Partire per la Tanzania per me è stato un dono grande. Sono partita per soddisfare il mio bisogno di rivedere le terre che tanto mi avevano colpito e trasformato 12 anni fa e per mettermi di nuovo in gioco, questa volta anche come accompagnatrice di un gruppo di quattro ragazze. Ero già preparata, sapevo che mi sarei dovuta adattare a tempi e spazi nuovi e diversi, ma posso dire di aver acquisito nuove consapevolezze sia per gli imprevisti e le sorprese che per le sfide affrontate. Non sono state la povertà e la miseria a colpirmi questa volta, ma il tempo e la cura nelle relazioni. Posso dire di aver imparato a dare più importanza e un differente significato al “qui e ora”, questo è stato possibile non solo per la lentezza di vita (quel caro pole pole che sempre citavamo quando le cose andavano stra-lente) ma anche per il modo con il quale ho deciso di attendere. Attendere, fermarsi, riflettere sono azioni che per la società e la vita occidentale sono complicate da vivere, mentre in Tanzania era possibile. La vita va al passo del pensiero, addio over thinking e ansia, il presente era lì in quel momento e mi chiedeva di immergermi e stare con, mettermi in gioco, andando oltre il mio ombelico, e accogliere una diversità che a volte metteva in crisi. Altro aspetto importante è stato dare il giusto valore alle cose non solo perché stare, anche solo una giornata, senza acqua o senza luce è stato difficile ma anche perché mi ha costretto ad adattarmi in modo creativo. Accettare che la vita e le cose andassero in modo diverso da come sono abituata a vedere e vivere non è stato semplice, c’è stato bisogno di flessibilità e voglia di approfondire mondi diversi. La Missione quindi non è stata solo un fare per, ma uno stare con, un vivere un ritmo diverso per osservare e valorizzare cose diverse. Davvero posso dire di aver ricevuto dagli incontri fatti di più di quello che penso di aver donato. Sono grata per questo, grazie Ami per l’opportunità.
Filla Ossani














