Certe notizie non si vorrebbero mai scrivere. Perché non sono solo cronaca: sono una perdita per tutta la comunità. La chiusura della Bottega Bertaccini in corso Garibaldi non è soltanto la fine di un’attività commerciale. È la perdita di uno spazio culturale fatto di incontri, dialoghi, bellezza. Renzo Bertaccini, il titolare, ha annunciato la chiusura non per pensione, né per calo delle vendite, ma perché le circostanze lo hanno costretto. Lo racconta con lucidità e amarezza nella sua lettera aperta: da quando lo storico palazzo Ghetti è stato venduto, «da subito ci sono state incomprensioni e frizioni col nuovo proprietario – scrive – che mi hanno creato notevoli difficoltà nel fare serenamente il mio lavoro; non ho avuto la voglia di mettere in gioco la mia salute a causa di tutto quello che ho accumulato in questi lunghi mesi in termini di stress, ansia, avvocati, tempo e denari. Non ci si può “fare il sangue cattivo”, come si dice dalle nostre parti, e quindi ho deciso di giungere a un accordo che prevede la disdetta anticipata della locazione». La Bottega chiuderà al pubblico il 31 dicembre «ma qualche altra cosa ce la inventeremo, mica vado via», rassicura.

Tutto questo fa venire in mente una frase dura, ma vera: il denaro uccide la cultura. Non perché il guadagno sia un male, ma perché la logica economica – e anche la vanità fine a se stessa -, quando si fa cieca, schiaccia ogni forma di gratuità, di respiro. Negli ultimi anni l’Italia ha visto spegnersi per tanti motivi decine di librerie indipendenti. Ma la Bottega Bertaccini chiude non per mancanza di lettori o per affitti insostenibili, e nemmeno per raggiunti limiti di età del titolare. Chiude perché il palazzo in cui aveva sede è stato venduto e il proprietario ha altri progetti su questi spazi. Faenza, già segnata negli ultimi anni da pandemia e alluvione – la stessa Bottega fu colpita a maggio 2023 -, perde così un altro presidio culturale nel suo centro storico. «Ma tanto c’è Amazon, no?» scrive ironicamente Renzo. Sì, Amazon consegna libri. Ma non dona esperienze. Non sostituisce una conversazione davanti a una tazza di caffè, come avveniva in Bottega, né la possibilità di recuperare il libro introvabile atteso da tempo.

In merito alla vita dei centri storici si discute giustamente di parcheggi, piani sosta, sicurezza… ma quanto spazio resta oggi per la cultura indipendente?

In quindici anni di attività, la Bottega è stata molto più di una libreria. Un luogo dove si sono tenute centinaia di presentazioni di libri e decine di mostre d’arte, dando spazio a nomi affermati e a giovani emergenti. Una casa per le associazioni, che trovavano lì un angolo per incontri e iniziative solidali — come la mostra a favore della Scuola di Disegno Minardi, colpita dall’alluvione. Era un rifugio per studiosi e appassionati, dove si potevano trovare libri rari, romagnoli, fuori catalogo. Ma anche un posto dove entrare solo per scambiare due parole, o per chiedere un consiglio a Renzo, che rispondeva sempre con la calma di chi ama più le domande che le risposte. Quando chiude un luogo così, si spegne una luce nel centro storico, le strade diventano più povere, più simili a corridoi di vetrine senz’anima.

La storia di Renzo non è un caso isolato, ma una domanda collettiva: quanto spazio resta oggi per la cultura indipendente nei nostri centri storici? È normale che un nuovo proprietario possa cambiare regole e condizioni, ma è giusto che un bene comune — come una libreria viva e attiva — debba soccombere a queste logiche? La vera ricchezza di una città non si misura in metri quadrati o nel Pil che cresce per un contratto d’acquisto firmato, ma in relazioni, parole, presenze. Il rischio è che Faenza, come tante città, perda i suoi volti più vivi: le botteghe che uniscono, gli artigiani, le librerie, i teatri minori, gli spazi di socialità gratuita. Renzo non si arrende. «I buoni rapporti con artisti e scrittori — dice — voglio continuare a coltivarli. Sto lavorando a qualche progetto». Ha già iniziato a donare libri alla Scuola Minardi. È un gesto simbolico ma potente: quando un luogo chiude, se ne apre un altro, più discreto, ma non meno fecondo.

«Nei prossimi mesi di ottobre, novembre e dicembre – ha annunciato Renzo – faremo una grande svendita “per cessata attività” con libri a prezzi superscontati, dal 30 al 50 al 75%. Vi aspettiamo come sempre con piacere». Poi il 31 dicembre le luci della Bottega si spegneranno, ma resterà la scia calda di tutto ciò che è passato da quegli scaffali: le voci, le immagini, i volti, le storie. Forse troveranno un nuovo spazio in cui depositarsi. «Nulla è eterno», scrive Renzo. È vero. Ma la cultura — quella reale, fatta di mani, di libri, di incontri — è capace di rinascere, proprio dove sembra sconfitta. E se una città sa ringraziare chi l’ha fatta crescere – come è avvenuto nei tanti commenti di stima pubblicati sui social all’annuncio della notizia – allora non tutto è perduto.

Samuele Marchi