La devozione popolare, sia essa legata ad immagini pregevoli, opere d’arte storicamente rilevanti, sia più spesso ad umili immagini generiche, rappresenta nondimeno uno specchio fedele della società, del vivere; un indicatore etnologico, profondamente rivelatore. Un caleidoscopio antropologico di arte, innanzitutto; musica, letteratura. La troviamo innervata storicamente nei processi di sviluppo identitario: nel nostro civismo e urbanesimo tipicamente italiano e nel campanilismo, quello delle città così come quello dei paesi e delle campagne: ovunque ci siano quattro case c’è l’immagine di un santo o della Madonna, alla quale è attribuito un titolo particolare, che verosimilmente la distingue, la caratterizza e rende riconoscibile come un vessillo, come propria, nel fare casa di una comunità.
Madonne, santi e identità dei luoghi

“Guerra di santi”, titola pure una novella tragicomica dello scrittore verista Giovanni Verga. Solo nel territorio della ex diocesi di Modigliana, la Madonna delle Grazie a Tredozio, del Cantone, a Modigliana, del Sangue a Portico di Romagna, delle Lacrime a Rocca San Casciano, del Fonte a San Donnino in Soglio, dei Fiori a Castrocaro, del Mogio a Premilcuore, del Popolo a Marradi, etc. E sono non solo immagini che rappresentano il sacro, al di là del valore artistico, spesso rilevante, ma alle quali poter legare gli affetti e i sentimenti anche nella loro espressione tangibile, che coinvolga cioè anima e corpo; ed è in virtù di questo che sono entrate a far parte di una solida tradizione.
Un linguaggio fisico della fede
Un’immagine alla quale poter parlare e non solo rivolgere il pensiero: da poter toccare e non solo guardare, difronte alla quale piangere, sorridere; alla quale portare un fiore, accendere un cero ed esprimere così intimità e familiarità attraverso il contatto fisico. Un’immagine alla quale offrire un ex voto, un dono prezioso ma anche semplice; della quale portare un simulacro addosso, una riproduzione in tasca, tra i documenti, così come gli uomini tenevano un tempo, un santino nel risvolto del cappello e le donne cucivano una medaglietta in alluminio nell’orlo della biancheria, specialmente quella dei figli. Ed è sempre un linguaggio fisico ad esprimere queste parole: i ceri, i fiori, i doni umili o preziosi, gli ex voto, si affollano, si accalcano spontaneamente tanto più vicino, letteralmente addosso alle immagini. Tanto che queste espressioni a volte vengono giudicate morbose, istintuali, fuorvianti ed eccessive sotto vari profili religiosi e profani, richiedendo una disciplina esterna, una supervisione.
Si pensi a quella che era la devozione alla Madonna del Ghiandolino, santuario meta di pellegrinaggi, che nel nostro territorio ha dato origine all’espressione dialettale: “La pé la Madòna de Giandlè“, metafora colorita per indicare una donna agghindata di gioielli; tanto era questa immagine mariana adornata di monili preziosi, che quasi parossisticamente la coprivano.
Immagini sacre e luoghi di cura
Viene pure in mente, anche in ambito cittadino, la Grotta di Lourdes che si trovava nel cortile d’accesso posteriore dell’Ospedale civile di Faenza, poi purtroppo rimossa per esigenze funzionali dell’area: perennemente assiepata di ceri e di vasi di fiori, quasi un tappeto all’intorno, costituiva con la sua collocazione, un passaggio visivo potente, ineludibile, e un accesso iconico di questo luogo di cura, qualcosa di diverso dai ritratti solenni dei benefattori, dai busti e dalle lapidi in marmo del vicino salone d’ingresso con la sua scala monumentale.
Ancora, la devozione popolare si riflette nel folclore, nella cucina, tanto che per molti di questi aspetti sia immateriali che materiali, essa rappresenta assai di più di un valore aggiunto: costituisce la causa efficiente, il principio ispiratore storicamente innervato, abile nello stimolare creatività, amore per la bellezza, di unire e permeare i più svariati aspetti del vivere.
Intercessione, linguaggio e contraddizioni
Non è un menare gramo, non attiene ad una dimensione esistenziale di inesorabile miseria. Si pensi solo al tema devozionale per eccellenza, dell’intercessione mariana, centrale nelle espressioni popolari, così come nell’universalismo dantesco della Divina Commedia, vertice letterario assoluto.
Si pensi ancora alla singolare esclamazione in dialetto bolognese, sorprendentemente associata alla bestemmia: “Brîsa San Lócca”, che ad un primo esame esprime semplicemente un campanilismo smodato e viscerale, ma soprattutto, ad una lettura più attenta, un rilascio emotivo liberatorio in un fenomeno di disregolazione degli impulsi di rabbia e frustrazione: la continuità e la moltiplicazione emotiva, il tenere uniti con un filo, speranza e vicende concrete: e cosa c’è di più concreto e sincero di rabbia e frustrazione? Ancora, l’inverare, l’immedesimarsi ed il salvare sempre qualcosa: un lumicino; il fare casa in una dinamica relazionale piccola ma potente di cui la devozione popolare è paradossalmente e, quasi con acribia, strenuamente capace, finanche nelle situazioni estreme e paradossali, come la bestemmia. Una nemesi, una forza spirituale resiliente, versatile e omeostatica in grado di creare equilibrio, di autoregolarsi, di dare stabilità.
Sono queste le prime caratteristiche cui attinge quest’opera, intitolata: “Come pietra salda di monte“, sulla religiosità popolare a Tredozio, che gli stessi autori definiscono trasversale, non identificabile con un genere unico. Vi si può infatti ravvisare una geografia dell’anima e della memoria, ma non è una guida; una ricerca storica circostanziata ma non è un manuale: una ricognizione artistica documentaria dettagliata e per certi versi inedita, ma non è un catalogo. Attraverso il prisma delle immagini l’opera si scompone in una visione storica, artistica e religiosa, unificata da una concezione che considera le interconnessioni tra le parti e il tutto come maggiore della somma di esse, nonché dalla passione per Tredozio, “dolce patria”.
Gli autori e la comunità

Il testo infatti nasce dalla sinergia di due giovani intellettuali e promettenti scrittori, Alessio Sangiorgi ed Elisa Schiumarini, con Ivan Villa, mentore del gruppo e non nuovo a pubblicazioni di interesse etnografico locale (nel 2021 ha infatti pubblicato, insieme a Barbara Verni e Silvia Nannini, l’opera: “Sa vót Canva?”, sui detti e la cultura popolare tredoziese), e riflette una comunità, quella tredoziese, ormai connotata dalla scelta consapevole del vivere qui, non più dovuto ad una semplice casualità anagrafica.
Un viaggio entusiasmante, come loro lo definiscono, che li ha portati a percorrere strade e solcare sentieri, scrutare polverosi manoscritti d’archivio e sfogliare poderosi tomi di storia, ma anche incontrare volti, stringere mani, ascoltare racconti gelosamente custoditi in famiglia e tramandati da padre e madre in figlio.
Il lavoro di Pierluigi Albonetti
Un viaggio intrapreso innanzitutto sui passi fedeli del muratore tredoziese Pierluigi Albonetti, alla scoperta del paziente e generoso lavoro delle sue mani, quelle mani callose e rugose, che hanno voluto ritrarre nel testo, perché lo rappresentano e perché attingono anch’esse alla forza delle immagini: tanti pilastrini, tante croci, ma anche cellette e oratori, restaurati in questi anni: “El mi madòn”, appunto; l’appartenenza, il radicamento, sono esperienze fondamentali del vivere perché i sentimenti “penetrano dove l’intelligenza non arriva”, come afferma San Bonaventura, e sono i primi a ripagarci, ad aprire per noi la strada nel percorso di attribuzione di senso che questa vita comporta.
In un’epoca di analfabetismo emotivo e di rapporti virtuali, la devozione popolare rappresenta una scrittura diretta, funzionale all’alfabetizzazione emotiva, perché la voce di queste immagini arriva da un luogo più profondo della loro mera dimensione artistica (l’arte compattata sull’estetica, degli ultimi secoli, elevata a forma permanente del secolare rapporto con la fede, secondo un diffuso riflesso mentale), arriva dalle esperienze tangibili piuttosto che dal pensiero; quelle cogenti del vivere e del morire, del distacco dai propri cari, del dolore e della sventura, ma anche della gioia e della gratitudine: questa è la cifra delle parole che ascoltiamo nella tenda di questi luoghi, che sono dati da una croce, un pilastrino, un oratorio, dove si trova un’immagine sacra, la cui forza risiede nell’attraversarci mostrando, piuttosto che descrivendo, interrogando e comunicando seppur celandosi, così come è il linguaggio chiaroscuro dei simboli, tipico del sacro: rappresentano uno sguardo, piuttosto che un’analisi.
Parole, quelle di questi luoghi, che hanno attraversato il tempo, ma che ora vengono pronunciate in una società che si definisce a partire dal virtuale e non dal reale. Il riferimento unico è diventato l’apparire nell’universo social: “…la Chiesa si è tenuta lontana dal potere idolatrico delle immagini, e ha assegnato loro il valore quasi di un sacramento,” cioè di un segno sensibile ed efficace, che ci connette al vero attraverso il bello, il cui sguardo ci attraversa, più con il mostrare che con il dire, “mentre nel nostro tempo le immagini sono a servizio di una potente cultura visiva, che rende difficile il loro rapporto con i bisogni dell’esperienza credente…”, come sostiene il teologo Giuliano Zanchi, tra i pochi in Italia ad occuparsi del “rapporto inquieto tra immagini e storia cristiana”; così titola la sua opera a riguardo. Una nova lectio, è data in questo libro, non convenzionale pure nel lessico, a tratti, come spesso è quella di chi si affaccia alla vita e nel contempo allo studio di una materia nuova.
Un viaggio esperienziale, immersivo ed inesausto, che ora è consegnato ai lettori, anche a quelli fantastici, improbabili, ipotetici e futuri, accomunati dalla curiosità, dalla ricerca simmetrica, esteriore ed interiore, che è lo spirito monastico, dal pensare; perché lo possano continuare loro, raccogliendo il testimone di questo pellegrinaggio laico, ancor prima che religioso, in quanto il mondo non si divide tra credenti e non credenti, come diceva il card. Martini, ma tra pensanti e non pensanti: credere e non credere sono due facce speculari della stessa esperienza, non sono aporie; pensare e non pensare sono due esperienze di enantiodromia, opposte e lontane, mentre la cultura di oggi tende semplicemente a dividere tra connessi e non connessi. Felici e connessi, recita uno slogan pubblicitario corrente di successo, che utilizza la tecnica di linguaggio della veridicità.
Consulenza storico-artistica
La ricerca dei nostri autori si avvale della pregevole consulenza della prof.ssa Luisa Renzi Donati, ben nota al pubblico faentino, che li ha accompagnati fedelmente, con discrezione, dedizione e passione. E questo contributo rappresenta una novità nel panorama della storiografia locale, di genere artistico-religioso.
A Luisa Renzi Donati si deve pure la consulenza per il prudente e ponderato restauro conservativo del quadro della Madonna dei Fiori (proveniente da quel polo attrattivo spirituale, sociale, economico e culturale, che è stato per otto secoli a Tredozio l’ex monastero dell’Annunziata, soppresso in epoca napoleonica; artefatta di proposito in funzione peggiorativa, tramite ridipintura, per dissimularne il pregio e impedirne il prelevamento da parte dei francesi, interessati ad opere d’arte di stile toscano da collocare nella nuova pinacoteca milanese di Brera o al museo parigino del Louvre, secondo un’ipotesi autorevole della prof.sa Renzi Donati; passata segretamente da una monaca alla propria famiglia, per la stessa ragione, attraverso una storia avventurosa, ma rimasta sempre in paese e custodita gelosamente per oltre due secoli dalla stessa famiglia borghese Saletti; invocata quale protettrice dagli allevatori di bachi da seta, che vengono alimentati con fiori di gelso: e a questo si deve il titolo).
La Madonna dei Fiori: storia e restauro

Il lavoro professionale di restauro della Madonna dei Fiori è stato quindi recentemente eseguito con grande sensibilità da Valerio Contoli, che ha restituito all’opera il giusto grado di leggibilità artistica, del suo stile toscano con peculiari influenze fiamminghe. In quanto storicamente rilevante per il paese, l’immagine sarà collocata non in un museo di arte sacra, dove sarebbe ambita, ma nella chiesa della Compagnia, (dove si trova pure un Annunciazione, tempera su tavola, opera di Lorenzo Monaco, scuola toscana, sec. XIV – XV, proveniente anch’essa dall’ex monastero dell’Annunziata), in aderenza con il suo legame eloquente e ancora pulsante al culto della Madonna delle Grazie di Tredozio, sia nella sua origine, che nel suo sviluppo, come attesta l’iscrizione sulla cornice: Maria Mater Gratiæ. Nessun museo potrebbe rendere giustizia alla verità di quest’immagine, così come lo farà invece la sua collocazione nella chiesa della Compagnia.
Anche se i francesi l’avessero portata a Brera o al Louvre, come era loro intenzione, proiettandola infinitamente oltre la stasi della sua dimensione provinciale e ascrivendola ad un ambizioso, quanto lusinghiero, raffinato e innovativo, se non visionario progetto universale di valorizzazione dell’arte, di cui l’Italia e la Toscana erano principale fonte d’ispirazione, nonché provvista; e l’avessero quindi ammirata i nobili, i dotti, i potenti, e lo stesso Napoleone Bonaparte, questa tela vorrebbe tornare a casa, come ogni montanaro che si rispetti, e direbbe ancora, in ogni sua pennellata e negli oltraggi subiti nel tempo, la sua appartenenza resiliente al paese di Tredozio, in tutte le sue declinazioni storiche e sociali: da quella religiosa e primigenia del monastero dell’Annunziata a quella altolocata, borghese e laica della famiglia Saletti, a quella popolare, laboriosa e umile degli allevatori locali di bachi da seta, per esprimere infine la municipalità intera con il suo legame gemellare e creativo al culto patronale della Madonna delle Grazie.
Una esperienza della totalità: è una immagine democratica e popolare lato sensu, nel vero, letterale e più ampio senso della parola, perché ha messo d’accordo tutti, tutti rappresenta e tutti vi si riconoscono: religiosi e laici, ricchi e poveri. Connessa al vero e al bello essa realizza appieno la vocazione di un’opera d’arte. Ogni cellula di quest’opera parla di Tredozio, finanche la cornice, con la sua epigrafe. Pare urlare, e strattonarci, questa tela, con la sua bellezza, con la sua ricchezza iconografica: è verità ed è speranza, ma forse è più un dire paziente, fedele e sommesso che solo la quiete del cuore fisico e spirituale del suo paese, saprà comprendere e tradurre nella lingua di oggi, perché sia ancora ascoltato.
Le immagini di oggi, che esprimono la cultura postmoderna e postsecolare, sgomitano per un like, per un consenso, e risentono di una crisi d’identità se non ne ricevono. Ma la nostra, la Madonna dei Fiori, non esprime l’effimera estetica, quanto piuttosto la trascendente bellezza, ed è cioè connessa al vero. Il suo motto latino potrebbe essere: nec recisa recedit; neanche spezzata, ferita, recede. Parla di resilienza. È stata per trecento anni venerata nella quiete e nell’intimità spirituale del Convento, come lo chiamano ancora oggi i tredoziesi: la prima stagione della sua esistenza; ha rischiato l’alienazione, ha subito il trauma della separazione dalla propria appartenenza, dalla propria destinazione d’uso e ne ha trovata un’altra, per la quale è stata altri duecento anni chiusa in un armadio della famiglia Saletti, nel segreto del loro palazzo, oltre le cui mura solenni pulsava la vita di paese, ma non dimenticata, non relegata nell’oblio, perché ogni anno la devozione popolare nei suoi confronti tornava a rinnovarsi, a prendere vita a maggio. La seconda stagione della sua esistenza. Il dipinto, la cui uscita annuale e il cui passaggio in processione era atteso come l’apparire di una cometa, ed era collegata ad una attività diffusissima: l’allevamento dei bachi da seta, di cui era patrona, nonché al culto delle Grazie:”El dò dméngh éd maz” – si diceva – tornava nel vivo della vita di paese.
Questa immagine ha dato vita, ha dato senso, senza soluzione di continuità, alla sua comunità, che si è edificata nel guardarla, e lo fa ancora al di là dei fatti contingenti, degli accadimenti, ma attraverso di essi. La terza stagione della sua esistenza, quella attuale. Non solo nello stile artistico eloquente ma nel merito della stratificazione storica che la riguarda, così lontana dalla fissità, è un’opera d’arte tipicamente italiana. Quante avventure, di quante vicende sarà ancora spettatrice e protagonista questa tavola? Quali sviluppi, quali metamorfosi, quali cambi di prospettiva la attraverseranno ancora? Il futuro è da ricercarsi solo negli occhi del nostro sguardo: è come guardiamo oggi il luogo dove risiede la speranza.
La Madonna dei Fiori potrebbe esser comunque giunta fino a noi, rimasta in paese, superato i rischi che ha oltrepassato, ma se non fosse stata oggetto di uno sguardo di fede, di speranza, in un’ottica di radicamento, di appartenenza, ora per noi non sarebbe così significativa come invece è.
La presentazione del libro

La presentazione si è tenuta sabato scorso, 13 dicembre, alle ore 17:00, presso la nuova Sala della Comunità, ex teatro parrocchiale recentemente riqualificato ad uso polivalente e ora quindi adibito anche a chiesa parrocchiale provvisoria.
A dialogare con gli autori, in un’assemblea partecipata e sentitamente coinvolta dal clima di familiarità instaurato, Luigi Marchi già sindaco di Tredozio, ingegnere, insegnante e presidente della Fondazione Casa di Riposo di Tredozio; e, nel pubblico, i molti che il libro ha interessato e chiamato in causa, riportando la storia dell’immagine sacra di casa loro, della loro famiglia, del loro luogo di lavoro, nella quale si riconoscono e in cui scorgono ancora una luce: quel lumicino tremulo ma vivido che ci rappresenta e che illumina solo mentre si consuma: quello che fin da bambini abbiamo imparato ad accendere davanti alla Madonna.
Entrando nel vivo dell’opera, si è come catapultati in alto, sulla storia, e avvinti da un vasto panorama di vicende, fenomeni, intrecci, eventi, luoghi e personaggi: un affresco inaspettato sulla Valle del Tramazzo, tratteggiato con la passione della ricerca, la cura di chi non vuole trascurare nulla che riguardi la propria comunità e metterlo nella giusta luce. Questa visuale ci coglie all’improvviso dopo anni in cui la nostra attenzione è stata monopolizzata da pandemia, terremoto e alluvioni e ora ci pare che il pittore di quest’affresco, che è il tempo, tenga ancora il pennello in mano e dica a ciascuno di noi: “vuoi finirlo tu?”
A ben vedere questo è il significato del leggere e studiare la storia: la lezione che essa ci può impartire è la partecipazione, l’I care. A pag. 122 del libro è riportata l’immagine dell’austero monolite di origine pagana, reimpiegato più volte in epoca cristiana, e con varie destinazioni d’uso, nella chiesa di Santa Maria in Castello, già sito archeologico dell’Età del bronzo: da tabernacolo di stele funeraria deputato alla custodia di statuette fìttili di divinità romane o raffiguranti temi della vita quotidiana del defunto, quali il matrimonio, la fertilità o il lavoro, a ciborio eucaristico da parete e infine, teca per la custodia degli oli santi, dopo la Controriforma cattolica del Concilio di Trento, che dispose la collocazione centrale della custodia eucaristica, non più a parete ma sopra l’altare, per ribadirne il valore sacramentale, screditato dalla Riforma protestante: una vertiginosa, nonché singolare prospettiva evolutiva, una finestra sulla storia che la stratificata vicenda di questo manufatto sacro ha attraversato in filigrana, e come una spirale, senza soluzione di continuità.
Uno sguardo storico che si proietta in lontananza, come quello al panorama vastissimo che da Santa Maria in Castello si può ammirare. Infatti, il senso del sacro, che da questo manufatto promana (censito con interesse peculiare, anche da Patrizia Capitanio, nella sua opera di ricognizione dei tabernacoli a parete della nostra diocesi), il richiamo diretto senza elementi simbolici, dovuto all’essenzialità delle linee e all’austerità della materia impiegata, è quasi tangibile e magnetico e non sfugge ad uno sguardo attento: ha una forza visiva senza tempo ancora oggi eloquente. A pag. 14 è, altresì narrato il fatto spiritoso, nel doppio senso della parola, che ebbe come protagonisti l’oste tredoziese Domenico Poggiolini e la di lui fedele e devota consorte Virginia Flamigni. Ebbene, una sera l’oste era di ritorno a Tredozio, dalla vicina Ottignana, lungo la strada di fondovalle per il Valico del Tramazzo, con il suo carico di vino, non senza aver indugiato assai negli assaggi della merce, durante l’approvvigionamento a casa dei contadini. Sta di fatto che, all’altezza della località Il Campo, il carro si rovesciò, portando con sé pure il malcapitato uomo e il vino, ma, provvidenzialmente, né lui, né il carro, né il cavallo, riportarono alcun danno, né tantomeno la preziosa e ambita merce andò perduta, tanto che la pia moglie riconobbe subito in questo fatto, l’intervento celeste; volle ringraziare pubblicamente la Madonna, per la grazia ricevuta e fece collocare in loco, a perenne memoria, in una nicchia, sul muro in pietra di contenimento stradale, l’immagine della Madonna, che lì si trova tutt’ora.
Questa ironica vicenda è solo uno dei tanti accadimenti caratteristici, anche ben più drammatici e luttuosi, legati alla guerra, o torbidi e inquietanti, annodati al brigantaggio, etc. che il libro racconta, i quali attraversano la storia del territorio e si incaricano di restituirci al giusto sguardo sulle miserie umane. Questa avventura ci ricorda che la leggerezza, la lacrima e il sorriso non sono estranee all’esperienza del vero e che a ben vedere sono parte della bellezza. Sotto questo profilo, dell’approccio interiore, un’opera d’arte e un quadro commerciale oleografico “double side”, in plastica, di quelli cioè, che cambiano immagine a seconda del punto di visione, hanno lo stesso valore. San Francesco di Sales ebbe infatti a dire che un santo triste è un triste santo ed è bene non dimenticarlo quando si fissa lo sguardo sul dolore, come fa la devozione popolare. Uno sguardo sul dolore ma non doloristico.
D’altra parte, se la devozione popolare fissa lo sguardo sul dolore, sulle ferite, è tuttavia la bellezza che nella devozione popolare andiamo cercando, a ferire e non a consolare, perché questa bellezza è altra cosa dal piacere estetico dell’arte e delle immagini di oggi, dell’epoca postmoderna e postsecolare, un tempo in cui la verità è morta e l’estetica ci consola ma non è immagine della trascendenza, mentre la bellezza è figura del cielo. La bellezza quindi non è una carezza ma nel trauma della ferita ci apre ad una dimensione di senso, in una ricerca interiore oltre il quotidiano e il superficiale: dalla ferita filtra la luce.
Sabato sera, la comunità si è stretta affettuosamente attorno a questi giovani di buona volontà, per incoraggiarli a continuare la ricerca storica ed esprimere loro riconoscenza, per il lavoro compiuto.
Ora, a distanza di pochi giorni, è giunta all’improvviso la triste notizia del lutto che ha colpito l’intero paese con la morte di Massimo Biserni, cultore di musica e di storia locale: la sua eredità morale e culturale proietta una luce più profonda sull’impegno di Alessio, Elisa e Ivan e li sprona a raccoglierne il testimone.
Il libro è disponibile contattando gli autori al seguente indirizzo email: comepietrasaldadimonte@gmail.com.
Gianluca Massari














