In seguito alla decadenza del movimento calcistico, l’Italia oggi si identifica in luminose figure di sport fino ad oggi ritenuti secondari, tra cui: la gloriosa nazionale di pallavolo femminile, vero simbolo di una nazione, crogiuolo di persone di origine diversa; le bravissime tenniste Jas Paolini, Sara Errani e co, capaci di riportare successi straordinari, in singolo e di squadra, e di appassionare con la loro simpatia milioni di fans in tutto il mondo; Jannik Sinner, tennista straordinario, capace di portare il tennis italiano a livelli mai visti.
Oggi ci soffermiamo in particolare su Jannik, per vedere che c’è un filo comune tra tutti questi fenomeni sportivi. Jannik è sudtirolese di San Candido/Innichen, un bellissimo paese turistico a non molti chilometri dal confine con l’Austria di Prato alla Drava/Winnebach, stabilito in seguito alla Prima Guerra Mondiale, e circondato dalle Dolomiti di Sesto, dalle Tre Cime, patrimonio dell’Unesco. La zona fu teatro nella prima guerra mondiale di terribili combattimenti, ad esempio sul Monte Paterno o Paternkofel, dove trovò la morte il grande alpinista Sepp Innerkofler, e sulla Croda Rossa. E’ una zona dove ancora oggi si vedono le tracce della Grande Guerra, come trincee, forti e cimiteri. Era una zona essenzialmente popolata da popolazioni di lingua e cultura tedesca che avevano strenuamente combattuto per l’imperatore (für Gott, Kaiser und Vaterland) fino alla disfatta del 4 novembre 1918.
Il Fascismo tradì completamente le promesse dello stato liberale di rispettare i diritti di quelle popolazioni, adottando una feroce politica nazionalista di privazione dei diritti. Alle popolazioni tedesche e ladine dell’Alto Adige (chiamate alloglotte o allogene – diverse di lingua o di genere -) fu proibito di parlare nella loro lingua madre, i nomi e i toponimi furono italianizzati. Vanno al riguardo ricordate sia la rimozione a Bolzano in Piazza Walther della statua di Walther von der Vogelweide un famoso Minnesänger vissuto tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo, uno dei padri della lingua tedesca, forse di origine sudtirolese, e il martirio di Angela Nikoletti, la Katacombenlehrerin, che sfidando i divieti fascisti, insegnava di nascosto il tedesco ai bambini e alle bambine, e che, scoperta, venne inviata al confino dove morì di malattia. Il picco delle nefandezze si raggiunse nel cosiddetto patto delle opzioni siglato nel 1939 tra Hitler e Mussolini dove ai sudtirolesi fu consentita la scelta tra diventare cittadini del Reich e perdere i propri beni oppure rimanere cittadini italiani senza diritti.
I sudtirolesi optarono in massa per il Reich (molti di essi perirono o furono fatti prigionieri sul fronte orientale in Russia o combatterono sotto le insegne della Wehrmacht – famoso è il caso della divisione Bozen bersaglio dell’attentato di Via Rasella che poi scatenò la vendetta della strage delle Fosse Ardeatine – ), anche fuorviati dalla decisione dei vertici della Chiesa locale: infatti l’arcivescovo Geisler, pare indotto dal suo vicario ampezzano Pompanin, un acceso irredentista, optò per il Reich.
Nelle vallate ladine di Badia e Livinallongo solo una minoranza optò invece per il Reich. Lì i semplici e umili preti, forse anche ammaestrati dall’esempio del Santo ladino badiota Giuseppe Freinademetz, che diceva che “la lingua dell’amore è il linguaggio che tutti i capiscono”, dissuasero le popolazioni dall’optare per il Reich, forse intuendo che Hitler non era un benefattore, ma semplicemente un tiranno che cercava carne umana da inviare nel macello russo. Le opzioni furono quanto di più lacerante e divisivo potesse accadere, perché crearono un clima di guerra civile mettendo i sudtirolesi gli uni contro gli altri, spesso nelle stesse famiglie. Ci furono violenze tra gli Optanten e i Dableiber. Il clima di violenza aumentò ancora dopo l’8 settembre 1943 quando la Wehrmacht entrò in Italia, e i Sudtirolesi accolsero i tedeschi come liberatori e le tre Province di Bolzano, Trento e Belluno furono de facto annesse al Reich sotto la denominazione di Operationszone Alpenvorland. Non si può dimenticare il sacrificio del beato sudtirolese Josef Mayr-Nusser che fu ucciso dai nazisti per essersi rifiutato di giurare fedeltà ad Adolf Hitler, perché la sua coscienza di cattolico glielo impediva.
Al termine della Guerra, solo un miracolo poteva salvare il Sudtirolo dalla guerra civile e conseguente miseria. Per fortuna i due statisti cattolici primi ministri di Italia e Austria, Alcide de Gasperi e Karl Gruber, ispirati dai comuni principi religiosi, compresero di dover trovare una soluzione che tutelasse i diritti di tutti, italiani, tedeschi e ladini.
Con l’accordo di Parigi del 1946 (Pariservetrag) il Sudtirolo rimase Italia, ma gli fu garantita un’ampia autonomia, che, oltre che finanziaria, consisteva nel rispristino della cittadinanza italiana per gli optanti, nella parità di diritti garantita ai cittadini di lingua tedesca, che poterono finalmente parlare la loro lingua madre nelle scuole, nei tribunali, nella pubblica amministrazione e in chiesa. Fondamentale è stato nel dopoguerra il ruolo pacificatore della Chiesa, che ha sempre cercato di superare i conflitti e ricucire le ferite. La grande lungimiranza dei due statisti cattolici, mai abbastanza rimpianti, sfociò nello Statuto speciale dell’Autonomia, che è stata alla base dello sviluppo del Sudtirolo e che costituisce un modello normativo di governo delle regioni mistilingue.
Sinner è figlio di questa cultura dell’incontro e del rispetto reciproco, che è la negazione dei valori dei Fascismi, espressi da Hitler e Mussolini. E’ un figlio cosmopolita della sua terra, che parla italiano, tedesco, e inglese, e che tutto il mondo ci invidia, e di cui noi italiani dobbiamo essere orgogliosi. E a ben vedere questa cultura dell’incontro è alla base anche dei successi delle nazionali femminili di pallavolo e di tennis. Infatti, la nazionale femminile di pallavolo, per la quale nessuna parola descriverebbe mai abbastanza la sua bellezza e grandezza, è composta da persone di origine diversa, africana, russa, tedesca, magrebina, oltre che italiana, che, unite nell’indossare la maglia azzurra e nel cantare orgogliosamente l’inno di Mameli, costituiscono un’armonia perfetta, costruita attraverso allenamenti costanti e molto seri.
E lo stesso può dirsi delle tenniste azzurre, dove la romagnola Errani e la marchigiana Cocciaretto giocano assieme a Jas Paolini, toscana di origine anche polacca e ghanese, e Tyra Grant, americana e italiana. Si tratta di grandi atlete che tutto il mondo ci invidia e che noi italiani dobbiamo amare profondamente, anziché perderci in futili e assurde polemiche.
Paolo Castellari














