Ci sono luoghi che raccontano una ferita solo guardandoli. A Boncellino, lungo via Muraglione, tra cumuli di terra e resti di impianti agricoli, si respira ancora l’odore acre dell’alluvione. Qui vive Maria Gordini, 70 anni, che con il marito ha costruito un’azienda agricola di tre ettari, ancora devastata dalle piene del 2023 e del 2024. Eppure, nonostante tutto, non ha mai pensato di abbandonare queste terre. «Perché siamo rimasti? – dice – Perché è casa nostra. Perché non avevamo un piano B. Qui c’era la bellezza che avevamo costruito in questi ultimi anni: frutteti di meli, albicocchi, prugni e un orto che mi dava gioia. Non potevamo lasciarla andare. Allora abbiamo deciso di restare e provare, con fatica, a riportare tutto a nuova vita».
“Qui c’è la bellezza che abbiamo costruito in questi anni: non possiamo abbandonarla”

Maria ricorda con voce ferma i giorni di maggio 2023 e quelli successivi: «Il fiume Lamone era arrivato con tre metri e mezzo d’acqua che correvano verso Bagnacavallo. La nostra azienda è stata sommersa. Poi a settembre 2024 l’acqua è tornata di nuovo». Sui campi oggi si vedono strati di sabbia e limo, oltre a detriti trascinati dalla corrente: pali, reti, plastica, persino pezzi di infrastrutture. Montagne innaturali che pian piano i furgoni portano via. «Non era più solo la nostra terra – spiega – ma un deposito di macerie che abbiamo dovuto scavare per ritrovare i nostri campi». Il lavoro di bonifica, affidato a una ditta specializzata, si deve ancora concludere, poi si potrà guardare al futuro. «Ora serviranno ancora due anni per capire se il terreno è pronto a ricevere nuove piante – aggiunge –. La natura ha i suoi tempi. Ci è stato detto che per almeno sette anni la nostra azienda non produrrà. Sono anni lunghi, ma non ci arrendiamo».
Anche la casa ha portato i segni della devastazione, sulle pareti delle stanze è ancora visibile la linea che marca fin dove è arrivato il fiume. «Siamo stati sfollati per mesi – racconta –. Mio figlio con sua moglie e i bambini sono tornati a dormire qui solo ieri sera, dopo due anni e quattro mesi. La casa non è finita: mancano ancora imbiancature, impianti elettrici… ma era necessario tornare, perché qui c’è la vita da custodire. Anche per difenderla: i ladri, purtroppo, sono arrivati quando eravamo via». Accanto alle ferite, dal racconto riemergono anche le tracce luminose della solidarietà. «Nei primi mesi abbiamo avuto vicino tantissimi amici e conoscenti, poi la Protezione civile, le famiglie, i miei fratelli. Anche dalla Diocesi e dalla Caritas è arrivato aiuto, con raccolte fondi e vicinanza concreta. Non sono gesti scontati. Sono la prova che non siamo stati lasciati soli».
La necessità dei giusti ristori, “non lasciateci soli”

Nella voce di Maria si percepisce stanchezza, ma ancora di più una determinazione che diventa messaggio per tutti: «So che siamo ancora tanto indietro e che la strada è lunga. Ma io credo che questa terra tornerà a vivere. Non siamo arrabbiati con il fiume. Anche da una terra ferita può rinascere la bellezza». E per farlo, serve il sostegno concreto e il giusto rimborso. «Alle istituzioni governative chiediamo un canale di ristoro per il lucro cessante – spiega la nuora di Maria, Valeria Cortesi – che non è ancora stato reso disponibile in questi anni. In attesa della bonifica, l’attività è ferma e quando si potrà ripartire ci vorranno anni per ripristinare la produttività dei frutteti. Siamo legati alla nostra terra e alla nostra azienda e per ora non vogliamo andarcene, ma abbiamo bisogno di aiuto». Con un appello accorato, lo stesso di ieri: «non lasciateci soli».
Il 12 settembre a Traversara la Giornata diocesana del Creato

È quello che farà la Giornata diocesana del Creato del 12 settembre a Traversara: scegliere di non dimenticare, piantare semi di speranza là dove l’acqua ha lasciato vuoti, credere che la fraternità possa rendere possibile ciò che sembra impossibile. La testimonianza di Maria Gordini diventa un messaggio da fare proprio: custodire la nostra casa comune significa non arrendersi, neppure quando il fango sembra avere l’ultima parola. E più delle parole, lo racconta il piccolo orto con pomodori e melanzane, di fianco casa, che già stanno crescendo silenziosi.














