1. L’attesa al porto di Merka

Il porto di Merka era vivo come un cuore che batteva troppo in fretta.

Il vento portava l’odore acre di salsedine e quello dolce e pungente delle spezie del mercato vicino: chiodi di garofano, cannella, caffè tostato. A ogni respiro entravano nelle narici anche gli effluvi forti del pesce fresco, del catrame delle corde e della ruggine delle banchine. L’aria era densa, piena di promesse e di addii.

Intorno, il caos era sovrano: portuali che urlavano ordini, marinai che correvano, donne che vendevano cesti di frutta, bambini che zigzagavano tra le gambe degli adulti. Le lingue si mescolavano come onde che si infrangono: somalo, arabo, italiano, e una miriade di dialetti sconosciuti. Sopra tutto, il richiamo stridulo dei gabbiani tagliava l’aria, mentre il sole picchiava forte, scaldando le pietre bianche della banchina.

Io ero lì, stretto accanto a Umberto, la mia valigetta tra le mani. Guardavo la bananiera ancorata poco distante: era immensa, con la prua alta e lucida, come un animale pronto a divorare il mare. Sentivo il rombo profondo dei suoi motori e, dentro, un fremito di paura e di eccitazione mi scorreva nelle vene.

2. La cesta gigante

Al centro del porto dominava la gru.

Alta, maestosa, con il suo braccio di ferro che si muoveva lento, oscillava la cesta gigante, intrecciata di corde spesse e rinforzata da ganci d’acciaio. Sembrava una bocca pronta a inghiottire uomini e restituirli altrove. Vedevo persone entrarci, sette, otto alla volta, e venivano sollevate dalla grù nel vuoto, tra cielo e mare, come sacchi di banane destinati all’esportazione e trasferiti sulla nave.

Quando toccò a noi, il cuore mi esplose nel petto.

La mano di Umberto tremava vicino alla mia, e senza parlare ci stringemmo un istante, come due naufraghi prima di un tuffo. Salimmo nella cesta insieme alle altre persone: corpi compressi, silenziosi, lo sguardo basso. Nessuno diceva una parola, ognuno perso nei propri pensieri.

Poi la cesta si mosse. Un sobbalzo. Un cigolio di funi.

E il porto cominciò a scivolare via sotto di noi.

3. La voce della nonna

Mentre la cesta oscillava, il rumore del porto sembrò dissolversi e nella mia mente si fece strada la voce di mia nonna. La sentivo chiarissima, come se fosse lì, accanto a me.

“Ascolta bene, figlio mio…”

La sua voce era bassa, roca, ma calda come un braciere acceso.

“Stai attento agli uomini bianchi. Loro possono soffocare un bambino… per rubargli l’anima.”

Quelle parole le avevo sentite cento volte, ma adesso mi avvolgevano come un incantesimo. Guardavo gli ufficiali sul ponte, i loro volti chiari, gli occhi che sembravano ghiaccio. Ero solo un bambino, eppure in me c’era la certezza infantile che quegli uomini potevano davvero toccarmi dentro, strapparmi qualcosa che non vedevo ma che sapevo prezioso: la mia anima.

Istintivamente, la mia mano corse alla valigetta.

Lì dentro, avvolto in un lenzuolo, c’era il pugnale che mia nonna mi aveva regalato. Il metallo freddo era la mia protezione, il mio legame con lei, con il villaggio, con le storie raccontate attorno al fuoco. Non ero solo: con me c’era la sua voce, la sua forza, la sua magia.

4. Il distacco

Quando la cesta toccò il ponte della bananiera, il legno scricchiolò sotto i nostri piedi.

Mi voltai verso il porto e cercai con lo sguardo un viso amico. Ma la folla era un mosaico di volti e colori che si confondeva nella distanza. Sentii un nodo salire in gola. Sapevo che per molto tempo non  avrei più visto mia mamma, mio babbo e i miei fratelli. Sapevo che non ci sarebbero state carezze, risate, voci familiari.

Provai a essere forte, ma dentro mi sentivo svuotato.

La bananiera era enorme, il mare infinito, e io minuscolo.

Mi dicevo che dall’altra parte del mare ci sarebbe stata una nuova vita, ma quella promessa era ancora lontana, fatta di parole che non riuscivo a toccare. La sola cosa che sentivo, lì e ora, era il distacco: il mio mondo restava alle spalle, io andavo incontro a un futuro che non conoscevo.

5. La partenza verso l’ignoto

Il comandante, un uomo alto con un cappello bianco, gridò ordini incomprensibili. I marinai correvano sulle passerelle, le corde venivano tirate, le bitte mollate. La nave cominciò a vibrare sotto i nostri piedi, come se fosse viva.

Un lungo fischio lacerò l’aria.

La bananiera si staccò lentamente dalla banchina, e il porto cominciò a scivolare via, sempre più piccolo, sempre più lontano. I gabbiani ci seguivano, lanciando strida acute, come se volessero portarci indietro.

Guardai l’orizzonte.

Il mare davanti era infinito, un deserto d’acqua che brillava sotto il sole. 

Mi strinsi la valigetta al petto, sentendo il pugnale sotto il lenzuolo, e mi dissi che qualunque cosa mi aspettasse dall’altra parte, non avrei dimenticato chi ero e da dove venivo.

E in quel momento, sospeso tra paura e speranza, capii che stavo lasciando non solo la mia casa, ma anche una parte della mia infanzia.

Il comandante

Sulla nave, fummo accolti dal comandante, un uomo robusto, con una barba folta e grigia che gli conferiva un’aria autorevole. I suoi occhi azzurri sembravano brillare mentre ci osservava. “Hai fifa, eh?” disse, chinandosi leggermente verso di me. Non compresi quelle parole, ma il tono rassicurante con cui le pronunciò mi rimase impresso.

Il comandante ci accompagnò attraverso i corridoi stretti e metallici della nave. I nostri passi risuonavano in un ritmo monotono, creando un senso di irrealtà. Alla fine, ci mostrò la nostra cabina: una stanza piccola, con due lettini e un oblò che dava sul mare scuro. L’aria era pesante, intrisa dell’odore salmastro del mare e delle banane.

“Ecco qua, riposo per i piccoli viaggiatori”, disse con la sua voce profonda. Ero esausto. La stanchezza del viaggio e l’emozione mi avevano prosciugato di ogni energia. Mi sdraiai sul lettino, e la coperta ruvida mi parve la cosa più accogliente del mondo in quel momento. Chiusi gli occhi e caddi in un sonno profondo, dove non c’era più la nave, né il mare, solo il buio rassicurante che mi avvolgeva.

Un forte toc toc alla porta ci svegliò bruscamente. “Colazione pronta!”, annunciò una voce robusta. Ancora assonnati, ci alzammo e seguiamo il comandante verso la sala da pranzo.

Attraversammo il corridoio stretto della nave, mentre il rumore dei nostri passi rimbombava sulle pareti di metallo. Nell’aria si percepiva ancora il profumo del mare, mescolato a un tenue aroma di cibo che ci attirava. Il comandante ci guidò fino a una piccola stanza dove alcuni membri dell’equipaggio stavano già seduti a fare colazione.

La stanza era semplice, con tavoli e panche di legno logorati dal tempo. Su uno dei tavoli c’era una brocca di latte fumante e un cestino con tozzi di pane scuro, denso. Il comandante ci indicò due posti vuoti, e noi ci sedemmo. Davanti a noi fu versata una tazza abbondante di latte caldo, il cui profumo familiare ci avvolse in un rassicurante abbraccio. Accanto, un pezzo di pane dalla crosta croccante e l’interno morbido. Lo prendemmo con un attimo di esitazione, poi iniziammo a mangiare.

Il latte era caldo, confortante, e il pane, pur nella sua semplicità, aveva un sapore che ci riportava a casa. Pochi sguardi, qualche cenno di approvazione, e nessuna parola superflua spezzò quel momento di quiete.

Dopo la colazione, il comandante ci invitò a seguirlo in coperta. Attraversammo i corridoi angusti e salimmo una ripida scala di metallo che ci portò all’esterno. Appena emersi, mi trovai di fronte a una vista che mi tolse il respiro.

La terra era scomparsa. Attorno a noi si estendeva solo il mare, un tappeto di blu che sembrava non avere fine. Le onde si infrangevano dolcemente contro la nave, mentre il cielo, di un azzurro puro, brillava senza una nuvola. Il sole rifletteva sull’acqua in mille scintille, mentre il vento leggero portava con sé il profumo salmastro del mare, unito alla freschezza del mattino.

Mi sentii piccolo, insignificante, di fronte a quell’immensità. La nave, che la sera prima mi era parsa così imponente, ora sembrava una fragile barchetta, persa in quell’oceano sconfinato. Il cuore mi batteva forte, sopraffatto da un misto di meraviglia e timore. Guardai Umberto, cercando nei suoi occhi lo stesso senso di spaesamento e stupore. Il suo sguardo, fisso sull’orizzonte, rifletteva la vastità del mare e la consapevolezza che la nostra avventura era solo all’inizio.

Il pensiero che forse non sarei mai più tornato a casa mi colpì con violenza. La familiarità della terraferma era ormai un ricordo lontano, sostituita da un mondo sconosciuto. Ogni onda che si infrangeva contro la nave mi ricordava l’imprevedibilità della vita. Come il mare segue le sue leggi, così la vita sembra obbedire a forze più grandi di noi. In quel momento realizzai quanto poco controllo avessimo sul nostro destino. Gran parte  della nostra esistenza è decisa da altri: le circostanze della nascita, le decisioni dei nostri genitori, le opportunità che ci vengono offerte o negate. Ma il restante, seppur piccolo, è quello che possiamo plasmare con le nostre scelte.

Nonostante fossi stato costretto a lasciare il mio villaggio per un paese lontano, sapevo di avere ancora qualcosa sotto il mio controllo. Avrei potuto decidere come affrontare le sfide e utilizzare le opportunità. Questo pensiero mi diede un senso di potere, per quanto limitato. In quel vasto mare, con l’orizzonte che sembrava senza fine, mi rifugiai nei ricordi e nell’immaginazione.

La nave su cui viaggiavo si trasformò nella mia mente in una noce di cocco che galleggiava sul fiume Giuba, come avevo visto tante volte da bambino. Visualizzavo la noce, trascinata dalla corrente, muoversi senza una direzione precisa, proprio come mi sentivo io, sospeso tra due mondi. Ma sapevo che, alla fine, la noce si sarebbe arenata sulla riva, avrebbe messo radici e sarebbe diventata una pianta forte e rigogliosa. Questa immagine mi dava speranza. Come la noce di cocco, anche io avrei trovato un giorno la mia terraferma, un luogo dove fermarmi e mettere radici.

Durante quei dodici giorni di navigazione, mi ritrovai spesso a ripercorrere la mia vita, come se stessi guardando un film proiettato nella mia mente. Rivivevo il mio villaggio, Bulo Yak, le giornate passate a giocare lungo il fiume, il sorriso di mia madre, i racconti degli anziani attorno al fuoco. Ogni dettaglio tornava vivido: il sole che filtrava tra le foglie delle palme, l’odore della terra dopo le piogge. E con essi, anche i ricordi dolorosi riaffioravano. Come il giorno in cui mio babbo mi portò lungo la strada che portava a Mogadiscio per incontrare il camionista che mi avrebbe portato via, lontano da tutto ciò che conoscevo.

Rivivevo il viaggio verso la città, i sobbalzi del camion, il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino e il mio senso di smarrimento, amplificato dal silenzio. Quei ricordi si alternavano a momenti di speranza, come l’incontro con la professoressa Ziani, la sua gentilezza e il calore che emanava dai suoi occhi. Ogni frammento di memoria mi aiutava a comprendere meglio chi fossi e cosa stessi cercando. Mi preparavano, in qualche modo, ad affrontare il nuovo mondo che mi aspettava, con tutte le sue sfide e opportunità.

Ero piccolo, e il mondo mi appariva immenso, troppo grande per le mie mani ancora inesperte. La nave bananiera scivolava lenta sull’Oceano, trascinando con sé il suo carico silenzioso e la mia piccola esistenza sospesa tra cielo e acqua. Il mare era un confine infinito, eppure, per me, era anche una prigione: dodici giorni in cui il tempo sembrava dilatarsi, diluire i pensieri, consumare i desideri.

Non avevo radio. Non avevo televisione. Non avevo libri. Avevo solo il mio piccolo letto nella cabina, e la mia mente che imparava a essere immensa.

Ogni sera, prima di chiudere gli occhi, chiamavo a raccolta i ricordi come un pastore fa con il suo gregge. Le storie di mia nonna materna tornavano a me, intatte, piene di colori e di profumi, di voci e di sguardi. Ogni parola che lei mi aveva donato diventava un seme, e nella mia mente sbocciavano mondi.

Così mi costruivo un rifugio. Ogni notte mi vedevo un film che non esisteva da nessuna parte se non dentro di me. Ogni sera sollevavo il sipario della memoria, e mi ritrovavo nel mio villaggio, sotto il cielo ardente della mia infanzia. Rivedevo i sentieri polverosi, le ombre leggere delle acacie, i volti amati, i canti lontani. La nave poteva essere fredda, grigia, immobile… ma nella mia mente danzavano tamburi, risate, racconti che non conoscevano confini.

Ora capisco da dove nascono i diari di bordo. La vita su una nave ti lascia poco da fare e molto da pensare: il tempo non si misura con le ore, ma con i ricordi che ti inventi per sopravvivere. Se avessi saputo scrivere allora, ogni giorno avrei descritto quel viaggio: il silenzio interminabile, la solitudine che scavava dentro, la tristezza che ti accarezza lenta, come il rollio delle onde.

Eppure, forse, è stato proprio quel vuoto a salvarmi. Perché la mente di un bambino, quando è costretta a confrontarsi con l’assenza, trova il coraggio di creare. Ritorna ai luoghi che ama, ricuce le voci perdute, risveglia i volti che teme di dimenticare. La fantasia diventa una zattera, una piccola barca che galleggia nel mare immenso della noia.

In quelle notti, mia nonna era accanto a me. Sentivo la sua voce calda, il suo respiro vicino, le mani che muovevano l’aria mentre raccontava. Lei mi riportava a casa, mi teneva al sicuro, mi ricordava chi ero e da dove venivo.

E così decido, ora, di scrivere qui le sue storie. Quelle che mi hanno salvato, che mi hanno fatto compagnia, che hanno dato luce a dodici lunghi giorni di mare e silenzio. Quelle storie che hanno costruito un ponte invisibile tra il bambino che ero e l’uomo che sono diventato.

Perché il mare porta via molte cose, ma non i racconti. Quelli restano.