La sua casa gialla sventrata al piano terra è diventata uno dei simboli di un paese ferito. Lì abitava Maurizio Alboni con i suoi genitori. «In pochi secondi l’acqua è arrivata al balcone – ricorda –. Con due disabili in casa non potevo scappare. Alle 10.30 ci hanno salvato i vigili del fuoco con l’elicottero». Oggi la famiglia è divisa: la madre e la sorella vivono in un appartamento in affitto a Bagnacavallo, Maurizio si appoggia ad amici, mentre il padre è ospite in una casa di riposo «con gran parte delle spese coperte dalla sua pensione e, per il resto, dal Comune». Dalla Regione arriva un contributo di circa 200 euro a persona «ma erogato a intervalli e insufficiente a coprire tutto».
La rabbia di Alboni nasce soprattutto dai ritardi. «L’argine nel 2023, dopo una piccola esondazione non era stato riparato, bastava un telone, come facevano i nostri vecchi e due palate di terra». Poi l’alluvione di settembre e la zona rossa chiusa. «La mia casa, lasciata all’incuria, è diventata una giungla». Un dolore personale che diventa denuncia collettiva. «I piani di messa in sicurezza del fiume esistono dal 2000, con tanto di studi dei geologi. Bisogna attuarli, subito. Non possiamo aspettare la prossima piena. Traversara merita di rinascere, non di restare una città fantasma».