Il mondo oggi è testimone di drammi che sembrano non conoscere tregua. A Gaza e in Ucraina, lo scontro ha assunto una logica totalizzante. Le leadership di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, seppur diversissime per contesto e storia, si stanno muovendo secondo uno schema comune: l’annientamento dell’altro come soluzione finale.
Putin, intrappolato nel suo disegno imperiale post-sovietico, non può permettersi una sconfitta in Ucraina senza mettere a rischio la sua stessa permanenza al potere. Ogni cedimento, ogni passo indietro, verrebbe vissuto come un’umiliazione intollerabile, non solo per lui, ma per l’intero apparato che ha costruito. Così, la guerra continua, anche se logora la Russia, le cui perdite stimate di uomini sono di circa un milione di soldati morti dall’inizio dell’invasione.
Netanyahu, dal canto suo, ha legato la sua sopravvivenza politica alla guerra contro Hamas e alla promessa, esplicita o implicita, di “eliminare” la minaccia palestinese con ogni mezzo. Dopo l’orrore del 7 ottobre, la risposta di Israele è stata sproporzionata, cieca, devastante. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, decine di migliaia di morti, tra cui moltissimi bambini. La logica che guida l’azione del governo israeliano non sembra più rispondere a criteri strategici, ma piuttosto a un impulso ossessivo alla vendetta, al dominio, al controllo assoluto, come le ultime scelte di conquistare l’intero territorio della striscia.
In entrambi i casi, il punto di non ritorno è superato. Nessuno sembra avere il coraggio, la visione o la credibilità per proporre una via d’uscita. Gli Stati Uniti, da sempre attore centrale nella politica globale, sono nel pieno di una profonda crisi interna. La politica estera americana oscilla tra improvvisazioni muscolari e ritiri disordinati: la gestione del recente incontro in Alaska tra Trump e Putin ne è una prova evidente. Manca una coerenza, manca una strategia, manca la capacità di parlare al mondo come guida morale, come forza capace di costruire pace.
La Cina è prigioniera delle sue stesse ambizioni neo-imperiali, che la portano a non voler giudicare le mosse dei suoi potenziali alleati. Il suo silenzio complice davanti alla guerra in Ucraina e la retorica ambigua su Gaza mostrano una leadership preoccupata più dei propri interessi economici e strategici, che della costruzione di un sistema internazionale più giusto.
L’Europa, infine, è forse l’attore più deludente. Troppo debole, troppo dispersa, troppo ripiegata su sé stessa. Incapace di parlare con una voce sola, si limita a reazioni timide, dichiarazioni generiche, iniziative inconsistenti.
Eppure sarebbe proprio l’Europa, con la sua storia, la sua cultura della mediazione, la sua vicinanza geografica ed esistenziale ai conflitti in corso, a poter giocare un ruolo determinante. In questo scenario, l’assenza di una guida globale capace di interrompere la spirale della violenza e proporre una visione alternativa del mondo è la più grave tra le emergenze.
Come se ne esce? I tavoli negoziali hanno successo quando c’è qualcuno disposto a interrompere il ciclo della vendetta, a dire “basta” anche quando avrebbe il potere di colpire. Oggi manca questa forza interiore. Ci troviamo davanti a un collasso della ragione. In fondo queste crisi prolungate non fanno altro che smascherare il vuoto del nostro tempo. Non si costruisce la sicurezza sulla paura, né la giustizia sull’odio. Questo la storia lo ha insegnato mille volte.
Partire da questo dato potrebbe rappresentare la prima svolta di cui il mondo ha bisogno, la strada che dovremmo iniziare a percorrere.
Tiziano Conti














