Giorno 1
Stasera mi sono finalmente sdraiato nella mia cuccetta, ma il sonno non vuole arrivare. Ho passato la giornata a osservare e ad ascoltare, e sento che questa nave ha un respiro strano, come se custodisse segreti che non vogliono essere rivelati.
Questa mattina ho fatto colazione nella piccola stanzetta insieme agli altri. Ho sentito subito un odore forte di caffè bruciacchiato e di pane raffermo che mi ha messo addosso un leggero fastidio, come se già qualcosa non andasse. Mi sono seduto in silenzio e ho osservato i volti dei marinai, cercando di capire chi fossero, di leggere nei loro sguardi.
Sebastiano mi ha colpito più di tutti. L’ho visto seduto al suo solito posto, un po’ discosto dagli altri, quasi a proteggersi. È un ragazzo grande, massiccio, con spalle larghe e mani enormi, fatte per lavori pesanti. Ha un viso largo e dolce, ma quando ho incrociato i suoi occhi mi sono sentito stringere lo stomaco: erano due pozzanghere profonde e tristi, piene di un silenzio che non ho saputo decifrare. Ho avuto l’impressione che dentro di lui ci fosse un segreto, qualcosa che lo tormenta, e questa cosa mi ha inquietato più di quanto volessi ammettere.
Gli altri tre marinai — Tonino, Gigi e Rosario — sono l’opposto di Sebastiano. Da subito li ho sentiti come un gruppo chiuso, uniti da un patto silenzioso che lascia fuori tutti gli altri. Sono sempre insieme, rumorosi, con quella risata che non nasce dal divertimento ma dal desiderio di ferire. Durante la colazione li ho visti scambiarsi sguardi e gomitate, e ogni tanto uno di loro ha lanciato una battuta cattiva su Sebastiano. Facevano finta di scherzare, ma ho percepito il veleno dietro le loro parole. Quei sorrisi storti, quelle risate soffocate, mi hanno messo addosso una sensazione strana: come se stessi assistendo a un gioco crudele e invisibile, un gioco che lascia graffi nell’anima.
Mentre li osservavo, mi sono accorto che dentro di me cresceva un pensiero sottile, quasi un sussurro che mi inquietava: “Se oggi ridono di lui, domani rideranno di me.”
Mi sono sentito un po’ più tranquillo solo quando ho guardato Umberto. È più grande di noi, parla un italiano perfetto, e porta con sé un’autorevolezza naturale che rassicura. Ho pensato che, se un giorno mi avessero preso di mira, lui mi avrebbe difeso. Ma dentro di me ho percepito anche un dubbio: e se invece mi sbagliassi?
Durante il giorno ho seguito il lavoro dei marinai. La nave bananiera è viva, piena di suoni e di movimenti. Ho visto gli uomini caricare grandi cassoni pieni di frutti, controllare corde e cime, ingrassare i verricelli e lucidare gli argani. Ogni loro gesto aveva un ritmo antico, una specie di danza ruvida e precisa. Le loro mani erano dure come pietra, corrose dal sale e dal vento. Li ho guardati muoversi sul ponte e mi sono sentito piccolo, come un granello su questa nave immensa, mentre l’Oceano sotto di noi respirava lento e indifferente.
La sera, quando il sole è sceso oltre l’orizzonte, ho provato un senso di prigionia. Non ho radio, non ho televisione, non ho libri. Ho solo la mia cabina, piccola e stretta, e i miei pensieri. Allora ho richiamato i ricordi di casa, come un pastore che raccoglie il gregge. Mi sono rifugiato nelle storie di mia nonna, quelle che mi ha raccontato da bambino, e ho rivisto il mio villaggio, i sentieri polverosi, le acacie, i volti familiari.
E soprattutto, ho ricordato la leggenda che più mi ha segnato: quella della città perduta di Rhapta. Ho rivisto le torri che si alzavano verso il cielo, ho sentito i profumi delle spezie, ho ascoltato il canto delle lingue diverse che si intrecciavano nei mercati. E quando ho pensato alla sua scomparsa, inghiottita dall’acqua e dalla sabbia, mi sono sentito strano, come se una parte di me fosse legata a quella città che dorme sotto l’oceano.
Questa sera mi sono addormentato con un’inquietudine che non so spiegare. Forse è la solitudine. Forse è il silenzio che questa nave custodisce. O forse sono gli sguardi di Sebastiano, pieni di un dolore che non conosco, e le risate di Tonino, Gigi e Rosario, che mi hanno fatto capire quanto sia fragile l’equilibrio qui a bordo.
Non so perché, ma sento che qualcosa sta per accadere.
DIARIO DI BORDO
2° giorno
Questa mattina, verso le otto, ci siamo ritrovati nella solita stanzetta per fare colazione. L’aria era satura dell’odore di caffè bruciacchiato e di pane raffermo. Ho mangiato in silenzio, osservando i volti dei marinai.
Sebastiano, il ragazzo grande e grosso, era già seduto al suo posto abituale, sempre un po’ in disparte, come se quella distanza potesse proteggerlo. Ho notato, ancora una volta, le sue spalle larghe, le mani enormi e il viso dolce. Ma i suoi occhi… due pozzi profondi, pieni di tristezza, come se custodissero un segreto. Ha parlato poco, e quando l’ha fatto, la sua voce è sembrata lenta e pesante, come se ogni parola gli costasse fatica.
Gli altri tre — Tonino, Gigi e Rosario — hanno fatto il solito trio inseparabile: chiassosi, ironici, sempre pronti alla battuta. Hanno riso forte e, come sempre, hanno preso di mira Sebastiano. Ho visto i loro sguardi maliziosi, le risatine sottecchi, i sorrisi storti. Fingevano di scherzare, ma era un gioco crudele, sottile, che lasciava graffi invisibili.
Mentre li osservavo, un pensiero mi è tornato più volte: oggi ridono di lui, domani rideranno di me. Ho cercato conforto nella presenza di Umberto, che è più grande e parla un italiano impeccabile; mi sono detto che, se mai qualcuno mi avesse preso di mira, lui mi avrebbe difeso.
La giornata è proseguita tra i lavori incessanti della nave bananiera. I marinai hanno caricato i cassoni, controllato le cime, lucidato gli argani e ingrassato i verricelli. Ho guardato le loro mani, dure come corde, consumate dal salmastro. Intorno a noi, l’Oceano respirava lento e indifferente, immenso, come se la nave fosse solo un puntino sulla sua pelle infinita.
La sera, quando il sole è sprofondato oltre l’orizzonte, la nave è scivolata placida sulle acque. Non avevo radio, né televisione, né libri. Avevo solo il mio letto e la mia mente, che oggi ho sentito crescere e diventare immensa.
Prima di dormire, ho richiamato i ricordi, come un pastore che raduna il suo gregge. Mi sono rifugiato nelle storie di mia nonna, tornate intatte: ho rivisto i sentieri polverosi, le acacie, i volti del villaggio, i tamburi, i canti. Lei era sempre al centro, con le sue mani che parlavano anche quando tacevano.
Tra tutte le storie, una è tornata più viva di tutte: la leggenda della città di Rhapta. Mia nonna mi raccontava che Rhapta sorgeva sul grande fiume Rufiji, dove le acque dolci incontrano l’Oceano Indiano. Diceva che era una città maestosa, piena di torri e mercati, di lingue e profumi: incenso, spezie, suoni, colori. Ma poi, un giorno, la terra aveva tremato, il mare si era sollevato e Rhapta era scomparsa.
“Non è morta,” diceva sempre mia nonna, “dorme sotto le acque, e aspetta qualcuno che la risvegli.”
Ho chiuso gli occhi, e lì, tra il respiro del mare e il battito del mio cuore, Rhapta è tornata viva.
DIARIO DI BORDO
3° giorno
Questa mattina, dopo colazione, il tempo è sembrato dilatarsi in un vuoto senza fine. Sul ponte non c’era molto da fare: il mare si è steso immenso e monotono, confondendo l’orizzonte con il cielo. A volte ho visto una nave passare in lontananza, piccola come un puntino, e per qualche istante mi è sembrata una promessa di movimento, un segno di vita diversa.
Ma l’aria, dentro la nave, era tesa. Ho subito capito che Gigi, Rosario e Tonino avevano deciso di divertirsi a spese di qualcuno. Ho riconosciuto i loro sguardi maliziosi, le risatine soffocate, i gomiti che si davano tra loro. Sapevo che avrebbero preso di mira Sebastiano.
Lui stava in silenzio, chino a pulire il pavimento con il secchio e lo straccio. Ogni tanto sollevava lo sguardo, ma non diceva nulla, come se la calma fosse il suo unico scudo. Tonino si divertiva a camminare proprio dove Sebastiano aveva appena passato lo straccio: «Ehi, qui è ancora sporco!» diceva con voce finta autoritaria. Sebastiano non rispondeva, ricominciava da capo. Ho sentito crescere in me un presagio: sta per succedere qualcosa di brutto.
E infatti, dopo mezz’ora di provocazioni, Tonino ha chiamato Sebastiano: «Vieni a darci una mano». Lui si è avvicinato senza sospettare nulla. Rosario, con la bocca piena d’acqua, gliel’ha spruzzata addosso. L’ho visto restare immobile, il viso bagnato, gli occhi fissi. Per un istante ho creduto che non avrebbe reagito.
Poi è successo l’imprevisto. Con un urlo che sembrava venire dalle viscere, Sebastiano ha afferrato Rosario e l’ha scaraventato a terra. Ha iniziato a colpirlo con una furia cieca, come se tutta la rabbia accumulata negli anni fosse esplosa in un solo istante.
Gigi e Tonino si sono buttati addosso a lui per immobilizzarlo. Io sono rimasto fermo, le gambe bloccate, il cuore che batteva forte. Avrei voluto intervenire, ma la paura mi ha paralizzato. Mi sono detto: “Sono uno Msigwa, devo essere forte”. Ma non ci sono riuscito. Ho solo urlato, sperando che qualcuno arrivasse.
Nessuno è venuto.
Mentre Rosario e Tonino tenevano Sebastiano fermo, Gigi gli ha sferrato pugni nello stomaco, colpendo con cattiveria, quasi con piacere. I colpi risuonavano sul metallo del ponte, e il viso di Sebastiano si contorceva. Ho visto vicino a me un rastrello di ferro. Ho ricordato mio padre, la iena, il colpo secco “tra le orecchie”. Bastava un solo colpo, e Gigi sarebbe caduto. Ma non ho avuto il coraggio.
All’improvviso, Sebastiano si è liberato con una forza inspiegabile. Ha afferrato Gigi, lo ha sollevato e l’ha scaraventato contro la parete di metallo. Il tonfo è stato tremendo. Per un attimo ho temuto che volesse buttarlo oltre la balaustra.
È stato allora che una voce potente ha squarciato l’aria: «Sebastiano! Cosa fai? Basta!»
Il comandante è apparso. Lo ha guardato con occhi duri, ma non arrabbiati: c’era pena, forse comprensione. Gli ha ordinato di andare subito nella sua cabina. Sebastiano ha abbassato lo sguardo e ha obbedito. Da allora, non l’ho più visto.
Il comandante si è poi voltato verso i tre bulli: «Di questo episodio non voglio che nessuno parli. E voi tre mi dovete delle spiegazioni.»
Quella notte non ho chiuso occhio. Mi sono rigirato nel letto, tormentato dai sensi di colpa: avrei dovuto fare qualcosa, avrei dovuto colpire Gigi con quel rastrello. Invece sono rimasto immobile, vinto dalla paura.
Il silenzio imposto dal comandante ha reso la sparizione di Sebastiano ancora più inquietante.














