Sono giornate intense per lo sport: le ragazze di Velasco hanno vinto il mondiale di volley, Sinner ha raggiunto nel 2025 la finale di tutti e quattro gli Slam di tennis, Rino Gattuso ha dato un po’ del suo “Ringhio” alla nazionale di calcio maschile.


Una notizia sportiva, di quelle che fanno amare questo aspetto della nostra vita, che rischia di passare inosservata in questo fine settimana, ci riconcilia con la bellezza dei comportamenti etici e leali, che trascendono i valori sportivi e vanno a inserirsi a buon diritto nella profondità delle vicende umane. La finale per l’oro alle Olimpiadi di Seul nel 1988, nel pugilato categoria superwelter, tra il sudcoreano Park Si-Hun e Roy Jones, americano, resta probabilmente il verdetto più scandaloso dell’intera storia della boxe. Roy Jones, che poi tra i professionisti avrebbe avuto una carriera sfolgorante, dominò in maniera impressionante ma ebbe un’unica colpa, se così possiamo dire. Non mise al tappeto il suo avversario, quindi il verdetto venne assegnato ai punti: fu dichiarato vincitore il pugile di casa, Park Si-Hun, tra i fischi dello stesso pubblico e l’incredulità generale. Il Comitato Olimpico squalificò a vita i tre giudici, su cinque, che avevano assegnato la vittoria al coreano e in seguito cambiò le regole dei giudizi nel pugilato, per evitare episodi simili.


Jones proseguì nella sua carriera: campione del mondo in quattro diverse categorie di peso, considerato tra i migliori pugili di sempre, il più forte degli anni Novanta, primo in centosei anni a conquistare la cintura mondiale sia nei medi che nei massimi. Il coreano Park Si-Hun, invece, non si riprese più da quella finale e si ritirò subito dopo le Olimpiadi. Si diplomò in educazione fisica e divenne il Commissario tecnico della nazionale olimpica coreana di boxe. Ma la vergogna per quella medaglia d’oro immeritata – a suo onore il fatto che ammise subito sul ring l’amarezza per la sua vittoria zoppicante – rimase per decenni nel profondo del suo animo.


Park Si-Hun è andato in America, nella palestra di Roy Jones a Pensacola, Florida. “Ho la medaglia d’oro, ma voglio darla a te. Ti appartiene”. Tutto documentato in un video girato dal figlio di Park, che traduce a Jones in inglese dal coreano. La cosa ancor più straordinaria è un’altra: Jones ha aspettato due anni per rendere noto quanto è successo. La restituzione della medaglia è infatti avvenuta il 30 maggio 2023: Jones ha reso pubblico l’accaduto soltanto nei giorni scorsi aggiungendo poche frasi.


“Nel 1988 sono stato derubato della medaglia d’oro in quello che è diventato uno degli episodi più controversi della storia del pugilato. Ringraziando Dio, due anni fa l’uomo che vinse la medaglia è partito dalla Corea del Sud per consegnarmela, sentendo che apparteneva a me”. Dice il proverbio “Il tempo è galantuomo, e dà ragione a chi ha ragione”: questa volta è andata proprio così.


Tiziano Conti


Foto dal fermo immagine di un video su YouTube