Toni pacati e parole misurate. Gino Cecchettin è il padre di Giulia, la 22enne di Vigonovo (Venezia) uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta che per il delitto sta scontando la pena dell’ergastolo. Noi incontriamo a margine dell’incontro con la cittadinanza tenutosi a Castel Bolognese il 14 gennaio. E’ calmo, gentile, disponibile, paziente. Dalla conversazione non traspaiono rabbia, risentimento, disperazione. Unico denominare è l’amore, fatto non di nostalgia ma di impegno concreto. Un libro, una Fondazione, centinaia di incontri con giovani, centri antiviolenza , cittadini svolti negli ultimi due anni. “Lo devo a mia figlia” ci dice.

La nostra intervista a Gino Cecchettin

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Signor Cecchettin, il caso di sua figlia ha avuto un forte impatto mediatico. Cosa prova quando sente di nuovi femminicidi?

Fa male ogni volta. Ne succede uno ogni tre o quattro giorni. Ed è proprio questo che ci obbliga ad andare avanti: se continuano a succedere significa che il problema è più radicato di quanto pensiamo. I raptus non esistono, la violenza di genere non nasce mai all’improvviso, ma da stereotipi, modi di dire e di fare radicati, espressioni che sembrano innocue ma non lo sono. Per questo dobbiamo intervenire alle origini.

E denunciare.

Certo, ma non basta. Ci sono molti passi da fare ed è sul modo di pensare e sui comportamenti che bisogna agire, mostrando che c’è un altro modo di vivere. Quando c’è bisogno aiuto e si è un maschio alfa, si resta come intrappolati. Così, se si viene lasciati, non lo si accetta e scatta la violenza perché non si hanno altri mezzi. Invece le possibilità di cambiare ci sono sempre.

Sono passati poco più di due anni dall’omicidio di Giulia, cosa prova oggi?

Il dolore non se ne va. È pervasivo, quotidiano. Ma può diventare generativo. Può trasformarsi in un impegno che guarda agli altri, soprattutto ai figli rimasti, alla possibilità di continuare a essere padre, di accompagnare Elena e Davide nel “dopo”. Se dopo il 18 novembre 2023 mi fossi chiuso in me, se non avessi creduto nella vita, non sarei stato un padre consistente per i miei figli, che avevano bisogno di un supporto, e soprattutto non avrei visto un dopo che contiene momenti di felicità.

Come ci si riesce?

Conosco la dimensione di quel dolore e non vorrei che altri genitori lo provassero. Anche salvare una sola famiglia sarebbe una grande vittoria. È un percorso lungo, forse non vedrò mai la fine, ma sono un inguaribile ottimista e credo nella vita.

Lei ha scritto anche un libro Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia edito da Rizzoli e nel 2024 è nata la Fondazione che porta il nome di sua figlia. Dove ha trovato la forza di fare così tante cose in in meno di due anni?

E’ nato tutto dal dolore e dal voler fare un regalo a Giulia, che sempre aiutava il prossimo. Un modo per continuare il dialogo con lei e al contempo mettere il dolore che stavo provando al servizio della comunità. Non volevo che altri genitori provassero quello che stavo vivendo io. Giulia ormai è diventata la Giulia “di tutti”.

Cos’è l’amore per lei?

Avrei dato la vita per mia moglie Monica (morta per un tumore nel 2022 a soli 51 anni, n.d.r.) e per Giulia. Ho capito cos’è davvero l’amore negli ultimi giorni di vita di mia moglie: è dare la vita per gli altri. Dobbiamo pensare a cosa offrire e non a cosa possiamo prendere. Amare è un atto di fede verso le persone, che ci torna con gli interessi. Quindi possiamo anche dire cosa non è: gelosia, possesso, prevaricazione. Io dono me stesso per cambiare le cose.

Perché il lavoro con i giovani è così centrale?

I giovani aspettano qualcuno che li ascolti davvero. Sono parte di una comunità, sono il presente e il futuro. Vivono in un mondo complesso, hanno bisogno di essere accompagnati e rassicurati.

Lei è credente?

Non credo in un Dio che governa le nostre vite. Credo nella scienza, nell’essere umano e nella sua capacità di costruire il futuro. In questo senso mi sento credente.

Quindi c’è spazio per la speranza?

Soprattutto per speranza, poi per chi è credente, si è appena chiuso il Giubileo della Speranza. Sono una persona che spera sempre, che ha fiducia in un futuro migliore, e mai come in questo tempo ce n’è bisogno.

Un ricordo di Giulia che sente di condividere?

Giulia era una guaritrice nata. Bastava un sorriso, uno sguardo, un “ciao papino” per farmi passare tutte le pene della giornata.

Cosa le manca di più?

Rimpiango i suoi vocali, io che li detestavo. Giulia aveva scritto le 100 cose che avrebbe voluto realizzare. La più banale era accendere un fiammifero, perché aveva paura del fuoco, oppure fare una scala mobile al contrario. In questo elenco mancavano delle spunte: un pò alla volta le sto mettendo io. Quest’estate, correndo, sono riuscito a salire una scala mobile al contrario. Un altro tic su quel foglio.

Barbara Fichera