Durante il suo primo mandato (anni 2017 – 2020), i funzionari della Casa Bianca erano riusciti a tenere a freno Donald Trump su tutto: dalla guerra dei dazi alle deportazioni, fino al tentativo di attaccare l’indipendenza della Banca centrale americana. Il secondo mandato racconta tutta un’altra storia.

Ad agosto il presidente ha cacciato la commissaria dell’Ufficio delle statistiche del lavoro Erika McEntarfer, dopo un rapporto sull’occupazione più debole del previsto a luglio (ha detto che i dati erano “truccati” per metterlo in cattiva luce); sta cercando di rimuovere Lisa Cook, una dei governatori della Federal Reserve; ha appoggiato la decisione del suo segretario della Sanità Robert Kennedy Jr. di rimuovere (dopo uno scontro sui vaccini) Susan Monarez, direttrice dei Centers for Disease Control and Prevention (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie).

Negli ultimi giorni Trump, in agggiunta, ha chiesto di mettere fine al voto per corrispondenza, ha minacciato di inviare l’esercito a Baltimora e Chicago, commissariare New York nel caso diventi sindaco il democratico Zohran Mamdani, occupato la stazione ferroviaria di Washington, silurato dirigenti di organismi indipendenti, ha riplasmato il dipartimento di Giustizia, mettendo i suoi avvocati personali ai vertici; ha reso più semplice licenziare i funzionari federali. Appena eletto, una delle sue prime mosse è stata quella di cacciare o abbassare di rango una ventina di ispettori generali (otto hanno fatto causa) responsabili di monitorare frodi, sprechi e violazioni etiche in vari settori.

Il Wall Street Journal (non proprio un giornale “barricadero”) ha analizzato il modo di governare di Trump e ha cominciato a esprimere timori che tutti i fuochi d’artificio di annunci, dichiarazioni di guerra, purghe nell’amministrazione, da parte del leader del “partito del risentimento”, possano essere i primi segnali di una svolta autoritaria sconosciuta a milioni di americani, spingendo tutti gli atti “ai limiti della sua autorità”.

A preoccupare il Wall Street Journal è il fatto che Trump ha cominciato a parlare sempre più spesso di autoritarismo e a prendere decisioni che mettono a rischio le autorità di controllo. Durante la campagna elettorale aveva promesso che sarebbe stato un “dittatore solo il primo giorno” della sua presidenza. Questa frase aveva indignato i Democratici, che avevano impostato tutta la campagna elettorale sull’idea di Trump come minaccia alla democrazia, ricevendo le critiche di molta parte dei commentatori, perché non sarebbero stati temi di interesse per gli elettori: dopo dieci mesi dalle elezioni, forse occorre convenire che una qualche ragione l’avevano.

Di recente il presidente americano ha sostenuto che il “95 per cento della gente a Washington” approva il suo lavoro, e che “la gente è entusiasta in tutto il Paese”. Poi ci sono i sondaggi che raccontano una storia diversa: secondo quello realizzato dalla Quinnipiac University, (Connecticut) la popolarità del presidente è crollata ai minimi storici. Solo il 37 per cento degli intervistati, tutti elettori registrati nelle liste, ha approvato il modo con cui Trump sta guidando l’America. Il 55 per cento disapprova, mentre il 7 per cento non si pronuncia.

Il tema in discussione, però, è più importante del gradimento di Trump: la democrazia del futuro è destinata ad essere autoritaria oltre ogni limite?

Tiziano Conti

La Casa Bianca, Foto Wikipedia by Matt H. Wade