Un transfer sulle nuove tecnologie, con sistemi subdoli e sempre più raffinati, ma la sostanza non cambia: vessazioni, maltrattamenti, ingiurie, stalkeraggio, furti. È la violenza digitale. Accade tra le mura domestiche, nelle relazioni sentimentali, nelle separazioni difficili, nelle chat dei giovanissimi. E accade anche a Faenza. Spesso le vittime scoprono troppo tardi di essere state controllate, umiliate o esposte alla gogna pubblica.

Storie vere di violenza digitale

Sono storie di paura, vergogna, umiliazioni, quotidianità stravolte. Come quella di M., 42 anni, che dopo una separazione apparentemente serena ha iniziato a sentirsi osservata. Doveva essere una fase nuova della vita, invece l’ex marito – nel frattempo trasferitosi all’estero – è riuscito ad accedere da remoto alla sua email, disattivare lo Spid, azzerare la carta di credito e svuotare il conto. Tutto grazie a una grande abilità e a un’app nascosta installata nel telefono. Un hackeraggio domestico capace di trasformare la sua autonomia economica in una trappola. C’è poi L., 37 anni, che ha scoperto per caso che le sue foto intime circolavano in un gruppo sportivo di amici dell’ex compagno. La relazione era finita da anni, ma lui aveva conservato quel materiale e deciso di usarlo dopo anni di risentimento. Una violenza subita nel silenzio e nella vergogna, mentre intorno cresceva un clima di giudizi e maldicenze. E ancora A., 50 anni, sposata da vent’anni, una vita “normale”, un figlio di dieci. A un certo punto il marito comincia a mostrare segni di gelosia. Invidioso dei successi professionali della moglie, inizia a insinuare accuse. Dopo la separazione consensuale, lui inizia a pedinarla. Al lavoro, la sera, dopo la palestra, conoscendo in anticipo tutti i suoi spostamenti. La scoperta arriva grazie a un tecnico: un’app-spia installata nel telefono del figlio e una seconda applicazione nascosta nel suo. Per liberarsene è servito più di un anno e mezzo. Sono tutte storie vere, accadute in città.

Un’estensione delle violenza tradizionale

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Silvia Dal Pane, presidente della sezione faentina di Sos Donna

«La violenza digitale è una forma di violenza di genere esercitata attraverso le tecnologie – spiega Silvia Dal Pane, presidente della sezione faentina di Sos Donna-. Non è altro che un’estensione delle forme tradizionali: fisica, economica, sessuale e psicologica. È uno stupro virtuale, con i medesimi effetti delle modalità tradizionali». Le tecniche sono molteplici e sempre più sofisticate. Si va dagli spyware installati di nascosto negli smartphone, ai gps occultati nelle auto, dagli account social violati, alle password richieste come prova d’amore, fino alla diffusione non consensuale di immagini intime. Una pratica che, sottolinea Dal Pane, «accade quasi sempre alle donne: il corpo maschile non viene utilizzato come strumento di umiliazione pubblica, quello femminile sì». Tra le ragazze e i ragazzi minorenni emergono nuove forme di controllo: scambi di password per “fiducia”, richieste di condivisione di foto e video, gruppi di chat misogine in cui circolano immagini fake e commenti violenti. L’anonimato online e la facilità con cui si possono aprire profili falsi alimentano un clima costante di minaccia. Una delle forme più destabilizzanti è il cyberstalking. La presidente racconta casi in cui ex partner accedono ai profili social delle donne, creano account falsi per denigrarle, condividono materiale intimo senza consenso o la minacciano con messaggi violenti. Sui social, inoltre, proliferano gruppi misogini che attaccano tutte le donne che si espongono pubblicamente sul tema della violenza. Succede anche a Faenza. «Le offese – spiega Dal Pane – sono spesso sessuali e di una brutalità inaudita. Questo odio trova spazio anche nelle istituzioni, perché una parte della politica legittima ancora questi discorsi. È molto grave. Le donne sono il 51% dell’umanità e meritano rispetto». La presidente ricorda l’importanza, nei momenti di separazione o conflitto, di cambiare tutte le password, disattivare gli accessi non riconosciuti, verificare la presenza di app sospette. «Con le app bancarie – avverte – bisogna essere attentissime. Basta poco perché qualcuno controlli tutto da remoto». Fondamentale è anche non condividere le password dei social e considerare che «ciò che viene messo online rimane per sempre: foto e video possono riapparire anche dopo dieci anni».

Denunciare per rompere il silenzio

Molte donne, dopo la diffusione di materiale intimo, scivolano nella depressione o si sentono colpevoli. Dal Pane ribadisce che «serve coraggio per denunciare. La vittima non deve vergognarsi: deve far vergognare chi commette queste violenze». È una battaglia che richiede la solidarietà di «donne e uomini per bene», perché la violenza digitale è un assalto virtuale, ma con conseguenze reali. Secondo Dal Pane, la percezione che la violenza sia aumentata deriva soprattutto dalla crescente visibilità del fenomeno: «La violenza non sta aumentando, è stabile da anni. Ma oggi è più riconoscibile, più dichiarata. E questo è un bene, anche se il problema resta grave».
Molte vittime non chiedono aiuto perché temono giudizi, provano vergogna o pensano di “essersela cercata”. «C’è ancora una cultura sbagliata – spiega – che attribuisce alla donna la responsabilità della violenza subita». Un fenomeno in crescita, complesso e pervasivo.
La violenza digitale non lascia lividi, ma può annientare spazi, libertà, relazioni e identità. Raccontarla, riconoscerla e denunciarla è il primo passo per combatterla.

I numeri della violenza: i dati di Sos Donna Faenza aggiornati al 31 ottobre 2025

Nel 2025, 186 donne risultano inserite nei percorsi attivi di Sos Donna Faenza. In questo totale rientrano anche donne già in carico dall’anno precedente. I nuovi contatti sono 116, mentre 70 sono le donne che hanno proseguito un percorso avviato negli anni precedenti. Tra le nuove arrivate, 70 sono italiane e 46 straniere, una proporzione che negli anni è rimasta relativamente stabile. Per quanto riguarda la tipologia di violenza, il primato spetta alla violenza psicologica (114 casi), seguita dalla violenza fisica (73 casi), che spesso si accompagna ad altre forme di abuso. C’è poi la cosiddetta violenza economica (56 episodi) che punta a mettere le donne in uno stato di sudditanza attraverso l’uso (o il sperpero) del denaro. Fanalino di coda la violenza sessuale (15 casi), un dato che non riflette la realtà del territorio, perché molte donne si rivolgono al pronto soccorso senza attivare un percorso nel centro. Secondo Dal Pane, «la vergogna e l’idea di aver sbagliato atteggiamento o di aver dato un segnale sbagliato sono ancora molto diffuse. È il risultato di una cultura patriarcale che non è stata ancora superata». La situazione nei gruppi giovanili è particolarmente preoccupante: feste, episodi non denunciati, famiglie che scelgono il silenzio per proteggere la reputazione. «La vergogna resta sulle donne – aggiunge – non su chi commette l’abuso».


Barbara Fichera