Venerdì 30 gennaio alle 20.45 a Granarolo faentino, nell’ambito della rassegna “I venerdì della biblioteca” organizzata dalle volontarie della biblioteca granarolese, ci sarò anch’io, con grande piacere, a fare da spalla a Giuseppe Toschi, già mio dirigente scolastico in Borgo, ma soprattutto un amico, che presenterà il suo nuovo libro Avrei voluto giocare al pallone (Tempo al Libro editore).

Nelle 120 pagine di questo bel romanzo Toschi ricostruisce la storia di suo zio Serafino (Fino), soldato IMI (Internati Militari Italiani) nei lager nazisti dal 1943 al 1945, la cui vita è segnata dall’amore per il calcio e dallo sradicamento della deportazione in Germania. Marisa Tronconi, già dirigente scolastica nei plessi di Granarolo e San Rocco, nella sua ottima postfazione al libro di Toschi scrive: «Si tratta di un romanzo a doppia voce con due narratori, Fino e Giacomo, il giovane a cui è affidato il compito di accompagnare Fino a raccontare della sua passione per il gioco del pallone, ma anche del dolore e delle aspettative (purtroppo deluse) di chi ha vissuto in un lager nazista…
L’intenzione di Toschi, nipote del protagonista e scrittore, è la restituzione del valore, dell’onore al merito, per togliere la dimenticanza, rendere giustizia a Fino e insieme a lui ai circa 650mila soldati e ufficiali che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si rifiutarono di continuare la guerra a fianco del nazifascismo e furono internati nei campi di lavoro, nei lager tedeschi. Il loro “no”, il “no” a combattere contro altri italiani o a lavorare per l’industria bellica del nemico, che portò circa 50mila di loro a morire in prigionia, il “no” che Fino si ripete spesso, come determinazione della sua esistenza, richiama il “no” a cedere le armi dei militari di Cefalonia e delle altre isole dell’Egeo. Una scelta, un passo che, con livelli di drammaticità immediata e di eroismo patriottico, portò migliaia di soldati e ufficiali alla morte.

pallone

Veloce, secco e commovente, Avrei voluto giocare al pallone restituisce valore e onore al merito agli IMI con la potenza della cura, del rammendo, della manutenzione affettuosa, come una carezza data solo nella mente. La scrittura non è soltanto riparativa, ma si fa portavoce di una domanda di Fino e di tutti i militari internati, di fare valere il proprio contributo ingiustamente ignorato, a fianco della Resistenza, della lotta di liberazione e poi della ricostruzione ideale e concreta del dopoguerra…

Fino non sbandiera nessun titolo, non prende nessuna medaglia, non fa rumore, non sgomita, ma non cede: la sua convinzione è nel maturare la disponibilità, dopo tanti anni di silenzio, a parlare con i giovani, in primis con Giacomo, con cui si sente affine, dei quali ha simpatia e a cui si affida, consapevole di essere stato fin da subito dalla parte giusta, dell’uomo, della pace, perché sono nuovi, hanno la storia in mano».

Per dare un’idea del filo che lega il titolo del romanzo alla sua conclusione, riporto alcune frasi tratte dal testo. «Nel 1930 eravamo mezzadri del terreno che confinava con l’attuale campo sportivo… il padre non permetteva a Fino di andare a vedere le partite perché non voleva che i suoi figli si facessero notare troppo in giro … una fitta siepe e una rete separavano il podere dal campo sportivo. Io trascorrevo la domenica lì ad ascoltare le urla, gli applausi, i rumori che provenivano dal campo da gioco… ero felice senza essere al di là di quella siepe. A volte pensavo che “da grande” avrei potuto diventare una mezzala… Quando salimmo sul vagone, segregati come bestie, non sapevo dove ci avrebbero portato… il viaggio durò una settimana… un’ora e mezzo di cammino ci portò all’ingresso dello stammlager… Nel lager, nella marcia verso la fabbrica dove va a lavorare, Fino recupera un pallone che improvvisamente è uscito da una porta semiaperta e che va a fermarsi in una pozzanghera… Senza guardarmi attorno lo rincorsi, lo presi in mano, cercai di asciugarlo… e di corsa lo portai al bambino che fuori dall’uscio guardava la scena.
Poi ritornai in fila, incurante delle urla delle SS… al ritorno quando passammo davanti alla casa del bambino… improvvisamente uscì una donna anziana. Mi venne incontro fino a spaventarmi, conficcandomi in tasca una patata lessata ancora calda… Giunto alla baracca divisi la patata a metà con Aldo…

Mario Gurioli