La frase che più colpisce è quella utilizzata nel titolo della serata: «Faenza oggi non è sicura». Non uno slogan, ma la sintesi di due anni e mezzo di incontri, documenti, droni, sopralluoghi, mail, ricorsi al Prefetto, telefonate a enti pubblici, richieste diluite nel tempo. Al centro dell’assemblea organizzata dal Comitato Borgo Alluvionato il 1° dicembre al cinema Europa – gremito di pubblico – non ci sono lamentele fine a se stesse, ma dati tecnici, mappe, simulazioni e domande precise: perché gli argini del Lamone non hanno un’altezza omogenea? Perché l’area di resistenza di via Cimatti non è ancora dotata delle pompe stabili che dovrebbero renderla operativa? Perché le casse di espansione, promesse da oltre un anno e mezzo, non hanno ancora un cronoprogramma? Perché il Piano di Bacino — da cui dipendono sicurezza idraulica e delocalizzazioni — è fermo da mesi? Ad ascoltarle, una comunità che non accetta più di vivere sospesa, nell’incertezza di cosa accadrà alla prossima pioggia intensa. A due anni e mezzo dall’alluvione del maggio 2023 i nodi irrisolti sono ancora molti: argini bassi, casse di espansione senza un cronoprogramma, assenza delle pompe definitive nell’area di contenimento di via Cimatti, delocalizzazioni ferme, Sfinge in stallo, rischio di allagamenti dalle fogne. Il risultato è un sentimento comune, espresso a più riprese dai residenti del Borgo e di altri quartieri colpiti: «Così non è possibile vivere».
“Abbiamo parlato con tutti. Nessuno ci dice quando”
A prendere la parola per primo è Luca Toni, del Comitato Borgo. Il suo intervento fotografa con precisione la frammentazione delle competenze e la lentezza delle decisioni. «Abbiamo raccolto nei mesi scorsi 20mila firme per chiedere le casse di espansione. Le abbiamo consegnate alla Regione, all’Autorità di Bacino del Po, all’Agenzia regionale per la sicurezza territoriale, al Prefetto, al Comune. Tutti ci hanno ascoltato. Ma nessuno ci dice quando verranno fatte le opere» La difficoltà maggiore — spiegano i membri del comitato — è la mancanza di un referente unico. Regione, Autorità di Bacino, Agenzia della sicurezza territoriale, Prefettura, Comune: ognuno ha una porzione di competenza, ma nessuno ha il potere o la volontà di garantire tempistiche certe.
Argini bassi lato Borgo: “Non è democrazia idraulica”
Uno dei passaggi più tecnici arriva con l’intervento di Marcello Arfelli, uno dei fondatori del comitato. In primavera, racconta, i residenti hanno segnalato che l’argine destro del Lamone — quello che protegge il Borgo — presentava in più punti un’altezza anomala. «Se c’è piena cosa succede? Che si salva solo una parte della città? Non è democrazia idraulica.» La verifica, realizzata grazie al lavoro dell’ingegnere Mattia Castelli, membro del comitato e collaboratore del Mose di Venezia, conferma i dubbi: tramite drone e modellazione 3d è stata realizzata una simulazione di piena delle aree critiche. E i risultati sono nitidi: via Cimatti, via De Gasperi, Borgotto e via Lesi sono tutte zone da cui, secondo la simulazione, l’acqua uscirebbe in caso di piena significativa. La segnalazione è stata inviata a Regione e Comune; in assenza di risposte, il comitato si è rivolto al prefetto Ricciardi, che ha sollecitato la messa in sicurezza.
Piano del Bacino atteso entro il 31 dicembre: “da lì tante situazioni finalmente potranno sbloccarsi”
Il grande nodo da sciogliere è arrivato però solo poche settimane fa: tutto è fermo in attesa dell’aggiornamento del Piano di Bacino, che dovrebbe arrivare — forse — entro il 31 dicembre. Un passaggio chiave: il Piano stabilirà le portate di piena, le zone esondabili e, di riflesso, il destino delle casse di espansione. «Finché non esce questo documento, tutto è fermo. Si fanno solo manutenzioni» spiega Arfelli. «E le delocalizzazioni, che riguardano una trentina di famiglie, restano sospese. È inaccettabile dopo due anni e mezzo».
Via Cimatti, bene l’“area di resistenza” ma un’opera ancora incompleta
Toni torna sul tema dell’area di contenimento realizzata in via Cimatti, definita dai tecnici “area di resistenza”, ma per i cittadini ancora insufficiente. «Mancano le pompe stabili e l’allaccio alla corrente. Quelle temporanee possono essere messe solo in emergenza, sottraendo personale ad altre operazioni. Per svuotare un’area di 380mila metri quadrati in tre giorni servono pompe fisse e potenti. Quando arriveranno? Non abbiamo ancora una risposta». I membri del comitato hanno però elogiato l’intervento complessivo del Comune, evidenziato come “se le cose si vogliono fare, si fanno anche in tempi brevi”.

Il rischio che arriva dalle fogne: “Ravenna seconda provincia d’Italia per allagamenti”
Non solo fiumi. Il comitato richiama anche il rischio di allagamenti dal sistema fognario. Secondo i dati citati da un membro del comitato: Ravenna è la seconda provincia in Italia per numero di allagamenti da fogna (prima Bologna). Gli interventi finora programmati sono considerati insufficienti. Si tratta di un tema spesso invisibile nel dibattito pubblico, ma che incide pesantemente sulla sicurezza urbana.
Sfinge e la semplificazione che non arriva
Un altro fronte critico riguarda la piattaforma Sfinge, quella che gestisce i risarcimenti post alluvione. Arfelli ricorda che già a gennaio — appena insediato Curcio come commissario — tutti i comitati dell’Emilia-Romagna avevano chiesto una semplificazione delle procedure.
A novembre 2025, dopo un anno, l’ordinanza è ancora alla Corte dei Conti. «Non è accettabile. L’idea era dividere i risarcimenti in fasce: sotto i 15mila euro senza perizia, poi una fascia intermedia fino a 30mila, e sopra i 30mila la procedura completa. Ma se tutto è fermo, nessuno riceve nulla. E intanto Curcio a fine anno terminerà il suo incarico».
Le voci delle famiglie: “Viviamo da sei mesi in sospensione”
Le testimonianze dei residenti di altre aree della città sono forse la parte più dura della serata.
Manuela Succi, via Giovanni Verità

La sua casa si trova subito dopo il Ponte Rosso. Racconta di aver scoperto, durante l’incontro pubblico di giugno scorso con i rappresentanti della Regione, che la sua abitazione potrebbe essere considerata “potenzialmente trasformabile in cassa di espansione”. «A Natale saranno sei mesi che viviamo nella sospensione, non sapendo se delocalizzare o meno. Quando c’è allerta rossa ci arriva l’ordinanza di evacuazione. Dobbiamo restare lucidi e pronti a scappare. Vogliamo sapere cosa sarà di noi. Vogliamo vivere in sicurezza, non nell’incertezza. Siamo disposti a fare sacrifici, ma prima dobbiamo sapere esattamente cosa sarà delle zone dove abitiamo». Da lì nasce l’idea di dar vita a un comitato che ha permesso di confrontarsi e dare voce al sentimento di incertezza che provano i residenti.
Novella, via San Martino
Abita alla confluenza di Lamone e Marzeno. «Nel 2023 nessuno venne in via San Martino. Niente bobcat, niente ruspe. Solo i volontari dei miei nipoti. Il Marzeno è un torrente dearginizzato: mi è stato detto che non si può fare molto. Ho bussato a tutte le porte. Abbiamo bisogno di risposte». Anche lei è in attesa di capire se delocalizzare o meno.
Le delocalizzazioni: ordinanza ferma, famiglie bloccate
Esiste già un’ordinanza sulle delocalizzazioni, ma praticamente nessuno può accedervi. Perché? Servono due condizioni: l’immobile deve trovarsi in un’area dove l’urbanistica vieta nuove costruzioni; inoltre deve essere dichiarato inagibile. In assenza dell’aggiornamento del Piano di Bacino (in arrivo entro il 31 dicembre e che determinerà le possibili aree esondabili), la prima condizione non è determinabile; senza perizie rapide, la seconda non si sblocca. Risultato: tutto fermo.
Durante l’incontro sono stati annunciati alcuni lavori: tra cui una nuova fogna per le acque piovane tra ponte della circonvallazione e Santa Lucia (per questo sarà necessaria una nuova chiusura temporanea in via Cimatti). Inoltre sono in corso le attività di rialzo dell’argine del Lamone in via Cimatti lato Borgo, fino al Ponte delle Grazie. Ma il sentimento emerso in sala è che si tratti di ritocchi marginali, non di interventi strutturali.
Una città che chiede certezze
La serata al Cinema Europa non è stata un semplice sfogo. È stata una richiesta, lucida e condivisa, di trasparenza e priorità. A due anni e mezzo dall’alluvione, Faenza vive ancora divisa tra la voglia di ripartire e la paura sotterranea che tutto possa ripetersi. Il Borgo — la zona della città più ferita — non chiede miracoli: chiede tempi, risposte, scadenze. In sintesi: sapere cosa accadrà.
Samuele Marchi
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