In un mondo iperconnesso Cesare e Viola decidono di andare controcorrente. I due amanti, protagonisti di L’arte della manomissione, primo libro del faentino Luca Bombonati, presentato a Cesena lo scorso 19 settembre, scelgono di sperimentare un’ormai retrograda forma di comunicazione: la lettera. Bombonati opta per una comunicazione che rinnega l’agio dei mezzi di comunicazione odierni, sperimentando i significati di attesa e lontananza. Ecco che l’intera struttura del racconto si descrive all’interno di uno scambio di lettere, offrendo ora il punto di vista femminile, ora quello del personaggio maschile. Bombonati, classe 1997, dopo la laurea triennale in filosofia e aver concluso studi in sceneggiatura alla Scuola Holden di Torino e in regia presso il Laboratorio d’arte cinematografica di Roma, si sperimenta ora con la letteratura. In questo continuo scambio epistolare, Bombonati ci offre una riflessione su tematiche di amore e tormento; di desiderio e mancanza; di gioia e delusione. Un amore, quello di Cesare e Viola, che comporta, nel racconto della loro quotidianità, un riguardarsi, un riscoprirsi e un riadattarsi, nell’accettazione delle metamorfosi a cui tutti sono soggetti.

Intervista a Luca Bombonati

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Luca Bombonati durante la presentazione del romanzo a Cesena

Luca, da dove arriva l’ispirazione per il tu primo romanzo?

Dal mio anno a Roma durante i miei ultimi studi di regia cinematografica. La Capitale mi ha suggerito in gran parte l’ambientazione del libro, in cui i due giovani amanti, Viola e Cesare, si conoscono. I personaggi si ispirano alle persone conosciute negli ambienti che ho frequentato: non a caso, Cesare e Viola sono l’uno un cineasta e l’altra una ghostwriter, entrambe personalità con cui sono entrato più volte a contatto durante la mia permanenza a Roma. Anche le mie relazioni personali, il mio vissuto, sono state fonte di ispirazione, insieme ai libri degli autori che amo, come Philip Roth e Kundera.

Perché la scelta di costruire il libro su uno scambio epistolare?

La lettera permette di approfondire due diversi punti di vista e la relazionetra i personaggi protagonisti. Il romanzo, offrendo ora la penna di Viola, ora quella di Cesare, restituisce al lettore uno stimolo a ricercare la verità nell’opposizione proposta. L’obiettivo è mettere in luce quanto nella vita sia complicato definire una verità assoluta in continua tensione tra opposti. Concedere ai miei personaggi di mettere nero su bianco la loro immagine interiore relativa alla vita e alla loro verità, è stata possibilità per offrire una riflessione e un esercizio di introspezione.

Come è stato organizzato il lavoro di stesura e quanto ti ha impiegato?

Qualche mese. Il Vicolo, in vista della sua rassegna annuale Fuochi d’amore ha contattato più autori giovani e locali per collaborare insieme alla pubblicazione di una collana di testi in prosa e poesia, uniti da uno stesso filone tematico. Tutto questo ha comportato un rispetto di limiti, sia nei tempi di stesura, che nei limiti di lunghezza, una quarantina di pagine.

Quale parte è stata più faticosa?

La cosa più difficile è stata l’editing del libro: scegliere cosa tenere e cosa lasciare. A differenza della bozza, momento in cui ti dedichi alla sola e più totale espressione di te stesso, durante l’editing il pensiero si trasla sul lettore. Inizi così a interrogarti sugli strumenti interpretativi dell’opera che stai più o meno fornendo a chi legge, e il lavoro diventa più faticoso, anche se alla fine premia. L’editing pretende una messa in discussione della capacità dell’autore di lasciare andare, alle volte, un’ideazione personale. Spesso ci si affeziona alle parole scritte, ma si deve essere pronti anche a sostituirle o eliminarle, quando risultano non essere più calzanti per il libro.

Da dove nasce la passione per la letteratura e l’hai coltivata ?

Durante gli anni del liceo. Se in passato era una cosa che ignoravo o che vivevo come un obbligo di studio, l’incontro con una professoressa di lettere è stato per me di grande apertura e ispirazione. Ho iniziato così a coltivare il nascente interesse per la letteratura grazie ad alcune esperienze esterne alla scuola: presso circoli di incontri studenteschi prima e durante presentazioni di libri di scrittori più grandi di me dopo. Tutte esperienze che mi hanno formato. Unire al mio tracciato scolastico contesti culturali più adulti, è stato per me sfidante e mi ha permesso di affinare le mie capacità. Scrivere è per me una modalità di rielaborazione e riflessione sulle esperienze vissute, un’attività di scavo interiore che, se approfondita, può essere utile anche agli altri.

Quanto hanno inciso i tuoi studi filosofici e di regia?

Moltissimo. Gli studi filosofici hanno modellato la mia mentalità, le modalità con cui mi approccio ai problemi e con cui costruisco una riflessione. La filosofia è stato uno studio che mi ha permesso di andare in profondità. Il cinema, invece, incide come patrimonio di immagini che entrano nel libro, oltre che in alcune modalità di narrazione influenzate da uno sguardo di sceneggiatore. La Nouvelle ague è molto presente, non solo come riferimento esplicito di cui parlano i personaggi, ma anche come approccio al racconto.

Come mai la scelta del titolo?

La scelta del titolo è volutamente misteriosa e ironica. L’arte della manomissione è una critica all’ideale di perfezione nell’intimità, che nella realtà viene continuamente manomessa da presenze esterne che entrano e influenzano la nostra vita e il nostro essere. La manomissione vuole essere intesa come estraneità che entra nell’intimità. L’arte della manomissione viene declinata a livello di coppia e di relazione, secondo la continua idea che vicendevolmente i partner si costruiscono l’uno dell’altro. Idee e immagini dell’altro continuamente “manomesse” dagli incontri e dagli avvenimenti della vita, capaci di rimescolare le carte in gioco e rimodellare le idee.

La lettera può ancora essere uno strumento stimolante e funzionale?

Credo che ad oggi l’esperienza di lettera, intesa come riflessione mediata su una comunicazione esista ancora, ma sotto altra forma, come le tanto usate note vocali o i messaggi scritti contenenti riflessioni o pensieri. Ad ogni modo credo che la lettera sia da salvare. La lettera è quello strumento che porta a un approfondimento della relazione con sé stessi e col mondo, smuove e concede una riflessione, cosa che scompare con l’istantaneità permessa oggi dai social media.

Lisa Berardi