Ogni parola è scelta, pesata, quasi custodita. Gino Cecchettin racconta una storia che nessun genitore vorrebbe vivere, ma lo fa senza rabbia, senza slogan, affidandosi alla forza disarmante della verità e dell’esperienza vissuta. Si definisce ateo, ma crede nell’amore che pur lui è “Dare la vita per gli altri”.

Davanti ai ragazzi, la cronaca diventa vita

Nella mattinata del 14 gennaio, Gino Cecchettin incontra i giovanissimi della scuola secondaria di primo grado “Pascoli” di Castel Bolognese. Tutti conoscono il nome di Giulia attraverso la cronaca e stanno imparando a dare un senso alle parole “morte”, “violenza”, “relazioni”. «Sono stati molto attenti – racconta – hanno fatto domande, si sono messi in gioco». Le richieste partono dai fatti di cronaca, ma presto si spostano altrove: sul cambiamento della vita familiare, sul rapporto con gli altri figli, Elena e Davide, su come si possa continuare a vivere dopo un dolore così pervasivo. È in questo passaggio che l’incontro assume una dimensione educativa profonda. «Capisci che hanno riflettuto – spiega – che non si fermano al fatto, ma provano a immaginare le conseguenze sulle persone». Per Cecchettin è un segnale importante: significa che anche i più giovani possono essere accompagnati oltre la superficie della cronaca, verso una maggiore consapevolezza emotiva e relazionale.

Il tempo, la distrazione, le cose che contano davvero

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Il filo rosso del suo racconto è il tempo. Il tempo sprecato, dato per scontato, vissuto “con il pilota automatico”. Un tema che attraversa anche il suo libro Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia (Rizzoli), nato pochi mesi dopo la sua morte. «Viviamo troppo veloci – ripete – non ci fermiamo, non ci guardiamo negli occhi». Non è una riflessione astratta, ma una constatazione maturata dentro esperienze personali laceranti: la malattia e la morte della moglie Monica, poi l’uccisione di Giulia, l’attesa straziante prima di poterla rivedere. «In genere il funerale si fa dopo pochi giorni. Noi abbiamo atteso quattro settimane Dal 18 novembre al 5 dicembre. il mese più lungo della mia vita». Da qui nasce un rimpianto che non viene nascosto né edulcorato: quello per i momenti non vissuti, per i dialoghi rimandati, per le attenzioni date per scontate. Ma il racconto non si chiude nella colpa. Diventa una lezione condivisa, soprattutto con i più giovani. «Il tempo non è infinito. E proprio per questo va abitato con cura. Gli ultimi giorni accanto a mia moglie vorrei riviverli tutti. Le ho chiesto scusa per gli errori commessi in una vita e lei si è scusata per essersi ammalata. Lì ho visto la santità di lei. Io che non sono credente, in quel momento ho pregato.».

La sera, la città ascolta una testimonianza che interpella tutti

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Ieri sera la Biblioteca comunale “L. Dal Pane” di Castel Bolognese era gremita, con molte decine di persone rimaste all’esterno a seguire la diretta dell’incontro su Facebook. Il silenzio che accompagna le parole di Gino Cecchettin è quello delle grandi occasioni, quando si percepisce che ciò che viene detto riguarda tutti. Al centro del suo intervento c’è la nascita della Fondazione Giulia Cecchettin ETS, pensata non solo per sostenere le vittime di violenza, ma soprattutto per prevenire. «Quando si parla di pene e reati – spiega – tutto è già compiuto. Noi dobbiamo fare in modo che le leggi non vengano infrante». Per questo la Fondazione lavora su educazione, formazione, cultura, in dialogo con università, centri antiviolenza, associazioni e reti territoriali. Un lavoro paziente, strutturato, che parte da un presupposto: «La violenza di genere non è un raptus. Nasce da stereotipi, da frasi che sembrano innocue, da modelli sbagliati interiorizzati nel tempo».

Non una guerra ai maschi, ma al maschilismo tossico

Cecchettin si rivolge spesso agli uomini, ai padri, ai ragazzi. Lo fa senza accusare, ma senza sconti. «Non è una guerra ai maschi – chiarisce – è una guerra al maschilismo tossico». Quel modello che insegna il dominio, il possesso, l’incapacità di accettare un “no”. La violenza, ricorda, non è solo quella fisica: è anche dire «stai zitta», «non sei capace», «non è affar tuo». È il silenzio di chi vede e gira lo sguardo. È l’idea che certi ruoli siano “naturali” e altri no. Nel racconto affiora anche una riflessione autobiografica, onesta e disarmante, sul proprio vissuto familiare, su un equilibrio costruito nel tempo con Monica, sulle fatiche di riconoscere una distribuzione diseguale dei carichi, sul valore dell’empatia come chiave per relazioni più giuste.

Il dolore che non scompare e la speranza che resta

«Il dolore non se ne va», ammette. È pervasivo, quotidiano. Ma può diventare generativo. Può trasformarsi in un impegno che guarda agli altri, soprattutto ai figli rimasti, alla possibilità di continuare a essere padre, di accompagnare Elena e Davide nel “dopo”. Tra i ricordi più intensi, Cecchettin racconta un momento di felicità inattesa: una gita fatta nel 2024 a Ginevra, a pochi mesi dalla morte di Giulia , una musica ascoltata insieme, un ballo improvvisato. Piccoli segni di una vita che, nonostante tutto, continua a offrire spiragli di luce. E poi il giardino di casa che Monica tanto amava. «Nell’estate 2023 è spuntato improvvisamente un enorme fiore bianco senza che io facessi nulla. Forse non era un’opera divina, ma lì c’era Monica». Cecchettin conclude con appello accorato. «La vita mi ha insegnato che il tempo non è scontato e noi lo sprechiamo. Viviamo come se la vita fosse infinita e non lo è. Vivete per i vostri cari, abbiate cura di loro».

Barbara Fichera