Nel contesto del Giubileo dei catechisti e del Convegno nazionale Cei, mons. Valentino Bulgarelli rilancia la sfida dell’annuncio in un tempo di trasformazioni culturali e pastorali. “Non basta insegnare: occorre mostrare la bellezza del Vangelo”, afferma. Centrale il ruolo dei nuovi linguaggi, dell’ascolto delle comunità e del coinvolgimento attivo di parroci e famiglie.

Il significato del Giubileo dei catechisti

Il Giubileo dei catechisti, che si intreccia con il Convegno nazionale promosso dall’Ufficio catechistico della Cei, non è soltanto un appuntamento celebrativo, ma un banco di prova per la Chiesa italiana.

La catechesi vive una stagione di trasformazioni: calo dei numeri, fragilità dei percorsi, nuove sfide culturali e digitali. Con mons. Valentino Bulgarelli, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio catechistico nazionale, il Sir ha approfondito nodi e prospettive di questo tempo.

Una passione educativa che non si è spenta

Il Giubileo dei catechisti arriva in un momento particolare: il Cammino sinodale invita al rinnovamento missionario, mentre i dati segnalano un declino costante della pratica religiosa e dell’accesso ai Sacramenti. Non c’è il rischio che questo appuntamento resti solo celebrativo?
Al contrario – risponde Bulgarelli – , credo che sia una grande opportunità. Da un lato rilancia la necessità di proposte capaci di rianimare la vita delle comunità; dall’altro ci aiuta a rinforzare una rete di catechisti e catechiste ancora molto presente nelle chiese locali, segno concreto di una passione educativa che non si è spenta. 

Il Cammino sinodale ci chiede di connettere sempre più l’esperienza della fede con la vita quotidiana: in questo senso il Giubileo può diventare davvero un tempo favorevole per farlo, aprendo strade nuove.

L’importanza di trasmettere la fede

Il Convegno nazionale rilancia una provocazione: “Come trasmettere ciò che non si possiede?”. È questa la fragilità più grande della catechesi oggi?
È una sfida cruciale, spiega monsignore. 

Trasmettere la fede non significa ripetere concetti astratti, ma mostrare come il Vangelo apre a una vita nuova, capace di rendere liberi e non mortificare la persona. Il problema non è il “sapere delle formule”, ma il lasciare intravedere la bellezza concreta e contagiosa di un’esistenza abitata dalla buona notizia, capace di generare speranza, gioia e scelte autentiche anche nelle situazioni più ordinarie della vita quotidiana.

Si alle nuove tecnologie, il catechista non può sottovalutarli

Il Papa ha insistito fin dall’inizio del pontificato su intelligenza artificiale e nuovi linguaggi. Anche il Convegno mette in dialogo l’algoritmo e il Vangelo. Non c’è il rischio di smarrirsi dietro le tecnologie?
La catechesi ha sempre fatto i conti con i linguaggi del tempo: pensiamo all’arte, alla musica, alle forme espressive della tradizione. Oggi la sfida è il digitale, che plasma mentalità e modi di vivere. È vero, i linguaggi possono alterare la realtà, ma sono anche una risorsa preziosa per trasmettere la fede e renderla comprensibile alle nuove generazioni. Il catechista non può sottovalutarli: fanno parte del suo “kit”. Ma il cuore resta lo stesso: ci si fida solo se si capisce quello che l’altro comunica.

La catechesi come cammino di fede condivisa

Le famiglie vivono una vita frenetica e il catechismo rischia di ridursi a una tra le tante attività extrascolastiche. Come evitare questa deriva?
L’impegno dell’Ufficio catechistico, e direi di tutta la Chiesa, è mettersi a servizio dei parroci e delle comunità.
 

Il Cammino sinodale ci chiede di uscire dal catechismo “scolastico” per ritrovare la catechesi come cammino di fede condiviso, capace di coinvolgere famiglie, giovani e adulti. Un tempo difficile, ma anche di grande prospettiva: affascinante proprio perché ci obbliga a cercare nuove strade e a immaginare forme più partecipate di annuncio.

Parroci e catechisti insieme per elaborare nuovi percorsi

In concreto, cosa significa coinvolgere i parroci in questo processo di rinnovamento?
Conclude Bulgarelli: Significa renderli parte attiva nell’elaborare nuovi percorsi. Non possiamo pensare la catechesi solo “dall’alto” o in astratto: deve nascere dal confronto con chi vive ogni giorno le comunità e conosce le difficoltà concrete delle famiglie e dei ragazzi. Solo così l’annuncio potrà essere vivo, credibile, incisivo e capace di generare un autentico rinnovamento pastorale.

Riccardo Benotti