Ci sono momenti in cui una comunità sente il bisogno di fermarsi e guardarsi dentro, andando oltre l’abitudine e il rumore quotidiano. A Marradi è accaduto proprio questo, grazie all’incontro pubblico promosso dalla Pro Loco con il contributo della Regione Toscana, ospitato nel Teatro della chiesa di San Lorenzo, messo a disposizione da don Mirko Santandrea. Un luogo semplice, un titolo che nasconde la parola “Recupera”, e tre voci capaci di aprire squarci di realtà e speranza. A tenere insieme il filo della mattinata è stato Alessandro Bellini che ha introdotto e accompagnato ogni intervento con cura, creando un dialogo continuo tra i relatori e il pubblico. I saluti istituzionali del vicesindaco Andrea Badiali hanno sottolineato il valore di un Comune che non teme di affrontare temi complessi, perché riguardano l’intera comunità.

Le ferite che parlano: l’intervento di Marcello Bortolato

Il primo a prendere la parola è stato Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze. Ha portato con sé un’idea di giustizia che non si ferma alla condanna, ma cerca la cura delle ferite generate dal reato: ferite nella vittima, nella comunità, e perfino in chi il reato l’ha commesso. È qui che entra la giustizia riparativa, introdotta nel sistema penale italiano grazie alla Riforma Cartabia del 2022, che ne ha riconosciuto il valore e definito strumenti e percorsi. Bortolato ci ha ricordato che non sostituisce la giustizia ordinaria, né la mette in discussione: procede accanto a essa, come un sentiero parallelo. Il processo continua il suo corso, ma nei centri di giustizia riparativa può accadere qualcosa che nessuna aula di tribunale permette: l’incontro.

Un dialogo volontario, protetto, guidato da mediatori imparziali che custodiscono la delicatezza di una ferita ancora aperta. La vittima può porre domande rimaste sospese, l’autore del reato può finalmente confrontarsi con le conseguenze reali delle proprie azioni. E lì, proprio lì, nasce spesso una consapevolezza nuova, capace persino di far crollare la recidiva quasi a zero. Per dare forma a questa idea, Bortolato ha scelto l’immagine del Kintsugi, l’arte giapponese che ricompone le ceramiche rotte con oro liquido. Le crepe non vengono nascoste: diventano segni di valore, memoria di un dolore che, accettato, si trasforma.

Il video di Kairos Torino: il tempo che accoglie

Sempre guidati da Bellini, i presenti hanno poi assistito al docufilm della Comunità Kairos di Torino. Sullo schermo scorrono storie di giovani che hanno attraversato fatiche profonde, assenze e dolori che spesso non trovano parole. In quel percorso fatto di lavoro, musica e fotografia si intravede il loro tentativo sincero di riscattarsi, di dare un nome diverso al proprio futuro. Una frase ha attraversato il silenzio della sala: “Non esistono ragazzi cattivi, esistono storie che chiedono ascolto”. A Kairos lo sanno bene. Gli spazi curati, la quotidianità condivisa e la presenza di adulti che sanno dedicare tempo e attenzione; offrono ai ragazzi un punto fermo da cui ripartire. Una bellezza semplice, che non giudica e non pretende, fatta di piccoli gesti quotidiani che aiutano a ritrovare fiducia e a immaginare che un futuro diverso sia davvero possibile.

Donatella Di Fiore: il bene che ritorna

Il secondo intervento, introdotto sempre da Bellini, è stato quello di Donatella Di Fiore, che per quarant’anni ha vissuto il tribunale da giudice penalista e oggi guida la Fondazione Pro Solidarietate di Faenza. La sua esperienza è immensa, intrecciata a migliaia di volti e di vicende umane. Parlando del lavoro di pubblica utilità, non ha descritto una semplice alternativa alla pena, ma una forma concreta di riparazione capace di generare valore reale. Nei servizi della Caritas – mensa, docce, lavanderia, ambulatori – chi svolge questo percorso entra in contatto con fragilità reali e bisogni essenziali. È lì che spesso nasce una responsabilità nuova, tanto che molti continuano a offrire il proprio aiuto anche dopo aver concluso la pena. La sua voce ha ricordato che la riparazione non è solo un’idea, ma un lavoro quotidiano, fatto di relazioni che cambiano chi aiuta e chi viene aiutato.

Don Enzo Zannoni: la casa che non giudica

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A chiudere la mattinata, sempre accompagnato dalla voce di Bellini, è stato don Enzo Zannoni, cappellano del carcere di Forlì. Inizia il suo intervento con una frase che lascia il segno: “Dopo quarant’anni di insegnamento a scuola, ora sono quindici anni che vivo in carcere”. La sua testimonianza ha portato nella sala un’umanità che non lascia indifferenti. Le sue parole non cercano effetti: parlano di volti, di persone, di incontri quotidiani. Racconta i volontari che accolgono i familiari dei detenuti in uno spazio dedicato, per alleviare quei minuti sospesi prima del colloquio. Racconta dei ragazzi che ospita in canonica, appena usciti dal carcere, quando l’aria libera può essere più disorientante della cella. Col tempo, da questi incontri è nata una piccola comunità inattesa, costruita senza gesti eclatanti: ci si ascolta, ci si aiuta, si condividono pasti, preghiere e silenzi. È un modo di stare insieme che disarma, perché restituisce dignità dove spesso resta solo vergogna o paura.

La sua riflessione ha ricordato a tutti che il carcere non è un luogo lontano, ma una parte viva della nostra società, attraversata da violenza e solitudine, e che proprio lì, dove tutto sembra fermo o perduto, le persone possono cambiare se qualcuno accetta di camminare accanto a loro.

Una giornata che resta

La mattinata ha preso forma come qualcosa che andava oltre un incontro pubblico, diventando un tempo condiviso in cui prospettive diverse hanno mostrato quanto la giustizia, quando incrocia le vite reali, sia fragile e preziosa. Le parole dei relatori, il docufilm, le testimonianze, hanno riportato al centro ciò che spesso viene dimenticato: dietro ogni scelta sbagliata c’è una storia, dietro ogni ferita c’è un bisogno di ascolto, dietro ogni possibilità di recupero c’è una comunità che sceglie di non voltarsi dall’altra parte.

La giustizia riparativa, il lavoro di pubblica utilità, la vita dentro e fuori dal carcere non sono concetti lontani, ma luoghi in cui ogni giorno si decide se lasciare che il dolore resti tale o diventi occasione di ricostruzione. È questo il valore più grande della mattinata: aver ricordato che la società non si misura dalla perfezione dei suoi cittadini, ma dalla capacità di accompagnare chi cade, sostenere chi soffre e riconoscere che nessuno si salva da solo. Un incontro che non ha risolto tutto, ma ha acceso un pensiero: dove c’è ascolto, rispetto e responsabilità condivisa, anche le crepe più profonde possono diventare un punto da cui ripartire.

Claudia Scalini