La Dottrina sociale della Chiesa (Dsc) non è qualcosa a uso e consumo a seconda del momento. Riprendendo le parole di papa Leone XIV e traendo ispirazione dalla grande eredità conciliare della Gaudium et Spes, il vescovo monsignor Mario Toso offre al pubblico una nuova pubblicazione che unisce riflessione teologica e impulso pastorale. Il volume, intitolato Gioia e speranza. Evangelizzazione, catechesi e insegnamento sociale (Edizioni delle Grazie), si propone come guida per vivere una fede incarnata nella storia, capace di generare libertà e sviluppo umano integrale.
Intervista al vescovo mons. Mario Toso: “La Dottrina sociale della Chiesa va vissuta in forma integrale”
Eccellenza, quali ragioni l’hanno spinta alla stesura del libro?
Nelle nostre comunità e associazioni del mondo cattolico il nesso tra i tre elementi, che costituiscono il titolo del volume, non appare sempre evidente. E, quindi, non è ben curato, con la conseguenza che si coltiva di fatto una visione riduttiva, depotenziata, della missione, dell’evangelizzazione, dell’educazione alla fede e della stessa organizzazione della Pastorale sociale. Questo, in breve. Ma tutto questo va approfondito per cercare di trovare le cause e porre in campo alcune soluzioni pastorali, mettendo in movimento le nostre comunità parrocchiali e le nostre associazioni, aggregazioni e movimenti ecclesiali (Ac, Cl, Agesci, Rinnovamento nello Spirito, Coldiretti, ecc.), affinché non perdano incisività nell’annuncio, nella testimonianza, nell’inculturazione della fede, come richiede l’Incarnazione, morte e risurrezione di Cristo.

Fermiamoci a considerare l’evangelizzazione, il primo elemento dei tre che compongono il titolo, così come viene intesa e vissuta nelle nostre comunità.
A un primo sguardo sommario, va rimarcato che essa non è sempre focalizzata bene rispetto alla sua dimensione sociale, quasi che questa non ne sia una dimensione costitutiva e non coinvolga nella realizzazione del Regno di Dio, di cui più volte parla il Signore Gesù.
In particolare, non è considerato o valorizzato a sufficienza il fatto che la Dsc è elemento essenziale – quindi, non facoltativo – dell’evangelizzazione, come ha esplicitamente dichiarato san Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus annus. Non a caso, il nuovo Direttorio per la catechesi insiste sull’urgenza di connettere la vita di fede con diverse tematiche che spesso sono trascurate o dimenticate. È necessario che la vita d’amore di Cristo permei tutti gli aspetti dell’esistenza umana.
Quali sono le principali ragioni che ostacolano la circolazione vitale della Dsc nelle coscienze, nei vari ambienti di vita, nelle realtà temporali, nella cultura?
Ci viene in aiuto quanto ha detto l’arcivescovo Mario Delpini nell’incontro con il Movimento Cristiano Lavoratori, tenutosi a Milano il 10 luglio scorso. Una prima ragione o un primo ostacolo, che ne impedisce la diffusione, e che scoraggia coloro stessi che vi credono – non paiono, però, moltissimi, purtroppo – è che la Dsc è circondata da un’ampia e silenziosa complicità nel disinteresse. Ciò è stato dimostrato anche in occasione dell’ultima Settimana sociale dei cattolici in Italia, celebratasi a Trieste nel luglio 2024, nonostante la presenza di circa mille persone, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di papa Francesco, che sono entrambi intervenuti con parole ben ponderate e sapienti circa il tema relativo alla democrazia e alla partecipazione. In un momento di caduta o di tramonto dell’Occidente, in cui ci sarebbe stato, e ancora c’è, un estremo bisogno di rinascita spirituale, di fraternità e di solidarietà, di elaborazione di una nuova cultura, la proposta significativa e profetica, carica di positività e di visione nuova, della Dsc, non ha suscitato particolare interesse. Anzi, è stata snobbata, considerata insignificante, inutile.
La seconda ragione?
Il contesto culturale, che circonda la Dsc, è a tal punto indottrinato e pervaso da un accentuato individualismo libertario e utilitarista, da far apparire la sua proposta socioculturale come inattuale, fuori dal tempo, in quanto improntata in termini di fraternità, di solidarietà, di servizio al bene comune, di trascendenza. La terza ragione è una conseguenza delle precedenti. Parlare di pace, di giustizia sociale, in un contesto di invasioni di eserciti, della cresciuta possibilità di una terza guerra mondiale, di aggressività inusitata da parte delle stesse multinazionali tecnologiche, sarebbe peccare di ingenuità. Nel mondo vi sono 32 guerre in atto. L’economia vive in termini di concorrenza spregiudicata, di vera e propria lotta – si pensi all’imposizione (trasformatasi in parte in «contrattazione») di dazi da parte degli Usa -, di contrapposizione di interessi, come anche di discriminazione dei soggetti più deboli, dei più poveri, degli stessi giovani e delle donne.
La voce di monsignor Delpini non è però isolata.
Altri hanno aggiunto riflessioni sulla questione. Basti pensare, come già sottolineava anni fa Giuseppe Lazzati, rettore dell’Università Cattolica di Milano, che i cattolici, benché posseggano il grande tesoro della Dsc non sempre sono in grado di tradurlo nella vita, in termini politici. Non raramente, poi, non pochi cattolici, che militano in diversi partiti, si servono della Dsc come se fosse un self-service, ossia come un supermercato in cui si entra e si selezionano alcuni prodotti, giudicati più conformi ai propri punti di vista, mentre se ne rifiutano altri, considerati meno validi o utili.
Può fare degli esempi concreti?
Ciò è anche avvenuto all’interno di gruppi che, durante e dopo la Settimana sociale dei cattolici in Italia, si sono riproposti di formare nuove cordate per un rinnovato impegno politico, appellandosi sì alla Dsc, ma utilizzandola parzialmente, valorizzando solo alcuni temi, tutti sacrosanti, ma non sufficienti a valorizzare la proposta complessiva e unitaria della stessa Dsc, tralasciando per esempio i temi fondamentali della vita (dalla nascita sino alla sua fine naturale: non esiste il diritto al suicidio, lo Stato non può comandare il suicidio). O ancora i temi della famiglia, della scuola paritaria (secondo la legge 62/2000 di Luigi Berlinguer), dei mercati liberi, stabili, trasparenti, democratici, dell’educazione all’integrazione socioculturale, dell’abbattimento delle strutture di peccato, dell’innalzamento di istituzioni di pace.
A quali prime conclusioni si può giungere?
È chiaro che l’utilizzo in toto della Dsc, specie nei suoi aspetti contingenti e superati, legata a contesti storici particolari, non è praticabile o raccomandabile. Ciò che, tuttavia, vanifica la ricchezza ispiratrice e progettuale della Dsc è il fatto di posporla al partito in cui si è scelto di militare, in una posizione subalterna, assegnando di fatto il primato non all’esperienza credente in Cristo, ma alla propria appartenenza partitica. Qualcosa di simile sembra essersi verificato nell’incontro di un gruppo di cattolici a Milano, dopo Trieste. Lì, a detta degli stessi partecipanti, afferenti al Pd o del Pd, la Dsc sembra sia stata piuttosto lasciata da parte per concentrarsi, invece, sul tema, ritenuto più urgente, del riposizionamento dei cattolici rispetto alla linea politica espressa dalla segretaria Schlein. Con ciò è stata persa un’importante occasione, quella dell’analisi e della riformulazione dei contenuti politici del partito alla luce della Dsc.
Samuele Marchi














