12° giorno: arrivo a Napoli
Oggi pomeriggio dopo 12 giorni di navigazione. siamo arrivati, in Italia
Il nostro lungo viaggio si conclude al porto di Napoli, come una storia che si chiude su una pagina nuova e misteriosa. La nave, lenta ed enorme, si accostò alla banchina tra stridori metallici e sbuffi di acqua, il mio cuore batteva come un tamburo lontano. Scesi con Umberto, stringendo con forza la mia piccola valigia, come si stringe un oggetto sacro, l’ultimo frammento di un mondo che stava svanendo.
Intorno a noi, la città si apriva come un sipario spalancato su un teatro vivo, brulicante, quasi stordente. Il porto era un vortice di colori slavati e rumori acuti, di odori mescolati che pungevano le narici: il sale, il gasolio, il pesce fresco, l’umido delle reti, l’acre del fumo, e sopra tutto, quel sentore indefinibile delle grandi città di mare, come un respiro antico che saliva dalla pietra e dall’acqua.
C’era un’energia grezza in quel caos, qualcosa che mi ricordava lontanamente le città africane — Mogadiscio al mercato del sabato, con le sue voci intrecciate, il sudore, la frenesia — eppure qui tutto era più cupo, più scolorito. Non c’erano stoffe sgargianti né tamburi né spezie nell’aria: solo facce bianche, bianchissime, ovunque. E fu lì, su quella banchina piena di grida e passi affrettati, che per la prima volta sentii con chiarezza di essere in un altro mondo. Nella mia mente di bambino, il mondo era nero come me: le mani, le voci, i corpi, la polvere. I bianchi erano pochi, rari come gli aironi che talvolta vedevamo sul fiume. E invece adesso tutto era bianco. Bianco era il comandante, bianco era il frate che ci attendeva, bianchi erano i marinai, i pescatori, i bambini che correvano lungo il molo. Io e Umberto eravamo una nota stonata in una melodia scritta senza di noi.
Il comandante ci accompagnò con passo solenne, il suo cappello bianco ben fermo sulla testa, l’uniforme impeccabile, il volto scolpito dal sole e dal vento. Aveva mani forti, gesti lenti e precisi, e un’aria distaccata, quasi assente, come se stesse solo completando un dovere tra tanti. Quando raggiungemmo il frate, si fermò. «È lei padre Faustino?» chiese. Il frate annuì. «Le consegno i due bambini», disse il comandante, come si consegna una cassa fragile al destinatario. Poi si chinò verso di me, mi diede un lieve buffetto sulla guancia — né affetto né disprezzo, solo un gesto — e si allontanò senza voltarsi. Lo guardai andare via, con la sensazione che con lui se ne stesse andando anche una parte di me che non avrei più ritrovato.
Padre Faustino ci accolse con uno sguardo quieto, di quelli che non fanno rumore ma ti entrano dentro. Era un frate francescano, con il saio liso, i sandali consumati e una macchina fotografica appesa al collo. Aveva la passione delle immagini, mi dissero più tardi, e forse per questo guardava le persone come si guarda un paesaggio al tramonto: con attenzione, con rispetto, con una specie di malinconica tenerezza. Non parlò molto. Ci fece solo cenno di seguirlo, e lo facemmo in silenzio, con i nostri passi piccoli che cercavano di tenere il ritmo del suo andare lento.
Dentro di me qualcosa si contraeva, come un nodo che stringe piano ma non si scioglie. Avevo lasciato le capanne del mio villaggio, le mani di mia madre, la voce del muezzin, il fruscio dell’erba secca sotto i piedi nudi. Avevo attraversato il mare come un piccolo seme spinto dal vento, e ora mi trovavo qui, nel cuore di una città sconosciuta, grigia, fragorosa e bianca. Sentii la nostalgia montarmi dentro come una marea silenziosa. Non piangevo, ma qualcosa dentro di me piangeva — qualcosa di antico e di infantile, che capiva senza sapere spiegare. Avevo nove anni e già intuivo che la mia infanzia africana era finita lì, su quel molo di Napoli, tra il salmastro e le grida, sotto lo sguardo calmo di un frate con una macchina fotografica. Ero entrato in un altro mondo. E il mondo che conoscevo non sarebbe tornato più.
Fine prima parte
Considerazioni finali e ringraziamenti
Nella prima parte di questo mio memorandum, che ho voluto intitolare LA PARTENZA, ho cercato di riportare alla luce ricordi lontani, avvenimenti e fatti vissuti nella mia terra d’origine, in Africa, fino al giorno del mio sbarco a Napoli, il 7 luglio 1966. In queste pagine rivivono non solo immagini e situazioni concrete, ma anche le ansie, le paure e le speranze di un bambino che lasciava il proprio mondo conosciuto per affrontarne uno del tutto nuovo, ignoto e misterioso. Ogni dettaglio di quel viaggio porta con sé il battito accelerato di un cuore giovane, sospeso tra nostalgia e curiosità, tra il dolore del distacco e l’attesa di una nuova vita.
Nella seconda parte, che ho voluto intitolare L’ARRIVO, racconterò i momenti straordinari che hanno segnato il mio ingresso in questo paese meraviglioso che è l’Italia. Qui ho incontrato persone indimenticabili, affrontato difficoltà inattese, provato delusioni che a volte sembravano insormontabili, ma anche assaporato soddisfazioni profonde e durature. La mia vita in Italia è stata, ed è ancora oggi, un’avventura altrettanto emozionante di quella vissuta in Africa. È una storia fatta di sfide e conquiste, di cadute e rinascite, di rapporti umani che hanno lasciato segni incancellabili nel mio cuore.
Ora che questo racconto giunge alla fine, non sento di chiudere un libro, ma di aprire uno spazio dentro di me. Le parole che ho scritto sono semi: alcuni germoglieranno nelle mie figlie, Silvia e Ilari, in mio nipote Giulio, nei parenti e nei membri della mia tribù che vivono in Romagna, e in chiunque leggerà queste pagine; altri resteranno in silenzio, custoditi, pronti a fiorire quando sarà il loro tempo.
Non so dove mi condurrà ancora il cammino, ma so bene da dove vengo. So che tutto ciò che ho vissuto — l’Africa, le notti stellate del villaggio, i silenzi profondi della foresta — continuerà ad accompagnarmi. Scrivendo, mi sono raccontato. Ma più ancora, mi sono ascoltato. Forse era proprio questo che cercavo: un luogo dove riconciliarmi con ogni parte di me, per poter finalmente dire, senza esitazioni: ecco, questo sono io.
Ringrazio il settimanale faentino Il Piccolo per avermi dato la possibilità di raccontarmi. Ringrazio i lettori per gli immeritati apprezzamenti: dal loro incoraggiamento nascerà presto un libro sulla prima parte della mia storia. Un grazie speciale allo scrittore Matteo Cavezzali e all’autore di podcast Gianni Gozzoli, per la bella e intensa intervista che diventerà un podcast per RAI Radio 3. Un grazie — e un bacio — a mia moglie, la dott.ssa Marinella Gianni per le sue critiche sempre puntuali, costruttive, e per quell’equilibrio di giudizio che mi sostiene ogni giorno.
E a te, che hai camminato con me tra queste pagine, voglio dire grazie. Se qualcosa di ciò che ho vissuto ha toccato il tuo cuore, se ti ha fatto riflettere, sorridere, o fermarti un istante in silenzio, allora questo viaggio non è stato solo mio. È diventato anche tuo. E in questo incontro fragile, invisibile, ma profondamente umano, trovo il senso più vero di aver scritto.
Ma soprattutto, un grazie a mio padre adottivo, il professor Giuseppe Bertoni. Dopo il suo pensionamento nel 1975, tra i molti impegni e i tanti libri e carte che riordinava tra cantina, soffitta e garage, un giorno trovò un mio piccolo diario, con la copertina rossa e rugosa. Era il quaderno di appunti che, da adolescente, avevo riempito con i miei ricordi della vita africana. Lui lo lesse, e con dolce fermezza mi incoraggiò a continuare a scrivere. Io, allora, non seguii il suo consiglio, convinto che fosse più importante guardare al futuro che al passato. Oggi, che ho superato i sessant’anni, so che quello fu un errore, e me ne pento.
Eppure, proprio in questo pentimento riconosco il dono che mio padre mi lasciò: la consapevolezza che la memoria non è catena che trattiene, ma radice che sorregge. Se oggi scrivo, se oggi mi ascolto, se oggi posso dire chi sono, è anche grazie a quel suo gesto semplice e amorevole.
A lui, il mio grazie più grande. E il ricordo più tenero.
Omar Giama














