Al teatro San Giuseppe di Faenza il gioco è diventato, per una sera, una lente per guardare in modo nuovo la disabilità, l’educazione e le relazioni. Si è svolto infatti l’ultimo incontro del percorso formativo “Inutili, risorse formative”, promosso dalla Scuola di formazione teologica “San Pier Damiani” della Diocesi di Faenza-Modigliana all’interno del corso “Chiesa, famiglia educante”. Tra gli ospiti della serata Gabriele Mari, game designer ed “educatore ludico” presso la cooperativa La Pieve di Ravenna, che ha proposto una riflessione intensa e partecipata sul valore del gioco come strumento educativo e inclusivo.

Gabriele Mari, game designer ed educatore ludico: il valore del gioco e come renderlo a misura delle persone che ho davanti

Mari parte dalla propria esperienza: «Mi occupo di disabilità e autismo e sono un grande appassionato di giochi da tavolo. Da queste due anime è nata la figura dell’educatore ludico: portare il gioco anche nel mondo della disabilità». Il suo intervento ha subito chiarito un equivoco diffuso: non ogni “gioco” è uguale. «Quando parliamo di gioco in ambito educativo – ha spiegato – intendiamo gioco strutturato, con regole, che nasce dall’incontro con gli altri. Non è una perdita di tempo, ma tempo di qualità. Il gioco sano crea relazioni, non ci allontana dalla realtà, e tiene in allenamento il cervello». Un passaggio centrale ha riguardato il valore antropologico del gioco. Mari ha ricordato come, in natura, «tutti i cuccioli imparano attraverso il gioco le abilità necessarie per vivere», in un ambiente protetto dove si può sbagliare. Eppure, crescendo, nella nostra società «arriva il messaggio: non giocare, produci», quando invece anche per gli adulti ha un valore fondamentale. Una logica che, secondo l’educatore, ha contribuito anche alla progressiva scomparsa del gioco non solo nel mondo degli adulti, ma fin dall’infanzia. «Dal 2010-2015 i bambini giocano sempre meno, sostituiscono il gioco con gli schermi degli smartphone. In asilo vedo sempre più bambini che non hanno esperienze di gioco. Riacquisire la capacità di giocare in presenza è fondamentale per il benessere della società».

chiesa famiglia educante

Entrando nel merito educativo, Mari ha richiamato la definizione di Huizinga dell’uomo come “homo ludens” e ha indicato tre dimensioni fondamentali del gioco: palestra di abilità, sistema di regole e strumento di aggregazione. «Attorno al tavolo siamo tutti uguali – ha sottolineato – ed è per questo che il gioco può diventare un potente strumento di inclusione». In particolare nei contesti di disabilità, il gioco permette di far emergere competenze, favorire l’incontro faccia a faccia e allenare abilità sociali in modo naturale. Ampio spazio è stato dedicato al tema dell’inclusione reale, lontana dagli slogan. «Inclusivo non significa “per tutti” in astratto – ha spiegato – ma per il gruppo concreto che ho davanti».

Un gioco, anche semplice all’apparenza, può non esserlo affatto: «Il gioco dell’oca sembra facile, ma servono abilità precise da parte di tutti i partecipanti: lanciare il dado, riconoscere numeri, contare. Siamo sicuri che un giocatore con disabilità cognitiva o con autismo riesca a comprendere tutti questi aspetti? Molti giochi commerciali non sono inclusivi». Da qui la necessità, per educatori e catechisti, di adattare e trasformare gli strumenti. Mari ha parlato di due strade: accessibilità, cioè facilitare il gioco per tutti (ad esempio eliminando lo strumento dado con numeri e utilizzando invece un dado a colori), e personalizzazione, cioè fornire ausili specifici a chi ne ha bisogno. «Non esiste il gioco perfetto. L’inclusione è sempre qui e ora, contingente, legata alle persone che ho davanti e alle loro peculiarità».

Altro nodo toccato è quello della motivazione e del cosiddetto “flusso” che crea l’appagamento nel giocare tra i partecipanti: «Dobbiamo creare esperienze ottimali, in cui la sfida è bilanciata con le abilità. Se è troppo facile per il gruppo ci si annoia, se è troppo difficile subentra frustrazione. Il nostro compito è stare in mezzo e se semplifichiamo troppo c’è il rischio di perdere una parte del gruppo». Anche la sconfitta è stata riletta in chiave educativa: «Nel gioco o vinco o imparo. La sconfitta non è un marchio, ma un’occasione per rileggere ciò che è successo, in una società che invece propone sempre il tutto o niente. E come arbitri dobbiamo essere autorevoli e garanti delle regole, spiegandole per bene prima».

Caterina Minardi sulla Comunicazione aumentativa alternativa, “tanti strumenti a disposizione per creare relazioni”

inutili 1

All’incontro è intervenuta anche Caterina Minardi, logopedista, che ha portato l’attenzione sul tema della Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA), offrendo uno sguardo insieme tecnico e profondamente umano. Minardi ha raccontato la storia di una persona che fino ai 14 anni era stata considerata incapace di pensare, perché non comunicava con i canali tradizionali: «solo più tardi si è scoperto che poteva esprimersi con gli occhi». Un esempio che mette in crisi un pregiudizio ancora diffuso: se non c’è parola, si tende a pensare che non ci sia pensiero. «La CAA non è solo un insieme di strumenti – ha spiegato – ma prima di tutto una presa di coscienza: la persona che ho davanti comunica comunque, anche nei vocalizzi, nei gesti, nei lamenti. Sta a noi imparare ad ascoltare».

La logopedista ha sottolineato come anche in situazioni di disabilità grave esistano canali possibili di contatto, che richiedono competenza ma non paura. La CAA comprende dispositivi, tabelle, immagini, tecnologie, ma anche semplici supporti visivi che possono diventare preziosi nella quotidianità: «sono pensati per alcuni, ma aiutano molti, anche i bambini piccoli». Dalla catechesi alla liturgia, dalla scuola alla vita comunitaria, questi strumenti permettono di spiegare cosa sta accadendo, come comportarsi, e soprattutto di offrire possibilità reali di espressione e relazione. Minardi ha ricordato anche il lavoro dell’Ufficio catechistico per la disabilità della diocesi di Faenza-Modigliana e la disponibilità di materiali già pronti a livello nazionale. «Abbiamo strumenti da usare e riadattare – ha concluso – perché così può arrivare la Parola, con la P maiuscola».

Il supporto dell’Ufficio catechistico diocesano per la disabilità

sofia leoni

A chiudere il pomeriggio è stato l’intervento di Sofia Leoni, vice incaricata del settore Catechesi per la disabilità della diocesi, che ha presentato in modo concreto il servizio attivo a livello diocesano. «Ci occupiamo di dare una mano nella creazione degli strumenti di cui avete bisogno», ha spiegato, sottolineando come il lavoro non si limiti alla fornitura di materiali, ma nasca dall’ascolto delle singole situazioni. Il servizio riceve su appuntamento e accompagna parrocchie, catechisti e famiglie nella progettazione di percorsi e strumenti pensati per rendere la catechesi davvero accessibile a tutti. Il motto che guida questo impegno è chiaro: “Nessuno è escluso”.

Leoni ha evidenziato come il settore non sia soltanto uno sportello, ma una presenza attiva sul territorio: «Possiamo anche andare direttamente in parrocchia, vedere come si lavora e costruire insieme un rapporto». Oltre al supporto personalizzato, vengono organizzati momenti di formazione dedicati alle singole comunità parrocchiali, nella convinzione che l’inclusione passi dal dialogo costante con le famiglie e dalla ricerca condivisa di strategie educative e pastorali. Per informazioni e contatti è attivo l’indirizzo catechesidisabili@diocesifaenza.it, una risorsa concreta per chi desidera rendere la propria comunità più accogliente e accessibile.

L’incontro si è inserito nel cammino più ampio della Diocesi sul tema dell’educazione e della tutela dei minori, offrendo strumenti concreti e uno sguardo culturale capace di andare oltre la semplice attività ludica. Dal tavolo da gioco, in fondo, è emersa una visione più grande: quella di comunità educanti chiamate a riscoprire il gioco non come intrattenimento, ma come linguaggio privilegiato per includere, incontrare e crescere insieme. Come ha ricordato in chiusura don Mattia Gallegati, moderatore dell’incontro e incaricato al settore Tutela minori: “Una grande lezione su questi temi me l’ha data una persona che aveva una grande disabilità motoria. Mi disse una volta: ‘ora che hanno tolto le barriere architettoniche, mi sento più solo, perché non ho più nessuno con cui chiedere o con cui poter dialogare mentre sono in giro…’. Ecco, se l’inclusione non va di pari passo con relazione, non stiamo camminando sulla strada giusta”.

Samuele Marchi