Hanno tra i 18 e i 25 anni, vengono da Kiev, Odessa, Kharkiv, Donetsk. Alcuni hanno perso la casa, la scuola, altri un amico, un genitore, qualcuno ha dovuto spostarsi più volte per sfuggire ai bombardamenti. Ma tutti portano nel cuore una fede viva e un desiderio di rinascita. Padre Roman Demush parla con l’energia di chi conosce la sofferenza ma non si lascia travolgere. «La guerra ha cambiato tutto — dice — ma non la nostra fede. Le nostre parrocchie sono diventate centri di aiuto, sostegno e speranza. Distribuiamo cibo, accogliamo gli sfollati, offriamo ascolto e conforto spirituale. Nella mia città, Ternopil, che conta circa 200 mila abitanti, sono passate 80 – 90 mila persone sfollate. Non abbiamo molto, ma condividiamo quello che possiamo». Una Chiesa che resta accanto alla gente. «La fede è il nostro rifugio – continua – , è la certezza che il bene vincerà sul male. Lo vedo negli occhi dei giovani che accompagno: nonostante tutto, hanno dentro la speranza».
“La pace è una responsabilità comune”

Il progetto, racconta il sacerdote, nasce proprio dal bisogno di incontro. «Questi giovani hanno vissuto l’inferno, ma non vogliono essere solo vittime. Vogliono raccontare, condividere, testimoniare. Incontrare i coetanei italiani li aiuta a sentirsi meno soli. Sono consapevoli che la pace non è solo un privilegio, ma una responsabilità comune». Padre Roman osserva come gli scambi tra i ragazzi siano una medicina dell’anima. «Gli abbracci che guariscono non sono una metafora. Sono reali. Quando un giovane ucraino abbraccia un coetaneo italiano, non cancella la paura, ma la trasforma. È un modo per dire: non siamo soli». Padre Roman non usa mezzi termini. «Siamo un popolo pacifico, è l’aggressore che è venuto a cacciarci via. La nostra visita in Italia è un grido per la pace, ma anche per la giustizia. Perché la pace senza giustizia è fragile, e noi vogliamo un futuro libero». Molti dei giovani che accompagna hanno visto la guerra fin da bambini. «Nel 2014 erano piccoli, oggi sono adulti e hanno ancora paura. Ma vogliono restare, ricostruire, difendere la loro terra. Anche noi restiamo, perché il nostro posto è lì, accanto alle nostre famiglie e alla nostra gente». Padre Roman parla di speranza come di una virtù concreta. «È quello che ci rende vivi. In questo anno giubilare, l’anno della speranza, testimoniamo che la vita ha già vinto sulla morte, la giustizia sulla menzogna, il bene sul male. Lo vedo in questi giovani: hanno perso tanto, ma non la fede. Sono il volto di un popolo che soffre ma non cede». E conclude con un invito che è anche una preghiera: «Ai nostri amici italiani dico: custodite la pace, apprezzate le cose piccole — la scuola, la libertà, la famiglia — perché per noi non sono più scontate. E pregate con noi, perché la speranza non muoia. È l’unica arma che non conosce sconfitta».
Barbara Fichera














