Deciso il dimensionamento scolastico regionale: tagliate le 17 autonomie previste.

Cosa cambia in Romagna

In Romagna ne saltano 5, in provincia di Ravenna la riduzione colpirà il Comune di Cervia, dove l’I.C. Cervia 3 verrà accorpato all’interno dell’I.C. Cervia 2. 

Il dirigente scolastico dell’Emilia-Romagna Bruno De Palma, in qualità di commissario, come riporta l’Ansa, ha disposto il dimensionamento per le scuole per il prossimo anno scolastico, dopo che il governo aveva commissariato la Regione che non aveva adempiuto alla riduzione del numero delle istituzioni scolastiche. Con accorpamenti, fusioni e rimodulazioni vengono meno 17 autonomie scolastiche: nel 2026/27 in tutta l’Emilia-Romagna saranno così 515, anziché 532.

17 i tagli in regione

I tagli riguardano tutte le province, da Piacenza a Rimini. Nella scelta dei vertici scolastici da tagliare il commissario ha deciso di prestare attenzione alle aree montane ed interne, dare la priorità al modello dell’Istituto comprensivo verticale, mantenere almeno un Cpia (centro per l’istruzione degli adulti) in ogni provincia, coinvolgere solo in estremo subordine le scuole superiori e privilegiare gli accorpamenti nello stesso comune.

I sindacati: “Si generano istituzioni scolastiche ‘monstre’ fino a 1800 alunni”

I sindacati – Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Gilda Unams, Snals Confsal e Anief – ribadiscono la propria posizione di contrarietà.

«Con la pubblicazione del decreto, che investe tutte le province della regione e non risparmia nessuno, si aprono scenari pesanti nei territori. La conseguenza immediata è quella di istituzioni scolastiche eccessivamente grandi anche con sedi a scavalco su più comuni, segreterie e servizi amministrativi ulteriormente sotto pressione, riduzione dell’occupazione, e della capacità organizzativa delle comunità educanti che vedranno il coinvolgimento del personale della scuola, di studenti, famiglie e comuni, con criticità territoriali. Inaccettabile poi è il taglio previsto per il personale Ata che porterà conseguenze alla sicurezza all’interno degli istituti».

Colpite le scuole di infanzia, primaria e scuola media

“L’operazione di taglio – continuano i sindacati– si è abbattuta esclusivamente sugli istituti del primo ciclo (infanzia, primaria e scuola media) con aggregazioni e accorpamenti che hanno generato istituzioni scolastiche “monstre” che oscillano tra i 1000 e i 1800 alunni. 

Una decisione, presa senza alcun confronto e senza nessuna chiarezza su criteri e dati utilizzati in un contesto regionale con i numeri in ordine, a cui si aggiunge l’opacità del Ministero che ha imposto il taglio all’Emilia Romagna senza fornire spiegazioni per la chiusura delle 17 autonomie. Per queste ragioni chiediamo la sospensione degli effetti del decreto, che riteniamo grave e dannoso per l’offerta formativa e per l’organizzazione già di suo complessa del servizio scolastico nei territori».

De Pascale e Conti: “Accorpamenti ingiusti con ricadute critiche: difendere l’autonomia scolastica è difendere la democrazia”

“Avevamo scritto formalmente al commissario ad acta chiedendo di fare il possibile per evitare la creazione di istituti scolastici di dimensioni ingestibili. In una regione virtuosa come la nostra l’applicazione rigida di questa misura ha prodotto un esito paradossale: la nascita di istituti con oltre 1.800 studenti, in molti casi con numeri che arrivano al doppio rispetto agli obiettivi dimensionali indicati dal PNRR. Un risultato che dimostra in modo evidente l’inadeguatezza del dimensionamento imposto alla realtà dell’Emilia-Romagna e che colpisce in modo particolare territori già complessi, aggravandone le criticità organizzative ed educative”.

Così il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e l’assessora alla Scuola, Isabella Conti, commentano la pubblicazione del decreto del commissario ad acta Bruno Di Palma sulla programmazione della rete scolastica regionale per l’anno scolastico 2026/2027, che riduce le autonomie scolastiche da 532 a 515, con un taglio di 17 istituzioni distribuite su tutte le province.

“Ci siamo opposti con fermezza al dimensionamento della rete scolastica, a livello nazionale e regionale, perché l’Emilia-Romagna è già oggi la regione più virtuosa d’Italia per rapporto tra numero di studenti e numero di autonomie – proseguono de Pascale e Conti –. Non aver firmato questo atto non ci consola: resta una scelta sbagliata, iniqua e unilaterale, imposta da un Governo che considera la scuola come un costo da comprimere e non come un investimento strategico”.

Gli accorpamenti previsti generano istituzioni scolastiche con numeri insostenibili, tra i 1.500 e i 2.500 studenti. “È legittimo chiedersi – sottolineano – come si possa garantire qualità dell’offerta formativa, attenzione educativa, inclusione e sicurezza in scuole di queste dimensioni, soprattutto a fronte di una riduzione delle figure di supporto.

Siamo di fronte ad un’emergenza di nuovi bisogni di bambine e bambini, ragazze e ragazzi: meno autonomie significa meno dirigenti, meno segreterie, meno presidio quotidiano. In alcune province, paradossalmente, a fronte di un aumento degli studenti da gestire, il personale complessivo diminuirà: una contraddizione che rischia di scaricarsi tutta sulle comunità scolastiche”.

Preoccupazione particolare viene espressa anche per il personale Ata: “Se ai mega-istituti si accompagna una riduzione del personale amministrativo e tecnico, la gestione dei plessi, la sicurezza e il funzionamento ordinario delle scuole diventano un problema serio, non un dettaglio: non basteranno tutti i metal detector a disposizione per sopperire ad una carenza di comunità educante nelle scuole”.

La nostra contrarietà non è ideologica – concludono de Pascale e Conti –. Siamo favorevoli all’efficientamento, ma non a un efficientamento cieco, che penalizza chi ha già fatto bene e non tiene conto delle specificità territoriali, delle aree interne, della montagna e della complessità sociale. Una democrazia forte si misura dalla sua capacità di garantire istruzione di qualità. Ridurre le autonomie scolastiche significa indebolire la scuola pubblica e aumentare le disuguaglianze. Non è così che si fa il bene del Paese, né che si costruisce il futuro delle nuove generazioni”.