ha un letto e un armadietto assegnato in una delle quattro stanze del dormitorio. Su richiesta possiamo fornire sapone per la doccia, il necessario per radersi, coperte, lenzuola e asciugamani». Ma non è solo una questione di logistica. È soprattutto un incontro tra fragilità. «Quando una persona entra non ha molta voglia di parlare. Viene da giornate pesanti, da situazioni personali molto complicate. La prima cosa che fa è una doccia, poi magari fuma una sigaretta e si stende per riposarsi».

Il rapporto con gli ospiti

Col tempo, però, qualcosa si apre. «Con alcuni si fanno due chiacchiere: raccontano della famiglia che hanno lasciato nel paese d’origine, dei figli, delle situazioni che vivono. Parlano del loro paese, della politica, oppure di sport: la maggior parte segue il campionato italiano, tifa Milan, Inter o Juve». A volte Piero porta con sé un tablet. «Se c’è la partita, la guardiamo insieme. Oppure, se porto un dolce, una torta o d’estate il gelato, lo assaggiano volentieri e si fa un po’ di festa».

Nel dormitorio dormono mediamente tra le 10 e le 11 persone a notte, che restano per circa due mesi. «Quest’anno ho visto passare una cinquantina di persone», dice. E non restano numeri. «Con alcuni ho instaurato un legame di simpatia particolare, che forse non è amicizia, ma sicuramente di stima e rispetto reciproco. Sono volti che ho presenti anche durante la settimana e che mi mancano quando passa del tempo e non li vedo». Conserva ancora i messaggi di ringraziamento di uno di loro, partito per lavorare in Veneto.

All’inizio non è stato semplice. «Pensavo di arrivare in un ambiente ostile e diffidente. Temevo di avere a che fare con persone difficili, magari con comportamenti molesti». La realtà lo ha sorpreso. «In dieci mesi non è mai successo nulla di sconveniente. Le persone hanno sempre seguito un comportamento educato e rispettoso del regolamento». Le difficoltà esistono, certo: convivenze forzate, lingue diverse, abitudini lontane. «Qualche volta qualcuno si lamenta del compagno di stanza o dei rumori. Ma non si sono mai verificati episodi difficili da gestire».

Le 3 parole chiave: “Bisogna toccare la carne di Cristo”

Alla fine, Piero prova a riassumere questa esperienza in tre parole. La prima: educativa–formativa. «Uno entra con certe idee e pensa di essere informato. Poi l’esperienza ti cambia, capisci che l’informazione che passa sui media non è del tutto attendibile. L’esperienza rigenera continuamente la tua persona e in un certo senso ne fa una persona diversa, nuova».

La seconda: concreta. «Tempo fa sentii Papa Francesco dire: “bisogna toccare la carne di Cristo”. Beh, in questo tipo di esperienza la carne di Cristo si tocca veramente».

La terza: provocante. «È un’esperienza che provoca continuamente la mia libertà. Prima di partire per la notte in dormitorio la domanda “ma cosa stai facendo?” viene sempre». Anche in famiglia. «Mia moglie mi ha chiesto: “ma perché continui?”». La risposta, per lui, è diventata semplice e radicale: «Vado a toccare la carne di Cristo».

Nel silenzio notturno del dormitorio, tra letti ordinati e storie ferite, la giustizia riparativa prende così la forma di una presenza discreta, di una mano tesa, di un’umanità condivisa. Un luogo dove non si azzerano gli errori, ma si prova — passo dopo passo — a farli diventare un punto di ripartenza.

Samuele Marchi

foto di repertorio Caritas Faenza