Il piano presentato dal presidente americano Donald Trump lunedì 29 settembre insieme a Benjamin Netanyahu presenta grandissime ombre, eppure rappresenta oggi l’unica prospettiva concreta per interrompere la spirale di morte. E tuttavia un piano che si limitasse a fermare le violenze immediate, riducendo i Palestinesi a spettatori del proprio destino, rischierebbe di consolidare soltanto l’affermazione del potere della brutalità. La pace vera richiede altro: riconoscimento reciproco, ritorno a un senso di umanità, fine dell’occupazione, rispetto dei diritti umani e ricostruzione di un tessuto politico e sociale condiviso, che includa in primo luogo i Palestinesi stessi come attori protagonisti.
Durante la trasferta negli Stati Uniti Benjamin Netanyahu è anche riuscito a far modificare il piano Trump per Gaza, rendendolo ancor più favorevole a Israele e più difficile da accettare per Hamas. Soprattutto su due questioni cruciali: il disarmo dei miliziani e il ritiro dell’esercito di Israele (Idf) dalla Striscia. Lo si capisce mettendo a confronto il testo della bozza in 21 punti rivelata dal Times of Israel il 27 settembre scorso, approvata dall’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, e preventivamente sottoposta ai Paesi arabi e musulmani, con il testo pubblicato ufficialmente dalla Casa Bianca due giorni dopo, diventato di 20 punti, mentre era in corso l’incontro tra Netanyahu e il presidente americano.
Sono stati inaspriti i termini per i membri di Hamas e sono cambiate le modalità del ritiro delle truppe israeliane. In sostanza, non è previsto per ora il ritiro completo dalla Striscia di Gaza, e l’arretramento dell’esercito “sarà fatto in base a criteri, e con tempistiche, che saranno concordati tra le Idf, l’Isf, i garanti e gli Stati Uniti”, recita il nuovo punto 16. Della Cisgiordania non si parla, né nella bozza né nella versione finale del piano: Trump aveva dichiarato che non avrebbe permesso a Israele l’annessione, ma durante la conferenza stampa alla Casa Bianca con Netanyahu è stato molto meno netto. E l’Autorità nazionale palestinese, stabiliscono entrambe le versioni, avrà un ruolo solo in un secondo tempo e solo se si sottoporrà a un programma di riforme ritenuto soddisfacente da Israele.
Si può’ chiamare Piano di pace? Certo, meglio che continuare a sparare e ad affamare la popolazione civile. Un piano di pace tra diversi contendenti, però, deve prevedere che ognuno si metta attorno ad un tavolo e si trovi un accordo tra tutti. Ci ricorda qualcosa il Trattato di Versailles, nell’ambito della conferenza di pace di Parigi del 1919 e le conseguenze sull’Europa fino alla Seconda guerra mondiale?
Qui abbiamo solo Netanyahu che difende il suo futuro e Trump che afferma “Nonostante i miei gravosi impegni, tutti mi chiedono di guidare questa transizione” (lasciando nel non detto: “Voglio vedere come fanno a non darmi il Nobel per la pace!”). Nel frattempo, una flottiglia di cinquanta barche sta portando aiuti di prima necessità per la popolazione stremata e l’esercito israeliano anziché accompagnarli in porto e aiutarli a consegnare a qualche ente indipendente i loro viveri, li assalta in acque internazionali e arresta i partecipanti alla missione.
La pace è ancora lontana!
Tiziano Conti
Foto Wikipedia
Di Avi Ohayon / Government Press Office of Israel,
Di Daniel Torok – White HouseFacebook,














