Il 29 novembre scorso, nella sede della Curia al Seminario vescovile Pio XII, si è svolta la cerimonia di consegna e investitura del notaio Paolo Castellari insignito del distintivo d’onore di cavaliere di San Gregorio Magno. A presiedere la cerimonia dell’onorificenza pontificia su nomina dello stesso papa Leone XIV, è stato il vescovo, monsignor Mario Toso. Di seguito riportiamo l’intervento del notaio Castellari in occasione della celebrazione.




Foto G. Zampaglione
L’intervento
Desidero in primo luogo ringraziare di cuore papa Leone, il vescovo Mario e tutta la Diocesi per questo riconoscimento così grande, che mi fa tornare bambino e ragazzino quando accompagnavo il Parroco del Duomo don Giovanni Bertoni a benedire le case per Pasqua e leggevo le letture durante la Messa domenicale. Il 3 aprile 2025, pochi giorni prima di morire, papa Francesco esortava i cristiani “a essere testimoni e artigiani di pace e di unità; a cercare sempre la comunione, a partire dai vostri gruppi e comunità. L’attaccamento ai leader non diventi mai motivo di conflitto.” Il 7 ottobre 2025 Papa Leone XIV ha invitato i giovani “all’impegno di ciascuno nella società, come costruttori di pace.” Egli afferma in particolare: “La testimonianza della fraternità e della pace, che l’amicizia con Cristo suscita in noi, ci solleva dall’indifferenza e dalla pigrizia spirituale, facendoci superare chiusure e sospetti. Ci lega inoltre gli uni agli altri, sospingendoci a impegnarci insieme, dal volontariato alla carità politica, per costruire nuove condizioni di vita per tutti. Non seguite chi usa le parole della fede per dividere: organizzatevi, invece, per rimuovere le disuguaglianze e riconciliare comunità polarizzate e oppresse. Perciò, cari amici, ascoltiamo la voce di Dio in noi e vinciamo il nostro egoismo, diventando operosi artigiani di pace. Allora quella pace, che è dono del Signore Risorto (cfr Gv 20,19), si renderà visibile nel mondo tramite la comune testimonianza di chi porta nel cuore il suo Spirito.”
Il 23 novembre 2025 Papa Leone, in occasione del 1700 anniversario del Concilio di Nicea ha fatto un accorato appello all’ecumenismo, affermando “Davvero quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide! Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace.”
Papa Gregorio Magno, visse nel VI secolo d.C. e fu, fra l’altro, iniziatore dell’evangelizzazione dell’Inghilterra. Pare che avesse visto alcuni giovani bellissimi provenienti dall’Inghilterra venduti come schiavi al mercato di Roma e li avesse chiamati angeli. Da qui il nome dato all’Inghilterra Anglia, Angleterre o Engelond. Nel 596, inviò il monaco Agostino, il quale divenne poi Vescovo di Canterbury a evangelizzare l’Inghilterra. Quest’anno, il re Carlo III del Regno Unito è venuto due volte in Italia. Prima si è recato a Ravenna, a prestare omaggio alla tomba di Dante, poi a Roma, a pregare con Papa Leone nella Cappella Sistina. Le sue visite sono state ricchissime di significato. A Ravenna, ha reso omaggio alla cultura italiana, come probabilmente mai un re d’Inghilterra aveva fatto verso la cultura di un altro paese. Infatti, ha riconosciuto, quello che è pacifico nel dibattito culturale anglosassone e non troppo noto in Italia, e cioè il grande influsso di Dante (e anche di Boccaccio e Petrarca, nonché di Giotto) su Geoffrey Chaucer, autore, fa l’altro, delle Canterbury Tales, e ritenuto il padre della lingua e della letteratura anglosassone.
Pregando nella Cappella Sistina con papa Leone, Carlo ha voluto ricordare le comuni radici cristiane, cercando di ricucire le ferite terribili dello scisma anglicano.
Chaucer è una grande figura del Trecento europeo, un uomo cristiano ed Europeo, che vive in una Londra profondamente integrata in Europa, e dove affluiscono merci da tutta Europa e dal mondo. Era un diplomatico al servizio dei Re del tempo (i Plantageneti Edoardo III, Riccardo II, ed Enrico IV). Analogamente al nobile cui era più era legato, John of Gaunt, Duca di Lancaster e uomo più ricco d’Inghilterra, dopo il Re e padre del futuro re Enrico IV (che usurpa il trono facendo uccidere Riccardo II), era un uomo di compromesso, di negoziazione, che cercava sempre soluzioni politiche, anziché attraverso la forza. Conosceva bene la lingua italiana, e svolse, per conto dei citati Re, diverse missioni diplomatiche, nell’Hainault, in Francia, in Navarra e in Italia, dove entrò in contatto con la cultura italiana; entrò poi in contatto con quella francese ed in particolare con Jean de Meun, autore del Roman de la Rose.
Egli vive in uno dei più importanti periodi della storia inglese, caratterizzati da molti eventi sconvolgenti: in primo luogo un cambiamento climatico con piogge violentissime che causò una grande carestia – the great famine – con la drastica di diminuzione dei raccolti e la moria di gran parte del bestiame – Chaucer fu persino nominato nella Royal Commission che aveva il compito di prevenire le inondazioni rinforzando, f4ra l’0altro gli argini dei fiumi; poi the great plague o Black death che, analogamente al resto d’Europa, stermina da un terzo a un mezzo della popolazione inglese; poi the French war o guerra dei 100 anni, che dopo alcune grandi vittorie iniziali, si risolverà per gli inglesi in una grande disfatta.
La povera gente affamata e oppressa da leggi ingiuste che prevedevano il salario massimo e tasse per capita (poll tax) si ribellò nella grande Peasant’s Revolt. Il popolo si ribellò contro quelle che riteneva le elites globaliste che favorivano i mercanti fiamminghi e italiani, e chiese riforme radicali come l’abolizione delle classi sociali. I rivoltosi si abbandonarono ad episodi di violenza inaudita, che furono alla base della loro perdita di consenso: infatti la loro rivolta fu soffocata nel sangue.
When Adam delved and Eve span, Who was then the gentleman? Era il loro motto. In questo mondo così complesso, egli cercò sempre di perseguire soluzioni politiche e non violente.
La sua opera più importante sono le Canterbury Tales, le novelle che diversi pellegrini gente comune si raccontano durante il loro pellegrinaggio a Canterbury per pregare sulla tomba del Santo martire Thomas Becket, fatto uccidere dal Re Enrico II, perché rifiutava di riconoscere nel Re, l’unica e assoluta autorità. La tomba e le spoglie di Thomas Becket, che si trovavano all’interno della Cattedrale di Canterbury e che erano meta di migliaia di pellegrini ed ex voto da tutta Europa fu poi fatta distruggere da Enrico VIII.
Le Canterbury Tales raccontano, come la Divina Commedia, di un pellegrinaggio. Le singole tales sono spesso ispirate a personaggi della Divina Commedia, nonché di Petrarca e Boccaccio. Alcuni studiosi sostengono che in quest’opera Dante è la guida di Chaucer come Virgilio lo è per Dante nella Commedia.
In entrambe le opere, il problema della lingua e della parola sono centrali. Si parte dalla Genesi, da linguaggio unico di Adamo, per poi arrivare alla Babele di Nimrod, e al tentativo di ricondurre tutto ad unità, che vede in Dante, che ha visto il Paradiso, maggiori certezze rispetto a Chaucer, che spera di conseguirlo.
La visione di Chaucer è incentrata sul tiding, sulla notizia, sulla novella che cambia quotidianamente, e quindi sulle tante sfaccettature della personalità umana e di una società complessa, dove le diversità permangono
Egli fissa il significato di alcune parole nella lingua inglese
Ad esempio, nella Canon’s Yeoman’s Tale la parola swete sweat sudare è sintomo di sofferenza
1186 Ye been right hoot; I se wel how ye swete.
You are very hot; I see well how you sweat.
“sweetness and sweat”
Nel Famoso monologo dell’Amleto Shakespeare userà la frase “To grunt and sweat under a weary life” e Churchill in uno dei suoi famosi discorsi “blood, sweat and tears”
Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata. 69
I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.
Dice Dante nel II Canto dell’Inferno
La parola è assolutamente centrale nella Weltanschauung sia dantesca, sia chauceriana perché consente agli uomini di parlare sia tra loro sia con Dio.
Sotto questo profilo, bisogna ancora una volta valorizzare il pensiero di Don Milani, che individuava la parola come strumento fondamentale di istruzione e promozione umana.
La centralità della lingua e della parola significano anche pari dignità della lingua volgare, sia rispetto all’Ebraico di Adamo, sia al Latino, ed è a ben vedere questo l’elemento più innovativo e rivoluzionario, sia in Dante, sia in Chaucer. Per gli inglesi questo è importantissimo, perché in questo modo la lingua e la civiltà anglo sassone si affrancano dalla dipendenza dal francese. L’anglo normanno era infatti la lingua imposta dagli invasori normanni dal 1066 in poi. Infatti, non è un caso che sarà Enrico IV, agli albori del 1400 a introdurre la lingua inglese (di Chaucer) come linguaggio ufficiale di corte.
Leggiamo alcuni, brevi, ma significativi passi delle Tales:
Il prologo:
1 Whan that Aprill with his shoures soote
When April with its sweet-smelling showers
2 The droghte of March hath perced to the roote,
Has pierced the drought of March to the root,
3 And bathed every veyne in swich licour
And bathed every vein (of the plants) in such liquid
4 Of which vertu engendred is the flour;
By which power the flower is created;
5 Whan Zephirus eek with his sweete breeth
When the West Wind also with its sweet breath,
6 Inspired hath in every holt and heeth
In every wood and field has breathed life into
7 The tendre croppes, and the yonge sonne
The tender new leaves, and the young sun
8 Hath in the Ram his half cours yronne,
Has run half its course in Aries,
9 And smale foweles maken melodye,
And small fowls make melody,
10 That slepen al the nyght with open ye
Those that sleep all the night with open eyes
11 (So priketh hem Nature in hir corages),
(So Nature incites them in their hearts),
12 Thanne longen folk to goon on pilgrimages,
Then folk long to go on pilgrimages,
13 And palmeres for to seken straunge strondes,
And professional pilgrims to seek foreign shores,
14 To ferne halwes, kowthe in sondry londes;
To distant shrines, known in various lands;
15 And specially from every shires ende
And specially from every shire’s end
16 Of Engelond to Caunterbury they wende,
Of England to Canterbury they travel,
17 The hooly blisful martir for to seke,
To seek the holy blessed martyr,
18 That hem hath holpen whan that they were seeke.
Who helped them when they were sick.
E’ certamente uno dei passi più famosi della letteratura inglese, che racconta del pellegrinaggio del popolo a Canterbury, per ringraziare il Santo Martire che li aveva curati quando erano malati, ad aprile, quanto la natura si risveglia e le piogge abbondano.
Il riferimento a Zephirus riguarda sia il passato:
– Solvitur acris hiems grata vice veris et Favoni di Orazio;
sia il futuro:
– until Thine azure sister of the Spring shall blow Her clarion o’er the dreaming earth
che alcuni secoli dopo scriverà Shelley nell’Ode to the West Wind, che appaiono sicuramente ispirate ai versi chauceriani
Passiamo poi alla Wife of Bath, uno dei personaggi più famosi della letteratura inglese, e tale da oscurare la fama dello stesso Chaucer:
692 Who peyntede the leon, tel me who?
Who painted the lion, tell me who?
693 By God, if wommen hadde writen stories,
By God, if women had written stories,
694 As clerkes han withinne hire oratories,
As clerks have within their studies,
695 They wolde han writen of men moore wikkednesse
They would have written of men more wickedness
696 Than al the mark of Adam may redresse.
Than all the male sex could set right.
Questa è forse una delle parti più importanti del pensiero di Chaucer, se non la più fondamentale. La Wife of Bath, Alison afferma che, quando si analizza qualcosa bisogna chiedersi sempre quale sia la fonte e la sua prospettiva. Se le donne avessero potuto scrivere di se stesse e degli uomini, la loro prospettiva sarebbe stata diversa da quella maschile e certamente avrebbero scritto anche cose non troppo positive sugli uomini.
Si tratta di un principio che trascende i rapporti di genere, ma che si riferisce a qualunque narrazione o rappresentazione.
Quanta attualità di questi versi, nel tempo della disinformazione e delle fake news. Basterebbe pensare alla rappresentazione di eventi come le guerre o i genocidi per comprendere quanto profonda è la forza di questa frase
Nella Manciple’s Tale, Chaucer afferma che:
207 The wise Plato seith, as ye may rede,
The wise Plato says, as you may read,
208 The word moot nede accorde with the dede.
The word must by necessity accord with the deed.
209 If men shal telle proprely a thyng,
If men shall tell a thing properly,
210 The word moot cosyn be to the werkyng.
The word must be cousin to the deed.
Le parole devono quindi essere cugine delle azioni.
Due secoli dopo, Shakespeare, scriverà, in un famoso brano dell’Amleto:
The harlot’s cheek, beautied with plast’ring art,
Is not more ugly to the thing that helps it
Than is my deed to my most painted word.
Nella sua lunga attività di diplomatico abituato a cercare compromessi, Chaucer ritiene che l’ascolto delle diverse posizioni e ragioni sia fondamentale. Anch’egli sosteneva che la ragione o il torto non stessero tutte da una parte o dall’altra. Prima di decidere bisogna tener conto di tutte le prospettive. E’ a ben vedere il modus operandi che ispirò sia gli autori del Codice di Camaldoli, sia i padri costituenti italiani, che perseguirono mediazioni e compromessi per il bene comune.
Questa frase ci dice che dobbiamo essere costruttori di Pace, come lui cercò di essere.
E ancora la The loathly lady della Wife of Bath
1117 Crist wole we clayme of hym oure gentillesse,
Christ wants us to claim our nobility from him,
1118 Nat of oure eldres for hire old richesse.
Not from our ancestors for their old riches.
1119 For thogh they yeve us al hir heritage,
For though they give us all their heritage,
1120 For which we clayme to been of heigh parage,
For which we claim to be of noble lineage,
1121 Yet may they nat biquethe for no thyng
Yet they can not bequeath by any means
1122 To noon of us hir vertuous lyvyng,
To any of us their virtuous living,
1162 Thy gentillesse cometh fro God allone.
Thy nobility comes from God alone.
1163 Thanne comth oure verray gentillesse of grace;
Then our true nobility comes from grace ;
1164 It was no thyng biquethe us with oure place.
It was not at all bequeathed to us with our social rank.
1167 That out of poverte roos to heigh noblesse.
That out of poverty rose to high nobility.
1168 Reedeth Senek, and redeth eek Boece;
Read Seneca, and read also Boethius;
1169 Ther shul ye seen expres that it no drede is
There shall you see clearly that it is no doubt
1170 That he is gentil that dooth gentil dedis.
That he is noble who does noble deeds.
1177 “And ther as ye of poverte me repreeve,
“And whereas you reprove me for poverty,
1178 The hye God, on whom that we bileeve,
The high God, on whom we believe,
1179 In wilful poverte chees to lyve his lyf.
In voluntary poverty chose to live his life.
1180 And certes every man, mayden, or wyf
And certainly every man, maiden, or woman
1181 May understonde that Jhesus, hevene kyng,
Can understand that Jesus, heaven’s king,
1182 Ne wolde nat chese a vicious lyvyng.
Would not choose a vicious form of living.
1183 Glad poverte is an honest thyng, certeyn;
Glad poverty is an honest thing, certain
1203 Poverte a spectacle is, as thynketh me,
Poverty is an eye glass, as it seems to me,
1204 Thurgh which he may his verray freendes see.
Through which one may see his true friends.
1205 And therfore, sire, syn that I noght yow greve,
And therefore, sir, since I do not injure you,
1206 Of my poverte namoore ye me repreve.
You (should) no longer reprove me for my poverty.
1207 “Now, sire, of elde ye repreve me;
“Now, sir, of old age you reprove me;
1208 And certes, sire, thogh noon auctoritee
And certainly, sir, though no authority
1209 Were in no book, ye gentils of honour
Were in any book, you gentlefolk of honor
1210 Seyn that men sholde an oold wight doon favour
Say that men should be courteous to an old person
1211 And clepe hym fader, for youre gentillesse;
And call him father, because of your nobility;
1212 And auctours shal I fynden, as I gesse.
And authors shall I find, as I guess.
Non il censo o la ricchezza o la gioventù rendono nobili, ma le nostre azioni virtuose. Le GENTILLESSE non viene dal censo e dalla ricchezza ma da Dio. Non dobbiamo disprezzare i poveri e gli anziani, ma amarli, perché sono espressione di Dio.
Quanto sono attuali questi concetti se pensiamo all’enciclica Dilexi Te di Papa Leone, scritta per continuare l’opera di Papa Francesco.
Basta, riportare ex multis questo brano:
Una sfida ineludibile per la Chiesa di oggi
108. In un tempo particolarmente difficile per la Chiesa di Roma, quando le istituzioni imperiali stavano crollando sotto la pressione dei barbari, il Papa San Gregorio Magno ammoniva così i suoi fedeli: «Ogni giorno possiamo trovare Lazzaro, se lo cerchiamo, e ogni giorno ci imbattiamo in lui, anche senza metterci a cercarlo. I poveri si presentano a noi anche in modo importuno e ci rivolgono delle richieste, essi che un giorno potranno intercedere per noi. […] Non sciupate dunque le occasioni di agire con misericordia e non trascurate di ricorrere ai rimedi di cui potete disporre». [118] Coraggiosamente egli sfidava i diffusi pregiudizi nei confronti dei poveri, come quello che li vedeva come responsabili della propria stessa miseria: «Quando vedete dei poveri compiere qualche azione da biasimare, non abbiate disprezzo o sfiducia nei loro confronti, perché il fuoco della povertà sta forse purificando ciò che essi compiono contraendo delle colpe anche se lievissime». [119] Non di rado il benessere rende ciechi, al punto che pensiamo che la nostra felicità possa realizzarsi soltanto se riusciamo a fare a meno degli altri. In questo, i poveri possono essere per noi come dei maestri silenziosi, riportando a una giusta umiltà il nostro orgoglio e la nostra arroganza.
109. Se è vero che i poveri vengono sostenuti da chi ha mezzi economici, si può affermare con certezza anche l’inverso. È questa una sorprendente esperienza attestata dalla tradizione cristiana e che diventa una vera e propria svolta nella nostra vita personale, quando ci accorgiamo che sono proprio i poveri a evangelizzarci. In che modo? Nel silenzio della loro condizione, essi ci pongono di fronte alla nostra debolezza. L’anziano, ad esempio, con la fragilità del suo corpo, ci ricorda la nostra vulnerabilità, anche se cerchiamo di nasconderla dietro il benessere o l’apparenza. Inoltre, i poveri ci fanno riflettere sull’inconsistenza di quell’orgoglio aggressivo con cui spesso affrontiamo le difficoltà della vita. In sostanza, essi rivelano la nostra precarietà e la vacuità di una vita apparentemente protetta e sicura. A questo proposito, ascoltiamo di nuovo San Gregorio Magno: «Nessuno dunque si senta sicuro dicendo: io non derubo gli altri, perché mi limito a far uso dei beni a me concessi secondo giustizia. Il ricco Epulone infatti non fu punito perché volle per sé i beni altrui, ma per aver trascurato sé stesso dopo aver ricevuto tante ricchezze. La sua condanna all’inferno fu determinata dal fatto che nella felicità egli non conservò il sentimento del timore, divenne arrogante per i doni ricevuti, non ebbe alcun sentimento di compassione». [120]
L’opera di Chaucer si sofferma spesso sui rapporti interpersonali:
Nella Miller’s tale
3163 An housbonde shal nat been inquisityf
A husband must not be inquisitive
3164 Of Goddes pryvetee, nor of his wyf.
Of God’s secrets, nor of his wife.
Nella Wife of Bath
317 I trowe thou woldest loke me in thy chiste!
I believe thou would lock me in thy strongbox!
318 Thou sholdest seye, “Wyf, go wher thee liste;
Thou should say, “Wife, go where you please;
319 Taak youre disport; I wol nat leve no talys.
Enjoy yourself; I will not believe any gossip.
320 I knowe yow for a trewe wyf, dame Alys.”
I know you for a true wife, dame Alys.”
321 We love no man that taketh kep or charge
We love no man who takes notice or concern about
322 Wher that we goon; we wol ben at oure large.
Where we go; we will be free (to do as we wish).
323 Of alle men yblessed moot he be,
Of all men blessed may he be,
Al termine delle Canterbury Tales, che coincidono con la fine della sua vita, Chaucer conclude con alcune considerazioni profondamente cristiane:
This blisful regne may men purchace by poverte espiritueel, and the glorie by lowenesse, the plentee of joye by hunger and thurst, and the reste by travaille, and the lyf by deeth and mortificacion of synne. (ParsT X.1080)
But of the translation of Boethius’s Consolation of Philosophy, and other books of legends of saints, and homilies, and morality, and devotion, that thank I our Lord Jesus Christ and his blissful Mother, and all the saints of heaven, [1090] beseeching them that they from henceforth unto my life’s end send me grace to bewail my sins and to study to the salvation of my soul, and grant me grace of true penitence, confession and satisfaction to do in this present life, through the benign grace of him that is king of kings and priest over all priests, that bought us with the precious blood of his heart, so that I may be one of them at the day of doom that shall be saved
La salvezza si ottiene sia attraverso le azioni, sia per grazia di Dio. In questi brani, Chaucer si rivela un profeta di speranza. Ovviamente, nonché come Dante che ha visto il Paradiso nella Commedia, ma egli spera di conseguirlo.
Chaucer mostra un’ammirazione enorme per Dante. Basta leggere questi versi: Nella Wife of Bath:
1125 “Wel kan the wise poete of Florence,
“Well can the wise poet of Florence,
1126 That highte Dant, speken in this sentence.
Who is called Dante, speak on this matter.
1127 Lo, in swich maner rym is Dantes tale:
Lo, in such sort of rime is Dante’s speech:
1128 `Ful selde up riseth by his branches smale
`Very seldom grows up from its small branches
Nella Monk’s Tale:
2459 Whoso wol here it in a lenger wise,
Whoever wants to hear it in a longer version,
2460 Redeth the grete poete of Ytaille
Read the great poet of Italy
2461 That highte Dant, for he kan al devyse
Who is called Dante, for he can all narrate
2462 Fro point to point; nat o word wol he faille.
In great detail; not one word will he lack.
Alcuni versi delle Tales sono la traduzione quasi letterale di alcuni celebri versi della Commedia:
Nella Prioress’s Tale
474 Lady, thy bountee, thy magnificence,
Lady, thy goodness, thy magnificence,
475 Thy vertu and thy grete humylitee
Thy virtue and thy great humility
476 Ther may no tonge expresse in no science;
There can no tongue express in (the language of) any science;
477 For somtyme, Lady, er men praye to thee,
For sometimes, Lady, ere men pray to thee,
478 Thou goost biforn of thy benyngnytee,
Thou goest before because of thy kindliness,
479 And getest us the lyght, of thy preyere,
And gettest us the light, by thy prayer,
480 To gyden us unto thy Sone so deere.
To guide us unto thy Son so dear.
50 Assembled is in thee magnificence
Magnificence is in thee combined
51 With mercy, goodnesse, and with swich pitee
With mercy, goodness, and with such pity
52 That thou, that art the sonne of excellence
That thou, who art the sun of excellence
53 Nat oonly helpest hem that preyen thee,
Not only helpest them that pray thee,
54 But often tyme of thy benygnytee
But often of thy goodness
55 Ful frely, er that men thyn help biseche,
Very willingly, before men beseech thine help,
56 Thou goost biforn and art hir lyves leche.
Thou goest before and art their lives’ physician.
(Second Nun, 50–56)
Qui abbiamo la quasi traduzione del famoso inno di San Bernardo alla Vergine
Vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Alcuni studiosi lo definiscono “Dante in Inglissh”.
Sarebbe tuttavia profondamente fuorviante definire Chaucer un mero imitatore di Dante. In realtà si tratta di una grande figura del trecento europeo ancora molto attuale anche ai giorni nostri
Da queste letture possiamo credo trarre due fondamentali principi:
– la cultura è universale e pertanto senza confini e come Carlo è venuto a Ravenna per dirci in fondo noi Britannici siamo anche un po’ Italiani, anche noi Italiani dobbiamo e possiamo sentirci un po’ British;
– gli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa sono nel Medioevo come oggi fondamentali e costituiscono una salda guida in questo mondo purtroppo caratterizzato da guerre, povertà e grandi differenze sociali, e disprezzo dei più fondamentali valori della persona umana.
– credo che siano profondamente veritiere le parole di Papa Leone, secondo cui quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide.
Paolo Castellari














