Costi insostenibili, emergenza abitativa, precarietà lavorativa, difficoltà a conciliare lavoro e figli, ma anche cambiamenti sociali e politiche di supporto familiare insufficienti. Sembrano essere queste le cause della denatalità anche nel nostro territorio. Basti pensare che a Faenza nel 2024 sono nati circa 50 bambini in meno rispetto all’anno precedente, con una tendenza alla diminuzione che dura da anni. I numeri si attestano a livelli record negativi, come i 2.224 nati registrati nel 2024, in netto contrasto con le 3.682 nascite del 2008.

Il consumismo ha modificato la percezione delle priorità

Don Stefano Vecchi, incaricato della pastorale familiare diocesana – insieme a Roberto Frassineti ed Enrica Laghi della parrocchia di Errano – analizza le radici del fenomeno e invita a ritrovare fiducia e speranza nella vita familiare e nella fecondità dell’amore coniugale. «Viviamo in una società in cui il tenore di vita è alto – spiega -. Non significa essere ricchi, ma siamo circondati da beni che un tempo erano considerati superflui: più televisioni, telefoni aggiornati, automobili. Questo genera bisogni indotti e aumenta le spese».
Il consumismo, spiega, ha modificato la percezione delle priorità. «Oggi i figli vengono visti più come un costo che come una risorsa». Alla base c’è un cambiamento culturale profondo. «Viviamo in una società più ricca, ma ci sentiamo più insicuri. Le notizie e i messaggi che riceviamo ogni giorno generano ansia e paura. Molti dicono di non voler mettere al mondo figli perché il mondo è brutto. Ma dietro questa motivazione spesso si nasconde un abbandono del proprio ruolo». Don Vecchi sottolinea quanto oggi sia difficile assumersi la responsabilità educativa. «Avere figli comporta impegno, tempo ed energie. Educare oggi è più complesso: i ragazzi vivono in ambienti diversi, sono immersi nel mondo digitale e nelle relazioni virtuali. È naturale che molti genitori sentano la fatica di questo compito». Non è solo questo. Si fa sempre più strada anche una componente individualista. «La ricchezza e la mentalità consumistica hanno messo l’io al centro. Un figlio è un ostacolo alla libertà o realizzazione personale. Per molti significa rinunciare a uno stile di vita fatto di viaggi, weekend e aperitivi. Se la mia felicità è centrata su me stesso, un figlio è una minaccia». Poi c’è l’aspetto economico. «Ci si sposa più tardi perché si studia di più, e la stabilità economica arriva con fatica. Un figlio sotto i trent’anni oggi è un’eccezione. Poi si inizia a cercarlo a 35, ma a quell’età aumentano difficoltà e ansie. Subentrano le paure legate alla salute e alla capacità di affrontare i cambiamenti». Senza contare che la rete di nonni è sempre più in difficoltà. «Con l’età della pensione che si alza, molti nonni non sono più disponibili come una volta. Venendo meno il loro aiuto, per molte famiglie è difficile conciliare lavoro e figli». Don Vecchi denuncia poi un atteggiamento diffuso.
«Siamo abituati ad avere tutto e subito, a evitare gli inciampi della vita. Internet ci offre risposte immediate, ma la vita richiede calma, pazienza, accettazione della fatica e delle difficoltà. Non possiamo sempre scansare ciò che non ci piace: bisogna affrontare anche le avversità». Secondo il sacerdote, questo atteggiamento si riflette anche nel modo in cui si affrontano le relazioni. «Molte coppie preferiscono mantenere la propria autonomia, vivere ognuno a casa propria, restare “eterni fidanzati”. Un figlio scardina l’equilibrio. Si preferisce un affetto più controllabile, come quello di un cane, che diventa una sorta di surrogato affettivo». La bacchetta magica per invertire questa tendenza non c’è, ma «le politiche familiari potrebbero aiutare molto a dare fiducia – prosegue don Vecchi –. Oggi manca la speranza. Guerre, crisi economiche, precarietà del lavoro spingono le persone a pensare che non ci sia un futuro sereno per i figli. Se manca la speranza, non si generano figli». Allo stesso tempo, invita a non giudicare. «Non bisogna generalizzare. C’è chi desidera avere figli ma non riesce. Tuttavia, a volte le motivazioni esterne – crisi, guerra, economia – diventano una maschera per nascondere le paure più profonde».

Un nuovo percorso diocesano

Per sostenere le famiglie e accompagnare la vita di coppia, la diocesi propone un nuovo percorso dedicato agli sposi, che si affianca a quelli di preparazione al matrimonio. «Finora – spiega don Vecchi – abbiamo aiutato le coppie nel primo anno dopo le nozze. Ora vogliamo offrire un cammino per chi è sposato da due anni in poi, per aiutare a mantenere viva la consapevolezza e la bellezza del sacramento ricevuto». L’iniziativa nasce in risposta al documento vaticano Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale, che invita a riscoprire il valore cristiano del matrimonio come vocazione e missione. Il primo incontro si terrà lunedì 1° dicembre presso l’abitazione dei coniugi Paolo e Monica Bontempi, in corso Mazzini 60, a Faenza. Il percorso durerà sei mesi, fino a giugno, con un incontro ogni quindici giorni, seguendo il cammino dell’anno liturgico. «Vogliamo aiutare le coppie a ritrovare fiducia, pazienza e speranza – conclude don Vecchi – in un mondo che oggi sembra smarrirle. Perché solo se si crede nel futuro, si può scegliere di generarlo».

Barbara Fichera