Educare è la più grande avventura che un adulto possa vivere, ma anche una delle più impegnative. A ricordarcelo è Giuseppe Dalle Fabbriche, pedagogista faentino, insegnante di religione e per molti anni coordinatore nei servizi educativi per l’infanzia, in particolare alla Scuola Sant’Umiltà. Nel suo nuovo libro Abbiamo cura dei bambini (Tempo al Libro, 2025), l’autore raccoglie esperienze, riflessioni e racconti maturati in decenni di lavoro a contatto con i più piccoli e con le loro famiglie. Un testo pensato non per gli “addetti ai lavori”, ma per chiunque viva quotidianamente l’avventura dell’educazione: genitori, nonni, insegnanti, catechisti, educatori. Una bussola per accompagnare i bambini fino ai dieci anni circa, tra gioie e fatiche, scoperte e cambiamenti.

Una vita spesa per l’educazione
“Ho sempre lavorato nell’educativo – racconta Dalle Fabbriche – prima nei campi parrocchiali, poi come responsabile diocesano di Azione cattolica ragazzi, quindi come educatore nei centri estivi e infine come pedagogista nei nidi o insegnante alle medie. Lì ho avuto la possibilità di conoscere da vicino i bambini e le famiglie, di confrontarmi con psicologi e assistenti sociali, e di maturare una visione che ho sentito il bisogno di mettere per iscritto”. Durante il Covid l’autore aveva iniziato a scrivere un blog: “Mi costringeva a una riflessione regolare sui temi educativi. Dopo quattro anni ho raccolto i testi più significativi, li ho rielaborati e ne è nato questo libro”.
Piccoli capitoli, grandi temi
Il volume si compone di una quarantina di brevi capitoli, ciascuno dedicato a un aspetto concreto della vita quotidiana: dal bambino che ha paura del buio a quello che affronta la separazione dei genitori, dal valore di dire “scusa, grazie, per favore” al modo di affrontare la morte in famiglia. “Non volevo scrivere un trattato – precisa l’autore – ma offrire spunti pratici, atteggiamenti di cura, suggerimenti che nascono da situazioni reali”. A ispirarlo, in particolare, anche gli studi della filosofa e pedagogista Luigina Mortari sul tema della cura. “Per secoli si è pensato che i bambini piccoli quasi non capissero nulla di ciò che accade attorno loro – spiega – ma oggi sappiamo che i primi mille giorni sono fondamentali per la vita. Avere cura significa considerare davvero il bambino come persona fin dal primo mese di vita”.
Tre parole chiave: osservare, ascoltare, essere coerenti
Dalle Fabbriche indica tre pilastri del suo approccio: l’osservazione, l’ascolto e la coerenza. “Osservare per capire cosa succede, se un pianto è episodico o ricorrente. Ascoltare sul serio: non solo sentire le parole, ma guardare il bambino negli occhi, mettersi alla sua altezza. E infine la coerenza: non si può chiedere ai figli di mollare la playstation se siamo noi i primi a stare sempre col cellulare in mano”. Piccoli gesti che costruiscono fiducia e sicurezza. “Un abbraccio – dice – può valere più di tante parole. È segno di amore e di coraggio, un linguaggio universale che i bambini capiscono immediatamente”.
Le sfide di oggi: solitudine e iperprotezione
Rispetto a qualche decennio fa, secondo Dalle Fabbriche, qualcosa è cambiato: “Nella pedagogia a volte vediamo tutto e il contrario di tutto. A Berlino ho visto scuole dove già a tre anni i bambini scelgono cosa fare, si muovono autonomi, imparano a vestirsi e a mangiare da soli. Da noi, al contrario, prevale l’iperprotezione: figli unici, timore che accada qualcosa, genitori che diventano quasi schiavi dei capricci pur di non farli protestare. E’ bene ricordare però che il primo approccio, benché favorisca l’autonomia, dall’altro rischia di far venir meno il senso di comunità e di incontro con l’altro”.
Un altro problema è infatti la solitudine, non solo dei bambini, ma delle famiglie: “A Faenza, secondo un recente studio del Comune, oltre la metà delle famiglie dichiara di non avere reti di sostegno. Nonni lontani, pochi amici: spesso il confronto avviene solo al nido o a scuola. Per questo quando si organizzano incontri su temi pratici, come il ciuccio o il sonno, tanti genitori partecipano con entusiasmo: hanno bisogno di condividere e sentirsi meno soli”.
Il valore della fede e delle domande esistenziali
Il libro non trascura la dimensione spirituale. “I bambini, anche piccolissimi, fanno domande enormi: sulla vita, sulla morte, sul senso delle cose. Spesso gli adulti tendono a fuggire questi temi, ma in realtà i piccoli sono affascinati, vogliono capire. Parlare di Pasqua, di Gesù, di fede attraverso segni concreti – anche un abbraccio – diventa un modo semplice e profondo di trasmettere speranza”.
Un invito concreto
Oggi Dalle Fabbriche, oltre a insegnare, ha aperto a Faenza uno studio pedagogico dove incontra genitori che hanno bisogno di uno spazio di dialogo: “Il mio desiderio è offrire un luogo di ascolto e confronto, senza giudizi, per trovare insieme strade possibili”. Il messaggio finale del suo libro è chiaro: “Non abbiate paura della fatica educativa. I bambini hanno bisogno di adulti presenti, capaci di ascolto e di regole. Non serve essere perfetti: serve esserci, con coerenza e amore”.














