C’è chi fa lezione con le finestre sbarrate, chi nei bunker, chi non è mai riuscito a mettere piede all’Università e chi, invece di studiare letteratura, ha imparato a imbracciare un kalashnikov. Poi c’è J. che con la voce strozzata racconta della morte di un compagno di classe di soli 17 anni durante l’esplosione di una fabbrica. La mattina studente, il pomeriggio operaio per aiutare la famiglia. “Noi andiamo avanti – dice trattenendo a stento le lacrime – lui non c’è più. E la scuola gli ha dedicato una targa”. Sono i racconti a ruota libera di alcuni dei 45 ragazzi ucraini in visita al liceo faentino. Per una settimana si sono lasciati alle spalle i rumori delle bombe e delle sirene di Kiev, Donetsk, Kharkiv e Odessa. Hanno visitato Bologna, Faenza, Ravenna e Imola, ospitati da parrocchie e famiglie, condividendo con i coetanei italiani storie di guerra, paura, perdita, ma anche speranza.
La paura di non arrivare al giorno dopo

L’iniziativa rientra nell’ambito del progetto «Abbracci che guariscono», promosso dalla pastorale giovanile ucraina in collaborazione con l’Azione Cattolica. Nella palestra dello scientifico circa duecento studenti hanno ascoltato attoniti i racconti dei loro coetanei che vivono sotto assedio. Il silenzio è surreale. Le lacrime scendono, in silenzio. Le testimonianze che si susseguono sono un pugno nello stomaco. “Ogni volta che arriva un allarme sul cellulare – racconta S. – in famiglia ci abbracciamo perché potrebbe essere l’ultima”. A. ricorda invece con quanta trepidazione nella sua scuola si aspettasse il ballo di fine anno. E’ andata diversamente. “Niente festa, niente musica, niente risate. Lo abbiamo passato in un bunker”. Per diversi di loro la scuola non è più agibile, tutti hanno paura di non arrivare al giorno dopo. Poi c’è M. di qualche anno più grande che studia Psicologia all’università di Kiev. Non ha mai messo piede in un’aula, perché lì i bunker non ci sono. Segue le lezioni online, da due anni. Suo malgrado si trova già a offrire supporto psicologico ai più piccoli. “I bambini fanno disegni terribili usando solo il rosso che ricorda il sangue, e il nero. Li sprono a rischiare il verde e l’azzurro”. Di fuggire non se ne parla. “Ho scelto di restare nel mio paese a fianco della mia gente” dice con una fierezza inusuale per la sua età. E poi ci sono i ragazzi che, a vent’anni, si trovano a combattere per il loro paese come A. che ha visto cose che nessuno dovrebbe vedere.
“Quando una scuola apre le porte alla vita, diventa luogo di pace”

L’idea di ospitare i ragazzi ucraini al liceo è nata da un desiderio semplice. «Ho scritto a padre Roman — spiega Maria Cristina Severi, professoressa di religione — . Mi sarebbe piaciuto che i giovani ucraini conoscessero i miei studenti. L’idea è stata accolta con entusiasmo. Avevano bisogno di raccontarsi, di trovare chi li ascoltasse con empatia. A volte parlare delle proprie ferite è terapeutico. I miei ragazzi avevano bisogno di capire cosa significa vivere la pace come un dono, non come una normalità scontata». Uno dei momenti più intensi è stato quando una studentessa ucraina ha raccontato che ad ogni suono di sirena la sua famiglia si stringe in un abbraccio, come fosse l’ultimo. «Quella frase — dice Severi — ha attraversato la sala. Ci ha fatto capire che anche in mezzo alla paura, c’è una tenerezza che salva. Gli abbracci non risolvono i problemi, ma aiutano a condividere il dolore». L’incontro è stato possibile anche grazie alla sensibilità della dirigente scolastica. «È stata con noi per un’ora, attenta e commossa. Quando una scuola apre le porte alla vita vera, diventa un luogo di pace concreta. Gli studenti hanno capito che la libertà di studiare, di vivere, di sognare non è scontata». Poi i ragazzi ucraini sono stati suddivisi nelle classi, prevalentemente dell’indirizzo linguistico. Qualcuno ha organizzato una merenda e offerto un po’ di leggerezza, altri hanno proseguito le testimonianze. «Ho voluto che si guardassero negli occhi. Parlano in inglese, ma il linguaggio dell’emozione è universale. I miei studenti sono stati straordinari: hanno ascoltato, fatto domande, accolto. Hanno capito che questi ragazzi non vogliono compassione ma memoria. “Vi raccontiamo perché voi sappiate”, ci hanno ripetuto più volte». Alla fine, i ragazzi italiani e ucraini si sono salutati con un lungo applauso, strette di mano e abbracci. «Forse — conclude la professoressa — la lezione più importante dell’anno non l’abbiamo trovata nei libri, ma nei loro occhi. Ci hanno insegnato a custodire la normalità e al contempo a non dimenticare chi la pace non ce l’ha».
Barbara Fichera














