A 25 anni, Linda Pirini ha scelto di partire per una missione in Argentina con i “Caschi Bianchi”, portando con sé un bagaglio di esperienze, sogni e una vocazione che affonda le radici nella sua infanzia. Faentina, figlia di Marco ed Elisa, gestori di una casa famiglia a Russi, Linda è cresciuta in un ambiente dove l’accoglienza e la solidarietà erano quotidianità. Oggi quella casa ospita dieci persone, tra fratelli biologici e ragazzi accolti nel tempo. Linda si è laureata in Educazione Professionale, ma il suo percorso non è stato lineare. Prima di trovare la sua strada, ha studiato Scienze Internazionali a Torino per due anni, rendendosi conto che non era ciò che cercava. Ha lavorato in un doposcuola a Bagnacavallo, dove ha potuto mettere in pratica la sua passione per l’educazione. «Il servizio civile ora unisce le mie due anime: il diritto internazionale e l’educazione. Ho pensato: questo fa per me».

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Linda con i suoi genitori

Il 21 ottobre è partita per Puerto Madryn, una città argentina che descrive con immagini vivide: «Da una parte sembra Rimini, e l’altra sembra quasi il far west con le balle che rotolano portate via dal vento costante». La scelta dell’Argentina non è casuale. Da bambina, ha conosciuto una ragazza di 20 anni che viveva nella loro casa famiglia e che era partita per il Sud America. Quell’esperienza l’ha segnata nel profondo: «Quando mi chiedevano cosa volevo fare da grande, rispondevo: la missionaria».

I “caschi bianchi” operano in contesti segnati da povertà, esclusione sociale o post-conflitto

Oggi Linda è all’inizio della sua esperienza con i “caschi bianchi” del servizio civile internazionale. Con lei ci sono un’altra ragazza, il responsabile della missione e due famiglie che vivono lì da anni. La realtà è ancora in fase di sviluppo: pochi progetti strutturati, ma tanta voglia di costruire. I caschi bianchi sono giovani volontari impegnati in progetti di pace e solidarietà in tutto il mondo. Nati all’interno del servizio civile universale, operano in contesti segnati da povertà, esclusione sociale o post-conflitto, con l’obiettivo di costruire ponti e promuovere una cultura di pace. La loro missione non si limita all’aiuto materiale: si fonda sull’ascolto, la condivisione e la presenza accanto alle persone più fragili.

Un anno di accoglienza, fiducia e legame nel segno del mate

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Un campo da pallavolo in Argentina dove sta svolgendo il proprio servizio Linda.

Ogni anno centinaia di volontari partono per esperienze in America Latina, Africa, Asia ed Europa dell’Est, collaborando con associazioni locali in progetti educativi, di accoglienza e reinserimento sociale. Dietro il nome “caschi bianchi” c’è un simbolo potente: non quello della guerra, ma quello della pace costruita con gesti quotidiani, con mani tese e sguardi che riconoscono l’altro. La comunità Papa Giovanni XXIII lancerà un nuovo progetto tra gennaio e febbraio, ma nel frattempo Linda e il suo gruppo si dedicano ad attività con minori e persone senza fissa dimora. Con i bambini organizzano doposcuola, giochi e momenti di condivisione del tradizionale mate. Il mate è una bevanda tradizionale sudamericana a base di foglie di yerba mate, condivisa tra amici e famiglie come segno di convivialità. Si beve calda, passando la stessa tazza di mano in mano, in un rituale che rappresenta accoglienza, fiducia e legame. In Argentina, offrire un mate è spesso il primo passo per iniziare una conversazione e sentirsi parte della comunità. Con gli adulti, invece, l’obiettivo è creare relazioni autentiche. «Condividiamo momenti, relazioni. È questo che conta». Linda è solo all’inizio del suo viaggio, ma ha già dimostrato che la missione non è solo un luogo, è un modo di vivere.

Jacopo Cavina