Siamo tornate in Eritrea dopo un bel pò: io, Antonietta e Mara. Rispettivamente dopo diciassette, sette e sedici anni. Per nessuna niente è cambiato. Nel senso che abbiamo trovato un Paese immobile, privato di qualunque prospettiva: la gente esasperata dalla dittatura. Asmara, la capitale, è il biglietto da visita di questo Paese: i palazzi e le strade dell’epoca coloniale e post coloniale conservano un’impronta di architettonica bellezza che ancora si intuisce nella decadenza. Ma più che suscitare apprezzamento alimentano la malinconia. È un Paese sospeso in un limbo senza tempo: internet è volutamente non funzionante: è stato impossibile per noi inviare una mail o un messaggio whatsapp in dieci giorni. Come se privare questa gente e soprattutto i giovani di un contatto con l’esterno li rendesse ancora facili prede della propaganda di regime. Ma chi ci crede ormai alla propaganda del regime? Per quanto anche la ‘nostra Rai’ offra ridicole stampelle alla dittatura eritrea mandando in onda ‘documentari’ come La grande bugia (a proposito chi ha pagato questo lungo spot promozionale per il regime di Isaias Afewerki?), come fanno i giovani a credere alla propaganda quando la loro unica prospettiva è di fare la leva obbligatoria a vita (fino ai 71 anni per gli uomini, 41 per le donne) con la paga di circa 600 nakfa (circa 30 euro) mensili o in alternativa lavorare per il Governo con lo stesso stipendio? Una nostra ex infermiera ci ha raccontato che paga 2000 nakfa mensili di affitto. Lei (a quasi 50 anni) percepisce 1800nk, il marito 2mila e hanno 7 figli. Anche le persone che hanno un titolo di studio e delle competenze sono nell’indigenza Perciò abbiamo incontrato solo persone abbattute nello spirito, delle quali abbiamo tanto ammirato la pazienza e la capacità di sopportazione.
La Chiesa privata di qualunque possibilità di servizio a favore dei poveri

Tutti hanno storie ‘pesanti’ da raccontare: una per tutte: Theresa, una nostra ‘vecchia’ paziente sieropositiva. Grazie alla cura anti-natale un bambino era nato sano nel nostro ex ospedale nel villaggio di Digsa (requisito nel 2019). Dei tre figli maschi: uno è morto mentre cercava di attraversare il Mediterraneo, uno (sieropositivo) è in un campo profughi in Turchia, uno in carcere in Eritrea per aver cercato di evitare la leva obbligatoria. La Chiesa Cattolica stessa è demoralizzata sotto i colpi inferti dal Regime. È stata privata di qualunque possibilità di fare servizi a favore dei poveri: dopo la nazionalizzazione di scuole e ospedali cristiani del 2019, in questi mesi si procederà a nazionalizzare (espropriare) anche gli orfanatrofi. Seminaristi e novizi vengono intercettati per strada e mandati sotto le armi, anche due giovani sacerdoti. Religiosi e religiose non possono uscire dal Paese per studiare prima dei 50 anni, con conseguente problema della loro formazione. Perciò l’unica speranza è la fuga verso un’Italia e un’Europa, matrigne con gli eritrei, ma da cui si spera, si potrà mandare qualcosa per la sopravvivenza dei famigliari: abbiamo visto file fuori dalla banca per ritirare le ‘rimesse’ degli emigrati.
Con un costoso permesso per visitare alcuni siti archeologici ci siamo potute fermare nel villaggio di Digsa, dove sorge il nostro ormai ex ospedale, lasciato nel 2009 (alla nostra espulsione) in gestione all’Istituto delle Suore Figlie di Sant’Anna e poi requisito dal Governo nel 2019. L’ospedale è pulito, grazie alle signore delle pulizie che sono le uniche (assieme a un paio di infermieri) del nostro staff che ancora possono lavorare lì. Per il resto, lo staff è composto di ben 40 persone di cui 26 giovani infermieri (militari). Tuttavia gli accessi all’ospedale sono 10/15 al giorno e solo due le persone ricoverate. L’impianto solare è stato danneggiato per incompetenza e non sanno come ripararlo, come pure parte dello strumentario medico. Anche la situazione dell’ospedale di Digsa è una fotografia del Paese.
In questa desolazione solo due sono le reazioni anche per noi in Italia: abbandonarsi alla rassegnazione o continuare con il nostro impegno ad alimentare l’ostinata speranza di questa gente, come? Tramite l’adozione a distanza di famiglie con bambini sieropositivi o contribuendo a microprogetti che possano dare una parziale autonomia economica a qualcuno (ad esempio acquistando carretti per vendita frutta e verdura, o bancarelle del mercato ecc.)
Le volontarie dell’Ami














