Entrano in silenzio, con un camice bianco e un sorriso discreto. Non portano medicine né referti, ma qualcosa di diverso: tempo, ascolto, presenza. Sono Daniele Oltrecolli, 28 anni, seminarista faentino, e Matteo Ceruti, 24 anni, propedeuta di Piacenza, oggi a Faenza per il percorso di discernimento vocazionale.
Il progetto di umanizzazione delle cure
Ogni settimana varcano le corsie dell’ospedale cittadino per un servizio speciale, nato dal progetto di umanizzazione delle cure dell’Ausl Romagna: un’iniziativa che affianca alla competenza medica la vicinanza umana e spirituale, di cui c’è tanto bisogno nei luoghi della sofferenza. «Mi incuriosiva questo servizio – racconta Daniele –. A Bologna, durante il Seminario, avevo sentito altri ragazzi che facevano esperienza di cura e relazione con il malato. Quando si è aperta la possibilità di farlo anche qui a Faenza, ho pensato che fosse un’occasione per imparare a stare davanti alla sofferenza, che spesso cerchiamo di dimenticare. Invece è importante guardarla in faccia, accettarla, starci dentro, con lo sguardo della fede e con la preghiera». Anche Matteo ha accolto con entusiasmo la proposta: «Avevo sentito parlare del progetto e mi era sembrato subito un servizio significativo. Ti mette in relazione in modo molto semplice: molti malati non chiedono chissà cosa, vogliono solo essere visti, ascoltati. È un piccolo gesto, ma vale tantissimo».
A svolgere in servizio sono in quattro e coprono cinque reparti
Sono in quattro a svolgere il servizio, tre propedeuti e un seminarista, coordinati dal diacono Gino Covizzi e in collaborazione con la dott.ssa Lusa, referente del progetto per l’Ausl. Coprono cinque reparti — Medicina, Geriatria, Neurologia, Cardiologia e Post-acuti — alternandosi su tre giornate a settimana. Ogni mattina il bed manager dell’ospedale indica le persone più sole o bisognose di compagnia. Poi i giovani passano di stanza in stanza, senza fretta. «A volte – racconta Daniele – bastano due parole e ti fermi mezz’ora. Altre volte è solo un saluto, ma sentono che non sono soli». Non sempre l’accoglienza è facile. «Capita di essere respinti – sorride – ma fa parte del gioco. È importante ricordare che la nostra presenza è libera: noi ci offriamo, poi l’altro decide». Matteo ricorda un incontro che lo ha toccato nel profondo: «Il primo giorno ho parlato con una signora in Geriatria. Mi ha raccontato tutta la sua vita, le fatiche, i dolori, i rapporti difficili con i nipoti. Mi sono sentito toccato dentro. Era come se cercasse solo qualcuno disposto ad ascoltarla. In altri casi, invece, trovi persone più serene, che hanno trovato in ospedale addirittura un legame di fraternità con altri pazienti. Ti accorgi che anche la sofferenza può creare relazione». Daniele cita un episodio simile: «Un’infermiera mi aveva segnalato un signore “scorbutico”. Ci sono andato lo stesso, e invece ha parlato a lungo, raccontando la sua storia, le fatiche familiari. Sono tornato da lui più volte. Forse non ho fatto niente di speciale, solo ascoltato. Ma ho capito che il tempo donato è già una forma di cura». La loro presenza non è confessionale. I giovani si presentano solo dopo aver stabilito un contatto umano. «Il tema della fede – spiega Daniele – emerge quando diciamo che siamo seminaristi. Alcuni chiedono preghiere, altri raccontano la loro difficoltà nel credere, qualcuno si arrabbia con Dio. Ma anche in questo dialogo c’è spazio di verità. Altri ancora si sentono abbandonati e riscoprono la fede proprio in ospedale». Matteo aggiunge: «Ci sono momenti in cui non sai cosa dire. Ti fanno confidenze profonde, e ti accorgi che le parole sono inutili. Allora resti in silenzio. E capisci che quel silenzio è la cosa più vera».
“La cura dell’anima non è fatta solo di parole, ma di presenza”
L’esperienza ha cambiato il loro modo di guardare la vita e la vocazione. «Per me – confessa Daniele – è una palestra per imparare ad accompagnare le persone nel dolore e nella morte. Da futuro prete, capisco che la cura dell’anima non è fatta solo di parole, ma di presenza. È lì che si impara a donarsi». Matteo conferma: «Vivere la malattia da vicino mi ha fatto riflettere su cosa significhi davvero stare accanto a chi soffre. Ti poni domande: come reagirei io al dolore? Dove vedo Dio in tutto questo? E poi capisci che ogni persona ha bisogno di uno spazio, di una libertà nel suo dolore. Anche chi crede ha diritto al proprio silenzio». Non di rado i giovani raccolgono riflessioni amare dai degenti, specie da chi ha perso autonomia o sente di “non servire più a nulla”. «Con loro – racconta Daniele – cerco di dire che la vita non è mai inutile. Anche nella fragilità più grande, c’è qualcuno che ha bisogno di loro: figli, nipoti, amici. Anche solo la loro esistenza è una testimonianza». Il servizio, spiegano, li ha anche messi in contatto con il personale sanitario. «Ci accolgono bene – dice Matteo –. Capisci la loro fatica: non si occupano solo delle cure, ma anche del rapporto con le persone. L’umanità che si respira nei reparti fa la differenza». In fondo, quel camice bianco che indossano ogni mattina non è un travestimento, ma un segno di quello che ognuno di noi può essere: quello di una presenza che si prende cura senza particolari strumenti, senza ricette predefinite. Un piccolo gesto che dice molto del modo in cui la fede può farsi carne, relazione, sguardo attento.
Il progetto è partito nel 2023
L’Umanizzazione delle cure: la vicinanza umana è il progetto di Ausl Romagna nel quale prestano servizio dei giovani propedeuti e seminaristi all’ospedale di Faenza. L’iniziativa nasce dal bisogno — emerso con forza dopo la pandemia — di riportare umanità e relazione dentro gli ospedali, dove la sofferenza non è solo fisica ma anche emotiva e spirituale. La logica è quella della cura olistica: la salute è intesa come benessere fisico, psicologico, sociale e spirituale. La sperimentazione, partita nel 2023, è stata positivamente valutata sia dai pazienti che dal personale sanitario.
Samuele Marchi














