Michele Ragazzini, in arte Michele Amira, musicista faentino classe 1997, ha debuttato a ottobre di quest’anno con Pochi Misteri //, un album composto da sei brani – Il tempo perso, UFO in riviera, Qualcosa in più, Reclame, Movida violenta e Gaia Vendetta. Pochi Misteri // è un disco che invita a rallentare, a sospendere l’urgenza di spiegazioni razionali e ad abbracciare la dimensione enigmatica del reale, recuperando il piacere del mistero e del racconto come forma di relazione umana. Nato senza una strategia, scritto in momenti di libertà e poi ricomposto nel tempo, Pochi Misteri // è un’opera di osservazione e ascolto del mondo, che chiede allo sguardo di restare aperto e non definitivo. Gaia Vendetta, ispirata a casi di cronaca di fine Novecento e sul rapporto fra potere opaco fra potere e realtà, ne è il fulcro simbolico: una riflessione sulla distanza del potere e sul bisogno di un risveglio collettivo, che attraversa tutto l’album come un filo sotterraneo.
Intervista a Michele Amira, Pochi Misteri // è l’album di debutto

Michele, parlaci di questo tuo primo disco.
Il senso di questo disco è provare a dare una scossa alla nostra percezione della realtà. Spesso cerchiamo subito una spiegazione razionale e logica alle cose, mentre credo sia importante tornare ad abbracciare la dimensione enigmatica del reale. Abbiamo anche un po’ bisogno di mistero, di qualcosa che vada oltre la spiegazione, e anche del piacere di raccontare storie come forma di relazione e comunicazione umana. Il disco ha iniziato a prendere forma quasi due anni fa, senza un piano preciso. Stavo scrivendo per altri progetti e, nei momenti di libertà e di vuoto, mi sono ritrovato con questi brani, nati senza un obiettivo chiaro. Solo col tempo, riguardandoli e tornandoci sopra, ho capito che erano legati tra loro e che avevo in mano un disco. Gaia Vendetta, una delle canzoni, nasce dai casi di cronaca di fine Novecento e dal rapporto opaco tra potere politico e realtà a partire dagli anni Settanta. È una riflessione sulle dinamiche del potere di ieri e di oggi, che trascende quell’immaginario per diventare un invito a un possibile risveglio collettivo, di fronte a forme di potere sempre più distanti. Questo senso di mistero attraversa tutto Pochi Misteri //, nel suo rapporto con la realtà.
Come si inserisce questo primo disco all’interno del tuo percorso da musicista?
Lo vivo come un fulcro centrale. Da un lato è un punto di arrivo, perché dentro questo disco confluiscono tutti gli ambiti musicali che ho attraversato finora. È nato mentre scrivevo per altri progetti e raccoglie l’esperienza di scrittura e arrangiamento maturata con Caveja a Faenza e con progetti come Colimbo e Na Komete a Imola. Allo stesso tempo lo sento come un primo passo, più che come un percorso già definito. Il mio orizzonte, fino a poco fa, arrivava semplicemente alla pubblicazione di un disco. La scrittura di Pochi Misteri // è stata una fulminazione: mi ha chiarito cosa voglio fare e cosa penso di poter fare come Michele Amira. In questo senso è insieme una partenza e un nuovo inizio.
Quanto c’è di te, come storia personale, nel disco e nelle canzoni?
È soprattutto un disco di osservazione e di riflessione. Dentro c’è molto di quello che vedo guardandomi intorno e degli aspetti della realtà contemporanea. Movida violenta, ad esempio, nasce come una critica al linguaggio mediatico con cui spesso raccontiamo il mondo. Ci sono però anche brani più legati al mio vissuto personale: Il tempo perso e Qualcosa in più hanno un rapporto più diretto con me, mentre UFO in riviera è l’unica canzone che nasce davvero da una “storia vera”, qualcosa che ho vissuto in prima persona. Gli altri pezzi sono più commenti, osservazioni o auguri rivolti a me stesso e agli altri. Ho cercato di mantenere uno sguardo aperto, senza imporre un significato preconfezionato, e in filigrana torna anche Faenza, il contesto provinciale in cui vivo e che inevitabilmente attraversa il disco.
Rispetto al disco, che riscontro hai avuto? Avevi aspettative? Se sì, quali?
Non avevo particolari aspettative. È un disco che ho sentito il bisogno di fare: avevo questi brani, li ho messi insieme perché percepivo che ruotavano attorno a un centro comune e desideravo da tempo pubblicare un disco. Non c’era un obiettivo legato ai numeri o al riscontro, e in realtà non c’è nemmeno ora. Proprio per questo sono stato molto contento delle reazioni ricevute, soprattutto dalle persone che mi conoscono e mi sono vicine, sia a Faenza sia fuori. Ho percepito un supporto sincero e la sensazione che ci sia bisogno di operazioni di questo tipo: lavori personali, che provano a parlare del mondo e della realtà senza filtri o formule precostituite.
E ora? Prossimi progetti?
In questo periodo sto portando in giro il disco e continuerò a farlo fino ai primi mesi del 2026. A gennaio gireremo un cortometraggio–videoclip legato a Gaia Vendetta, insieme alla regista di Bagnacavallo Licia Ines Coda. È un progetto su cui sto investendo molto tempo ed energie: il cinema mi affascina e l’immaginario di Gaia Vendetta è fortemente cinematografico, con riferimenti a un certo cinema politico alla Elio Petri. So che oggi il videoclip è spesso visto come poco “conveniente”, ma l’ho voluto fare semplicemente perché mi piace, senza ragioni utilitaristiche. Nel frattempo sto scrivendo cose nuove: da circa un anno ho materiale su cui sto lavorando e mi sono ritrovato dentro due direzioni diverse, che potrebbero diventare due dischi paralleli. È ancora tutto in divenire e non ho le idee chiarissime; spero nei prossimi mesi, rallentando un po’, di riuscire ad affrontarle con calma e noia. Attualmente lavoro come insegnante di scuola primaria e non sento il bisogno di costruire un piano o una strategia sulla musica. Mi piace che la creazione resti qualcosa che faccio per piacere. Se poi arrivano traguardi o opportunità, tanto meglio.
Sulla scena musicale contemporanea: “La creatività c’è, per far crescere questo panorama servono prima di tutto spazi”
Allargando lo sguardo, come vedi il panorama musicale giovanile a Faenza e dintorni? Cosa si può fare per aiutarlo a crescere?
Lo vedo in grande fermento. C’è moltissima creatività e tanti progetti che lavorano su musica originale, molto più rispetto a quando ho iniziato a suonare io, una decina di anni fa. Oggi si percepisce un vero brulicare di cose, anche se spesso fanno fatica a dialogare tra loro: manca ancora una scena strutturata e una rete stabile tra artisti e artiste, ma sento chiaramente il desiderio di costruirla. Per far crescere questo panorama servono prima di tutto spazi: luoghi dove i progetti possano suonare, crescere e incontrare il pubblico attraverso la musica dal vivo. A Faenza questo è un nodo centrale, ma nel circondario le energie non mancano: verso Ravenna ci sono realtà legate al Conservatorio di Cesena, a Imola molti progetti interessanti, come Colimbo o Na Komete. La Romagna è una “città esplosa”, fatta di tanti centri diversi, e proprio per questo avrebbe un enorme potenziale nel creare più reti, non una sola scena ma molte connessioni tra territori e persone. Un esempio concreto è il progetto che sto portando avanti con Martino Fiumi. Abbiamo iniziato a curare una rassegna con una data al mese: un artista locale, uno regionale e uno di rilievo nazionale, per creare un luogo riconoscibile dove scoprire musica nuova e fare rete. La prima data si è tenuta il 6 dicembre al Circolo Arci Prometeo di Faenza e a gennaio ci sarà il secondo appuntamento. A Faenza e dintorni ci sono inoltre progetti davvero forti: band con più esperienza come i Mondaze, che stanno girando molto e sempre più proiettate a livello nazionale, e un po’ più giovani come Whimsical Bees, cantautrici come June e Isabella Del Fagio e autori vicini all’hip-hop come Zeropaga e il duo 2122. Accanto a questi, non mancano anche progetti più sperimentali, come Scalavamo Torri, che ampliano ulteriormente il panorama. Segnali di una scena viva, che ha solo bisogno di più occasioni per incontrarsi e crescere insieme.
Dal tuo punto di vista e per la tua esperienza, se dovessi dare tre consigli a tuoi coetanei, o più giovani, in ambito musicale?
Direi tre cose, molto semplici ma per me fondamentali. La prima è andare ai concerti degli altri: il live è centrale, sia per costruire un set che sappia comunicare con chi hai davanti, sia per capire cosa succede intorno, cosa fanno gli altri musicisti e come si muove una scena. La seconda è fare quello che si ha davvero voglia di fare. Spesso si cerca di seguire le scelte “giuste” dettate dal sistema musicale, sia nella scrittura sia nel modo di costruire un progetto. Credo invece sia importante sentirsi liberi, restare spontanei e, se serve, andare anche in controtendenza. La terza è non pensare solo alla musica. Per trovare una voce e un’identità serve contaminarsi: partecipare a realtà diverse, associative, culturali, ricreative, fare esperienze. È affascinante anche il musicista che passa dieci ore al giorno a suonare e scrivere, ma è altrettanto importante nutrirsi di ciò che sta fuori.
Francesco Savorani














