Ottavo giorno
Mi sono svegliato prestissimo anche oggi, con il rollio leggero della nave che mi cullava e quel rumore sordo dei motori che vibrava nelle pareti della cabina, come un cuore lontano. Dopo una colazione veloce, mi precipitai in coperta, spinto da un presentimento che non sapevo spiegare. Appena misi piede fuori, mi fermai di colpo.Sorpresa! In lontananza, una sottile striscia scura si staccava dal blu infinito del mare. Era terra. Dopo sette giorni di navigazione, abituato a vedere solo acqua e cielo, quell’ombra all’orizzonte mi sembrò un miraggio. Sentii il vento caldo sulla pelle, l’odore salmastro che mi riempiva le narici, e il cuore che mi batteva forte, come se la nave stessa stesse respirando con me. Il comandante, di solito severo e taciturno, annunciò con voce ferma che stavamo arrivando alla città portuale di Suez. Tra l’equipaggio corse un mormorio di eccitazione e sollievo. Dopo circa un’ora, la nave attraccò. Il silenzio del mare lasciò posto a un’esplosione di suoni, voci e colori. Decine di venditori ambulanti salirono a bordo, portando con sé ceste colme di statuette, papiri, collane, amuleti e altri oggetti dai riflessi dorati. L’aria si riempì di odori intensi: spezie pungenti, legno bagnato, sudore. Gridavano offerte in più lingue, mescolando parole arabe, inglesi, francesi e persino qualche parola d’italiano. E fu lì che accadde qualcosa che mi colpì nel profondo.
Il comandante si avvicinò a un ambulante e acquistò due piccole statuette: un faraone e sua moglie, scolpiti con occhi enigmatici e un sorriso antico. Poi, con un gesto inaspettatamente gentile, me li mise tra le mani e disse:“Queste, portale alla tua nuova famiglia.”
Rimasi senza parole. Fino a quel momento lo avevo sempre visto come un uomo distante, quasi di pietra. Non mi aspettavo che sapesse così tanto di me, delle mie origini, del mio futuro. Compresi che qualcuno gli aveva parlato della mia famiglia adottiva e di quel nuovo mondo che mi attendeva in Italia. Quella semplice frase mi fece sentire meno solo, come se qualcuno, silenziosamente, vegliasse su di me.
Fu poco dopo che salì a bordo Yusuf. Lo notai subito. Aveva circa vent’anni, portava occhiali dalla montatura spessa che gli scivolavano continuamente sul naso, il volto sottile e le fattezze tipicamente somale: zigomi alti, pelle più chiara, labbra sottili. Il suo sguardo era penetrante, carico di una sicurezza che sfiorava l’arroganza, come di chi crede di sapere tutto. Si avvicinò con passo sicuro, e mentre attraversavamo il Canale di Suez – le sue acque verdi e ferme sembravano specchiare il cielo – mi chiese da dove venissi e dove stessi andando. Risposi con semplicità: “Vengo dalla Somalia… e sto andando in Italia.” Appena sentì la parola “Somalia”, spalancò gli occhi e, con un mezzo sorriso incredulo, esclamò:“Somalia!? Impossibile! non hai l’aspettoo di un somalo“ Il tono della sua voce mi ferì più delle parole. Mi guardava come se stessi mentendo, come se il mio volto non potesse appartenere a quella terra. E capii subito cosa voleva dire. Per Yusuf, e per molti come lui, io non assomigliavo affatto a un somalo.
Quella sua reazione mi riportò alla memoria un’antica ferita che non si è mai davvero rimarginata. Da generazioni, noi Wazigua e i somali abbiamo avuto rapporti difficili, segnati da rivalità e scontri. I nostri antenati hanno lottato duramente contro i clan somali per conquistare e difendere una parte del Basso Giuba, quella terra fertile che entrambi reclamavamo. Guerre tribali, alleanze fragili, sangue versato per un lembo di terra che significava sopravvivenza. Quelle tensioni, sedimentate nei secoli, continuavano a vivere negli sguardi, nei sospetti, nei silenzi. E Yusuf, con quella sua esclamazione sprezzante, le aveva appena riaccese tutte. Poi aggiunse, con un tono ancora più provocatorio:“E perché vai in Italia? Sono tutti fascisti! Io invece vado in Bulgaria.” Rimasi in silenzio. Non volevo discutere, ma dentro di me sentii salire una tensione amara, un nodo di rabbia e orgoglio. Non mi stava simpatico: il suo modo di guardarmi, di parlarmi, quella sottile ostilità… tutto in lui mi irritava. Mi voltai verso il parapetto e fissai la sottile linea del canale che ci guidava verso il Mediterraneo. Il vento mi portava addosso l’odore della sabbia calda mescolata alla nafta bruciata, il suono delle onde si frangeva piano contro lo scafo come un respiro lento. Mi aggrappai a quella calma apparente, mentre dentro di me le parole di Yusuf rimbombavano come tamburi lontani.
Sapevo che il viaggio stava appena cominciando. Sapevo che, da quel momento, non era solo il mare che dovevo attraversare, ma anche il peso delle storie, delle identità e delle differenze che mi portavo dentro. Quella sera, sdraiato sulla branda, il ricordo dei racconti degli anziani del mio villaggio tornò a galla, vivido come un sogno che non svanisce. Il rumore ovattato delle onde contro lo scafo diventava il rullare lontano dei tamburi, e le voci dei vecchi si facevano nitide nella mia mente. Li rivedo seduti attorno al fuoco, i volti illuminati dalla luce danzante delle fiamme, le rughe scolpite come mappe antiche. Le loro parole avevano il peso della storia:
“Ricorda, ragazzo noi siamo bantù , noi siamo Wazigua e veniamo dalla Tanzania…” diceva il più anziano, la voce roca come vento sulla savana, “mai nostri padri hanno versato sangue per conquistare le terre fertili del Basso Giuba. Quelle terre non ci furono donate: le abbiamo strappate, palmo dopo palmo, contro i clan nemici.”
E allora nella mia mente le parole diventano immagini: le lance che scintillano alla luce del sole, i corpi che corrono tra l’erba alta, le urla spezzate nel vento, l’odore acre del sudore e del sangue, i tamburi che chiamano alla resistenza. “Noi, i Wazigua,” diceva un altro anziano, “abbiamo imparato a difendere ciò che è nostro. Non dimenticarlo mai.” Riapro gli occhi, torno alla cabina. Ma la voce di Yusuf risuona ancora nella mente:“Somalia!? Impossibile!” Non era solo una frase. Era un vecchio fiume che riaffiorava, una frattura antica che il tempo non aveva chiuso. Mi rigiro sulla branda, sento il rumore regolare dei motori e il mare che ci culla, ma dentro di me so che il viaggio non è solo attraverso il mare:è un viaggio dentro la mia identità, tra memorie, conflitti e speranze.
Nono giorno
Oggi non ho fatto colazione. Non volevo incontrare Yusuf. Ho resistito alla fame fino a mezzogiorno, quando ho addentato distrattamente un panino. Poi ho vagato per tutta la nave, da prua a poppa, come un’anima in cerca di pace, lasciando che il rumore del mare coprisse il tumulto dei miei pensieri. La sera ho mangiato due banane e mi sono coricato presto, sperando che il sonno riuscisse a scacciare le ombre che mi abitano dentro.
Ma appena steso, con il volto rivolto verso l’oblò buio, la mente non smetteva di tornare a lui, a Yusuf, il nemico. E proprio allora, come un fulmine improvviso, mi è riaffiorata un’immagine che avevo completamente rimosso: un ricordo lontano, che mi ha colpito al petto come un pugno.
Ero piccolo, quando vidi, per la prima volta, un uomo morto per mano di un altro uomo, un nemico. Non era la prima volta che incontravo la morte. Da bambino l’avevo già conosciuta: tanti vecchi nel villaggio erano scivolati via davanti ai miei occhi. Erano uomini e donne consumati dall’età e dalla malattia, corpi che si spegnevano piano, come fiammelle che spegnevano al vento prima di cedere all’oscurità.
Quando uno di loro moriva, provavo un lieve disagio, un piccolo nodo alla gola, e un’ombra di tristezza. Era un passaggio naturale, un ciclo che avevo imparato ad accettare. La morte, così, era parte della vita, inevitabile come il tramonto.
Ma quella volta… quella volta non fu così. Non c’era lentezza, non c’era pace. Non era la vita che si concludeva: era la vita strappata via. Quel ricordo, che credevo sepolto per sempre, stava tornando a galla, pronto a travolgermi grazie a Yusuf, Il nemico
Il silenzio delle frecce
Il sole cominciava a scivolare dietro la linea piatta dell’orizzonte quando una voce interruppe la quiete del villaggio. Un uomo non era tornato. Era partito quella mattina per il villaggio di Mwigua, per trovare un anziano parente, e le ore erano passate senza che nessuno lo avesse visto rientrare. La moglie, con gli occhi gonfi di paura, aveva dato l’allarme. In pochi minuti, davanti al grande albero di tamarindo al centro del villaggio, gli uomini si erano radunati.
L’atmosfera era carica, tesa, come se l’aria stessa fosse diventata più densa. Le voci si abbassavano fino a diventare mormorii, e ogni sguardo diceva la stessa cosa: qualcosa di grave era accaduto.
Io mi incollai a mio padre, deciso a seguirlo ovunque. Sentivo il petto scoppiare: paura e orgoglio si mescolavano in un’unica vertigine. Finalmente non ero più soltanto un bambino: stavo partecipando a una spedizione di uomini, un’impresa che richiedeva coraggio e sangue freddo.
Il gruppo si divise in più squadre per battere i diversi sentieri che uscivano dal villaggio. Io e mio padre ci avviammo lungo un tracciato stretto e poco frequentato ,che andava verso il fiume, noto solo ai cacciatori. Il sole calava, e l’ombra delle acacie ad ombrello si allungava sulla terra rossa, creando figure scure che sembravano animarsi al nostro passaggio.
Camminavamo scalzi, attenti a dove posare i piedi. Le spine lunghe e sottili delle acacie potevano trafiggere la carne come coltelli. Ogni passo era misurato, lento, e il rumore dell’erba secca che si piegava sotto il nostro peso sembrava amplificato nel silenzio. L’aria era ferma, eppure portava con sé un odore indefinibile, misto di polvere, erba e qualcos’altro… un sentore ferroso che mi dava un vago senso di inquietudine.
Ogni tanto, un fruscio tra gli arbusti ci faceva voltare di scatto. Forse era solo il vento, forse un piccolo animale… o forse no. Mio padre alzava la mano per fermarmi, e io obbedivo, trattenendo il fiato. In quell’istante mi sembrava che l’intero mondo fosse in ascolto, teso come una corda pronta a spezzarsi.
Poi, accadde.
Qualcosa, alla mia sinistra, attirò il mio sguardo. Tra l’erba alta e gialla, un oggetto interrotto, insolito, sporgeva dal terreno. Mi chinai, gli occhi stretti per mettere a fuoco. Non era un ramo. Non era un’ombra.
Era un braccio umano.
Il cuore cominciò a martellarmi nelle orecchie. La gola mi si seccò di colpo. Con un filo di voce, che mi parve più forte di un urlo, sussurrai:
— “Babbo… eccolo…”
Mio padre si immobilizzò, seguì il mio dito e si chinò lentamente. Avanzammo insieme, centimetro dopo centimetro, come se un passo falso potesse risvegliare qualcosa di nascosto nell’erba.
Quando ci trovammo davanti al corpo, il mondo sembrò crollare nel silenzio.
L’uomo giaceva supino, il volto rivolto al cielo, gli occhi ancora aperti, spenti. Una freccia gli attraversava il collo. Era entrata appena sotto l’angolo destro della mandibola ed era uscita vicino alla clavicola sinistra, con un taglio netto e preciso, quasi chirurgico. L’erba attorno era intrisa di sangue, così tanto che la terra ne aveva cambiato colore: un rosso scuro, quasi nero.
Un odore , acre, mi riempì le narici. Sentii la nausea salire, mentre le cicale continuavano a cantare in lontananza come se nulla fosse accaduto. Il vento sollevava fili d’erba macchiata, facendoli ondeggiare sopra di lui come piccole bandiere silenziose.
Il coraggio che mi aveva spinto a partire mi abbandonò all’istante. Le gambe mi tremavano, le mani sudate scivolavano sui fianchi. Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo. Il terrore mi inchiodavano lì.
Mio padre si chinò sulla freccia, senza mai toccarla. La osservò con lo sguardo fermo, gli occhi scuri e stretti, e con voce bassa, quasi fosse un respiro, mi sussurrò: — Stenditi a terra. —
Mi abbassai tremando, il cuore che batteva come un tamburo nelle orecchie. L’erba pungente graffiava le mie braccia, la polvere entrava in bocca, ma non osavo muovermi. Lo guardai dal basso, e vidi la sua figura alta piegata, attenta, i movimenti lenti e misurati. Sembrava una parte stessa della terra: prudente, silenzioso, vigile come un animale in agguato.
Fece un passo dopo l’altro, tastando con lo sguardo il perimetro, piegandosi e rialzandosi come se ascoltasse voci invisibili. Ogni fruscio tra i cespugli, ogni verso lontano di uccello poteva essere un segnale. La sua mano destra era tesa, pronta a scattare verso il machete legato alla cintura. Nel suo volto, però, non c’era paura: solo una calma severa, la calma di chi conosce il pericolo e lo rispetta.
Io, invece, tremavo. Mi sentivo piccolo, esposto, come se da un momento all’altro da dietro un albero potesse scoccare un’altra freccia, diretta verso di noi. Pregavo in silenzio che chi l’aveva scagliata fosse già lontano. La mia mente correva: vedevo occhi nascosti tra le foglie, archi tesi, mani pronte a colpire. Ogni attimo era un’attesa che non finiva mai.
Il sole calava lento, tingendo il cielo di arancio e rosso cupo. La luce filtrava tra i rami d’acacia e stendeva ombre lunghe, minacciose, che sembravano allungarsi fino a toccarci. L’aria era densa di odori di terra calda e umida, mescolati al fetore del sangue. Gli insetti ronzavano, insistenti, e quel suono monotono mi dava la sensazione che il mondo intero stesse trattenendo il respiro insieme a me.
Mio padre tornò da me dopo il sopralluogo. Si chinò, mi fissò con occhi profondi e disse piano, con voce grave: — Sono i Waboni la tribù che vive sull’altra riva del fiume. —
Questi erano convinti che noi eravamo loro nemici perchè avevamo occupato la loro terra. e che loro da sempre vivevano li.In quel momento compresi che non eravamo più soltanto due viaggiatori sul sentiero, ma ospiti indesiderati in una terra che ci rifiutava. La paura mi strinse come una mano gelida al petto, e pensai che avrei voluto non essere mai venuto lì con mio babbo. Ma ormai era tardi: restava solo l’attesa, il silenzio, e la speranza che la morte non ci avesse già puntati.
Avevo i conati di vomito e tremavo così forte che i denti mi battevano l’uno contro l’altro. Il cuore mi martellava nel petto, la gola mi bruciava e il respiro era corto, spezzato. Mio padre, chinato accanto a me, mi afferrò per le spalle con decisione. Il suo sguardo era duro, fermo, e la voce, bassa ma tagliente come una lama:
— Ascolta le mie parole, non ascoltare la tua pancia. La paura ti acceca, ti rende cieco. Guardala, la freccia. Guardala bene. Un giorno questa conoscenza ti salverà la vita. —
Cercai di fissare quell’asta d’acacia, lunga e sottile, con la punta di ferro triangolare ancora lucida di veleno nero. Ma lo stomaco non resse: vomitai tutto quello che avevo dentro, piegandomi in avanti, mentre un conato dopo l’altro mi scuoteva il corpo come un vento impetuoso scuote una foglia.
Le mie urla, il vomito, il silenzio rotto solo dal respiro affannoso… tutto attirò altra gente. In pochi minuti arrivarono altri uomini del villaggio, armati di bastoni e lance. Alcuni ansimavano per la corsa, altri camminavano lenti, pesanti, come se già sapessero cosa avrebbero trovato. Quando videro il corpo dell’uomo steso per terra, con la freccia ancora conficcata nel petto, si fermarono di colpo. Nessuno osava parlare. Solo il vento muoveva l’erba alta, facendo frusciare le lame secche come sussurri di fantasmi.
Poi il silenzio si ruppe. I più anziani si avvicinarono, osservarono la ferita, la freccia, le tracce sul terreno. Parlottavano tra loro con voci basse e spezzate, ma la rabbia montava come una marea. Due fattori, dicevano, avevano deciso il destino di quell’uomo: la mancanza di prudenza e la scarsa conoscenza del luogo. Non avrebbe dovuto percorrere quel sentiero poco battuto, pieno di cespugli fitti e zone d’ombra. Non sapeva, forse, che proprio lì, anni prima, altri avevano perso la vita nello stesso modo.
I giovani gridavano vendetta, invocavano la punizione dei Waboni. Ma gli anziani cercavano di ragionare, di trasformare la rabbia in strategia. La tattica, dicevano, non era solo un atto di coraggio: era un modo per difendere la nostra gente, per dissuadere quella tribù dal ripetere atti simili. Il pericolo non era finito. Chi aveva scagliato quella freccia poteva essere ancora lì, nascosto, con l’arco teso, pronto a colpire di nuovo.
Io, rannicchiato accanto a mio padre, non riuscivo a smettere di tremare. La paura mi era entrata nelle ossa, triplicata. Mi sentivo minuscolo, indifeso, come un insetto sotto l’occhio di un predatore. Mi chiedevo come avrei potuto, un giorno, camminare da solo per quei sentieri senza pensare, a ogni passo, che una freccia potesse trapassarmi il petto. Desideravo solo scappare via, lontano.
Nella mia mente prendeva forma un luogo che non conoscevo ma che mi era stato descritto mille volte dagli anziani: Tanga e Handeni, nella nostra amata Tanzania. Dicevano che là la terra era generosa e sicura, che le notti erano tranquille e che si poteva dormire all’ombra di una pianta senza il timore di essere uccisi. Mi ripetevo dentro: Un giorno andrò laggiù. Un giorno vivrò lì.
Con questo ricordo angosciante mi addormentai
Omar Giama














