Il gelo di gennaio stringe la città in notti lunghe e silenziose: per chi vive senza un tetto ogni grado sotto lo zero è una prova di resistenza. C’è chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte e di cercare le persone là dove nessuno guarda. È il cuore del servizio di prossimità di Caritas e associazione Papa Giovanni XXIII: uscire la sera, percorrere le vie di Faenza e bussare alle “case” improvvisate di chi vive all’aperto: sottopassi, panchine, edifici dismessi in periferia, capanne di stracci, un vicolo buio.  «A volte si tratta di una casa abbandonata in campagna o di giacigli improvvisati– racconta l’operatrice Caritas Sofia Farolfi –. Fermarsi, chiedere “come va?” e bere insieme un tè caldo significa molto per chi si sente invisibile». Nel corso degli anni, i volontari hanno individuato alcune aree con giacigli o segni di passaggio. La zona della stazione ferroviaria, almeno fino all’orario di chiusura serale, alcuni spazi nei pressi della bocciofila, i parchi Azzurro e Mita. Un’altra area attenzionata è la zona di via Renaccio, nelle case alluvionate e poi chiuse, dove fino a un mese fa erano presenti segni di presenze notturne. «La difficoltà maggiore – spiega Farolfi – è che i giacigli non sono quasi mai evidenti. Chi vive in strada cerca luoghi nascosti, riparati, spesso all’interno di edifici abbandonati, magari in aperta campagna o in periferia. Ci sono anche zone che sappiamo essere frequentate, ma caratterizzate da giri problematici e che evitiamo per motivi di sicurezza». Negli ultimi mesi molte delle aree in cui erano stati rilevati giacigli non mostrano più presenze stabili. «Può capitare di fare uscite senza vedere nessuno, oppure di incontrare sempre le stesse persone».

Un servizio che punta alla relazione

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(I giacigli improvvisati a Faenza)

Il servizio è attivo da circa tre anni e mezzo e coinvolge al momento 7 volontari di età compresa fra i 19 e i 50 anni «anche se i volontari sono soprattutto giovani» precisa Farolfi. «L’obiettivo è di costruire relazioni significative – sottolinea Sofia Farolfi –. Questo richiede tempo, pazienza e continuità. La persona deve sentire che, in quel momento, siamo lì per lei». Non sempre è facile. «Alcune persone non vogliono farsi aiutare o non ritengono il dormitorio una soluzione adatta, soprattutto se hanno interrotto da tempo ogni relazione e faticano a condividere spazi comuni. Altre sono scoraggiate o diffidenti nei confronti dei servizi». È sempre garantita la presenza di un volontario senior, ma il servizio è alla ricerca di nuove disponibilità. Ci si ritrova alle 21 o alle 21.30, si prepara l’occorrente – tè caldo, brioches, coperte, giacconi – e poi si esce fino a mezzanotte. Le uscite non hanno un giorno fisso e avvengono mediamente due volte al mese. Il tè e qualcosa da mangiare sono spesso un pretesto per “agganciare” una relazione. «La maggioranza delle persone ha piacere di parlare, di scambiare due parole. Molti sono finiti in strada perché hanno perso le relazioni familiari e sociali. Altre volte, invece, se una persona dorme, non la svegliamo». In strada si incontrano in prevalenza uomini. «Le donne sono una minoranza – aggiunge l’operatrice – e riescono a trovare appoggi temporanei, quelle restano in strada presentano fragilità psichiche» . Negli ultimi tempi, le persone incontrate in strada sono spesso volti già noti ai servizi Caritas. «Faenza non è una città particolarmente attrattiva per chi è senza fissa dimora di passaggio – osserva Farolfi –. Molti si spostano verso territori con una maggiore offerta di accoglienza, come Forlì, dove il numero di posti disponibili è più elevato».

I cittadini “sentinelle” degli invisibili

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Le operatrici Caritas Sofia Farolfi e Giulia Babini

Inizialmente l’esperienza – oggi completamente autofinanziata –  è partita anche  grazie a un percorso promosso dal Comune di Faenza per mappare le situazioni di maggiore fragilità sul territorio. Poi, grazie ai fondi 8xmille alla Chiesa Cattolica è stato finanziato il progetto Caritas Una tenda nel deserto, che ha permesso di strutturare e rafforzare i servizi. Oggi il dormitorio maschile, unica struttura di accoglienza notturna in città, conta 14 posti ed è spesso al completo, con aperture eccezionali che hanno portato ad accogliere fino a 18 uomini.  «In questo momento – racconta Farolfi – ci sono persone a cui abbiamo dovuto dire di no. Alcune si arrangiano pagando qualche notte in un bed & breakfast, altre si spostano altrove, altre ancora sono costrette a dormire in strada». Per questo l’appello è rivolto a tutta la comunità. «È importante far sapere che il servizio c’è e continua. Abbiamo bisogno che i cittadini diventino una sorta di sentinelle. Se qualcuno vede una persona che dorme in strada, segnalarlo può fare la differenza: a volte andiamo un po’ alla cieca».

Le segnalazioni possono essere fatte al numero del centralino Caritas 0546 680061.

Barbara Fichera