Cresce il numero delle persone povere anche se lavorano, in Italia e anche nel nostro territorio. È questo il dato più preoccupante che emerge anche dagli ultimi dati della Caritas diocesana. Se oggi la metà delle persone che si rivolgono al Centro di Ascolto diocesano si dichiara disoccupato, quindi privo di un’entrata lavorativa, questa quota dieci anni fa arrivava oltre il 75%. La situazione rende concreto quanto sempre più spesso si dice, ovvero che prima avere un lavoro era la base per godere di una certa stabilità economica, ma ora non è più così. Nel complesso, fra gli accessi, si dividono tre macrocategorie: 1 su 3 lavora, 1 su 3 è disoccupato, 1 su 3 è pensionato, con disabilità oppure in situazioni che rendono impossibile svolgere una mansione. Fra gli occupati, si registra una forte componente di irregolarità o precarietà, con lavori in nero, contratti part-time o a chiamata. Addirittura, rispetto al Centro di Ascolto diocesano, nelle Caritas parrocchiali la categoria dei lavoratori è la maggiormente rappresentata, mentre le persone disoccupate sono ‘solo’ il 28%.

L’emergenza abitativa

La componente di spesa che più pesa sui working poor è quella dell’affitto. Visti i livelli a cui sono arrivati e che dimostrano l’emergenza abitativa nella quale ci troviamo, sempre più spesso un solo stipendio in casa non è più sufficiente. Proprio questa settimana l’Istat, nella stima sui consumi delle famiglie, ha certificato che un nucleo su tre sta tagliando le spese sul cibo e quelli più colpiti sono i nuclei composti da una sola persona, che sostengono da soli una spesa pari al 68% di quella di una coppia.

Le storie dalla nostra Caritas

Anna, faentina, ha 58 anni e abita da sola in un alloggio di edilizia popolare, con un canone di affitto di 80 euro. Lavora da tempo in una piccola realtà con un contratto di lavoro part-time e ha uno stipendio di 500 euro al mese. Alla sua età, fatica a trovare un’altra attività lavorativa nel settore, che le possa garantire uno stipendio migliore. È una delle storie più frequenti che Caritas registra. Le entrate economiche già esigue sono ulteriormente decurtate da una rata di 250 euro di un finanziamento che ha acceso alcuni anni fa per aiutare il figlio. Inoltre, Anna si è sottoposta a un delicato intervento e deve utilizzare quotidianamente due medicinali, con un costo mensile di circa 70 euro. Anna, in accordo con la propria assistente sociale, si è rivolta a Caritas di Faenza per un sostegno alimentare continuativo e, quando ha altre spese ingenti come le spese relative all’automobile, un sostegno economico per l’acquisto dei farmaci.
Oppure Sara, che lavora a Faenza e ha un figlio di 7 anni a carico. Si è separata dal padre del bambino e si è trovata nella necessità di trovare un lavoro che fosse compatibile con le esigenze familiari. H a trovato lavoro e l’organizzazione oraria è molto comoda, ma le è stato possibile accettare solo un contratto part-time, con uno stipendio di circa 800 euro al mese. Si è rivolta a Caritas perché si è trovata nella necessità di cambiare casa in tempi brevi e, con un contratto a tempo determinato e il suo stipendio, la banca le ha rifiutato l’accensione di un mutuo per l’acquisto di un appartamento. Nel mercato ha trovato appartamenti malmessi, umidi o con ancora lavori di ripristino da effettuare, in ogni caso molto costosi con canoni da 650 euro al mese. Sono solo alcune storie di persone che usufruiscono del sostegno di Caritas. Le problematiche sanitarie e l’emergenza abitativa sono gli elementi più ricorrenti.

Povertà e giovani

Fra le situazioni che stanno emergendo, Caritas segnala “Gen Z Caregiver“. Sono giovani che, sempre più spesso, si trovano in situazioni familiari complesse dove è necessario il loro supporto come assistenza, cura della casa e a livello emotivo. Assistono parenti fragili e non autosufficienti, con un monte ore settimanali consistente. Questo implica forte difficoltà nel proprio percorso di studi, se non proprio l’interruzione, e difficoltà psicologiche e di relazione con gli altri. Spesso sono di seconda generazione a cui viene affidata, da parte della famiglia, il peso di tutta la parte burocratica della gestione familiare, in particolare quella della salute.

La povertà “cronica”

Insieme ai nuovi poveri, che possono essere situazioni di emergenza straordinaria o condizioni di forte difficoltà persistenti che decidono in un secondo momento di chiedere aiuto, ci sono i poveri che erano già presenti, che si dividono per sintesi in due macrocategorie.
La prima, le persone che si rivolgono periodicamente a Caritas affrontando, in alternanza, periodi di apparente normalità con periodi di fatica. Spesso devono affrontare varie forme di vulnerabilità: precarietà lavorativa, difficoltà a prendere le distanze in maniera duratura da fattori di impoverimento, spese impreviste, relazioni affettive instabili, condizioni abitative e di salute molto precarie. Chiedono supporto, quindi, a intermittenza. Poi c’è la seconda categoria: i “poveri cronici”, una povertà che si stratifica e che rischia di caratterizzare intere esistenze e di tramandarsi. Infatti, 1 persona su 3 è seguita da 5 anni e più. Caritas segnala che l’immersione nella povertà e nell’esclusione sociale per lunghi periodi condiziona il comportamento e le aspirazioni delle persone, riducendo la capacità di guardare avanti e progettare. Il motivo principale sembra essere l’esposizione costante a stress tossico derivante dalle molteplici problematiche primarie da affrontare quotidianamente, quasi sempre senza strategia. In questo senso, il rischio di una povertà multigenerazionale è sempre più alto. Infatti, l’assenza di esperienze di mobilità sociale nella storia familiare e nell’ambiente può minare fortemente le aspirazioni delle persone. A quel punto, la sfida diventa trasformare l’aiuto per il bisogno in aspirazione, ricostruendo un capitale progettuale e un immaginario sulla propria persona che sembra spento. L’aspirazione è un movimento verso il futuro che si va a connettere con la vita sociale, i propri interessi e “riaccende”, letteralmente, le persone: questo è l’obiettivo principale che una rete efficiente di contrasto alla povertà segue o dovrebbe seguire.

Francesco Savorani