La porticina dimessa del suo retrobottega si è chiusa per sempre. Massimo Biserni ci ha lasciati e la porta si è chiusa su tante realtà che hanno fatto parte della sua esperienza di vita e di una stagione forse irripetibile del nostro paese.
La passione per la musica nata in parrocchia
Si è chiusa innanzitutto la porta sulla stagione degli anni ’60, gli anni in cui Massimo era cresciuto umanamente alla scuola del cappellano don Donato Santandrea, assieme a tanti altri ragazzi di paese, quando era naturale frequentare la parrocchia, il circolo giovanile di San Michele, e impiegare così tanto tempo libero all’insegna della spensieratezza ma anche del mettere a frutto un arte, una disciplina, un impegno sociale e politico.
Fu così che Massimo Biserni divenne innanzitutto un musicista, un musicologo e un direttore di coro e d’orchestra quotato. Il cappellano che insegnò a cantare ai tredoziesi, ad utilizzare bene il tempo libero, che costituì il coro parrocchiale, seppe valorizzare a modo questo ragazzo intelligente, vivace e nello stesso tempo sensibile, timido e introverso, a tratti permaloso: gli trasmise la passione per la musica che divenne per lui una fonte di ispirazione perenne, una scelta di vita e un’attività remunerativa.
L’impegno politico e amministrativo nelle file della Democrazia cristiana
Biserni maturò anche una attitudine all‘impegno politico e amministrativo nel partito della Democrazia cristiana e lo profuse nella vita di paese. Quella vita che aveva imparato ad amare prima di tutto in casa, perché casa sua, una delle più vecchie del paese, che ora condivideva con la cara sorella Emanuela, era proprio in piazza, sotto la torre del campanone, come lo chiamano i tredoziesi, e i suoi genitori avevano a piano terra una piccola bottega di ferramenta, molto popolare.
Massimo è cresciuto anche qui, nella spontaneità e affabilità di una vita di paese che si affacciava sulla piazza. Il suo impegno sociale è stato all’insegna della partecipazione, della disponibilità e del servizio. Un servizio soprattutto alla cultura del paese che lo ha visto promotore e animatore nel tempo, di una vastissima rassegna di concerti e musica da camera.
A lui si devono tante iniziative dedicate alla musica classica. Ha diretto anche la Banda musicale di Tredozio e di Modigliana
A lui si devono tante estati all’insegna della musica classica, tante eleganti serate nella cornice di palazzo Fantini e la musica, sic et simpliciter, nella vita di paese. Fosse a servizio del turismo o del canto in chiesa, della messa di Natale in San Michele o di una serata musicale nell’incantevole scenario della piazza di Tredozio, il pentagramma era legato al suo nome. E lo fu anche la direzione della Banda musicale cittadina nei suoi ultimi anni di attività, prima che Massimo si dedicasse pure a quella di Modigliana. In tutto quello che faceva Massimo si dedicava primariamente al servizio.
E così passava ore e ore a scrivere partiture musicali, ad armonizzare spartiti, per il coro, per la banda, per i colleghi musicisti, per chiunque glielo richiedesse. Era questo che lo connotava: assieme ad una capacità elevata di animare e dirigere la musica, anche una disposizione umile e generosa agli aspetti procedurali, al poco gratificante lavoro compilativo, che lo teneva impegnato nel suo retrobottega.
Dopo la chiusura della bottega, che lo aveva visto rilevare l’attività di famiglia, il retrobottega era diventato il luogo dove passava la maggior parte del suo tempo, il suo ufficio spartano, il tempio della musica dove si era accolti dalle note della radio sintonizzata sul terzo canale della Rai, quello della cultura, della musica, dell’arte.
Interessi elevati sempre tradotti in un servizio concreto per la comunità
La si sentiva prima di bussare alla porta, la radio accesa, quando lo si trovava seduto al computer, in compagnia del suo amato cane, fedele compagno delle sue quotidiane passeggiate per il paese: quelle passeggiate serene che sono state la cifra dei suoi ultimi anni, quando era già in pensione, anche se è scomparso prematuramente. Lo si trovava al computer anche di sera, fino a tardi, e si poteva essere un po’ sfacciati, chiedergli un po’ di lavoro di grafica, di scrittura. Lavoro che Massimo non rifiutava mai: dovevi capire tu quando era troppo tardi anche se ormai avevi visto la luce accesa, già bussato e anche il cane ti aveva già riconosciuto e incominciato a far festa.
E così Massimo ha impiegato il suo tempo, il tempo che gli è stato dato; e tanta vita di paese è passata dal suo retrobottega, da quella porta dimessa che lo rappresentava e che diceva di uno stile, di un atteggiamento interiore ed esteriore. “Piazza Biserni”, abbiamo scherzato tante volte, parlando sulla porta di quel meandro di Largo Ghetti, tra il retro dell’ex palazzo del Fascio e il retro di casa sua, dopo la rititolazione dell’area in piazza Vespignani. Era il suo angolo di paradiso, il suo buon ritiro; un laboratorio dedicato all’otium, alla musica, alla storia, alla scrittura, alla fotografia e al negotium, perché era qui che questi interessi elevati si traducevano in servizio concreto alla comunità.
Era qui la sua finestra sul mondo, dove si apriva, la sua visuale, la sua prospettiva sulla realtà, sulla vita di paese. Massimo si affacciava serenamente con il suo fedele amico, apparendo in silenzio sotto l’ombra del secolare cedro, che domina la piazza. Non amava l’eccesso, la pedanteria: amava l’armonia, nella musica come nella vita. Era capace di uno sguardo raffinato che si esprimeva anche nella fotografia.
La vita di teatro come parabola esistenziale
La stagione della sua vita si è conclusa, si è conclusa anche la stagione degli anni irripetibili in cui lui è stato giovane e che sarebbe bene ricordare anche attraverso la scrittura: Massimo ha saputo calcare bene la scena; ha saputo salire sul palco come direttore d’orchestra, confondersi tra gli orchestrali come chi lascia ad altri la bacchetta, rimanere a disposizione dietro le quinte o scendere nel buco del suggeritore di scena. E infine starsene seduto tra il pubblico e pagare il biglietto: la vita di teatro, in tutti i suoi aspetti anche simbolici, lo rappresenta, è la metafora della sua parabola esistenziale.
Molti amano la direzione e il tenere la bacchetta in mano ma il lavoro di teatro e la vita, con tutte le prove d’orchestra, prima di uscire in scena, sono altra cosa: Massimo ha saputo calcare bene la scena e starsene anche in seconda fila: il luogo della fedeltà. Ora il testimone passa ai giovani: la presentazione, quasi in coincidenza con la sua scomparsa, di un’opera di interesse culturale locale, sulla devozione popolare, sabato sera, da parte di Alessio Sangiorgi, Elisa Schiumarini, Ivan Villa, si riveste così di ulteriore significato.
Gianluca Massari














