Nella giornata del 18 novembre scorso la Chiesa italiana ha celebrato la Giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Anche la nostra Diocesi ha vissuto un momento di riflessione e di preghiera all’Ara Crucis di Faenza. Di seguito riportiamo l’omelia pronunciata da don Mattia Gallegati, referente diocesano del settore Tutela Minori.

L’omelia di don Mattia Gallegati

Siamo riuniti per pregare per le vittime di abusi. Credo che la più grande preghiera che possiamo fare per queste persone ferite nel corpo e nell’anima sia che non perdano la capacità di amare e la capacità di lasciarsi amare, la capacità di accogliere l’amore altrui. Nel dolore, infatti, ci si chiude e allora l’amore può sparire dalla vita, sia quello da dare che quello da ricevere. Un abuso (e non parlo solo di quello sessuale ma anche di quello di coscienza, di potere, eccetera) è un durissimo colpo in questo senso e va davvero chiesta la grazia a Dio che le vittime di abusi non si chiudano alla vita, all’amore.

Nel dolore per un abuso si può persino arrivare a non sentirsi nessuno, a sentirsi una nullità. Una nullità che nemmeno può amare o accogliere amore… quasi non ci si sente degni di vivere tanto, di vivere l’amore.

Il Signore risani le ferite, ridoni alle vittime di abuso di tornare ad amare. Oltretutto l’amore porta con sé anche la speranza e anche la fiducia in qualcuno di più grande. Sì, perché quando si vive l’amore, si sperimenta che non viene da noi stessi ma è donato dall’alto e quando si vive questo il futuro si apre, si spera, perché si è avvolti da una presenza più grande, che va oltre… che non potrà venire a mancare!

Le vittime che tornano ad amare, credere e sperare sono come i tre giovani del brano biblico del profeta Daniele: sono belli e li fiamme non li hanno danneggiati.

Chiediamo per le vittime anche la capacità di perdono. O per dirla meglio e più realisticamente che intraprendano il cammino del perdono e che non si arrendano nel ricercarlo.

Qualcuno potrebbe pensare che parliamo di vittime che perdonano in modo che si seppelliscano i problemi e si vada forzatamente d’accordo e si metta in fretta una pietra sopra ai problemi. In realtà il perdono vero – quello che va chiesto nella nostra preghiera – guarda in faccia la realtà delle cose e dà il nome alle cose… il male è male, il colpevole è colpevole, l’omissione è omissione… Il perdono vero non significa nemmeno, per la vittima, non parlare con nessuno e fare tutto da soli. È bene parlare con chi può accogliere il mio dolore, è bene parlare con chi può muovere passi per fermare ed eventualmente riparare al male, è bene parlare affinché chi ha sbagliato si fermi, prenda coscienza di sé e possa pentirsi e correggersi. Come Chiesa non dobbiamo mai dimenticare che l’amore di Dio è fiducia in noi e quando si cade nell’abuso si ferisce questa fiducia, ma ancor peggio – mi permetto di dire – si ferisce la fiducia in Dio da parte della vittima.

«Lasciate che i bambini vengano a me» dice Gesù. Lasciate che i deboli, i fragili, gli emarginati i piccoli vengano a me. Non è solo un farsi da parte quello a cui siamo chiamati, abbiamo anche il ruolo attivo di favorire l’incontro. Sarebbe bello pensare alla tutela minori come alla tutela di un incontro, un incontro tra il Signore e i suoi piccoli. E per tutelare questo incontro non è solo questione di non fare delle cose ma anche di fare e dire cose ispirate dal Vangelo, di vivere relazioni nel Signore. La preoccupazione di non fare danni e la giusta preoccupazione per chi soffre non ci faccia però dimenticare la bellezza e la gioia di rispondere a questo appello che non ci è rivolto in quanto forti e perfetti ma in quanto – anche noi –  deboli e piccoli chiamati a mettersi nelle mani del Signore Gesù Risorto.

don Mattia Gallegati