Il posto fisso? Non è più sacro. Un’affermazione che farebbe saltare Nicola Binetto, personaggio di fantasia interpretato da Lino Banfi nel film del 2016 Quo vado?. Ma è la situazione che ha fotografato Istituto per la Finanza e l’Economia Locale, la fondazione dell’Anci che nel suo rapporto sull’anno concluso lascia un dato interessante: 16mila uscite volontarie dai Comuni, contro le 11mila del 2017. Non solo turnover, ma anche molti che abbandonano “il posto fisso” per altro. Abbiamo chiesto un parere ad Andrea Piazza, giovane under 35, oggi capo servizio presso l’Ufficio Affari Istituzionali dell’Unione della Romagna Faentina. Una carriera iniziata nel medesimo settore nel 2018 come amministrativo, poi proseguita oggi diventando responsabile dei servizi di segreteria di Faenza e dei comuni del comprensorio.

Intervista ad Andrea Piazza: “Le indagini del Sole 24 Ore confermano che anche la complessità normativa, la rigidità burocratica e l’assenza di prospettive di crescita pesano molto”

Piazza, il dato è chiaro. Il rapporto 2025 certifica come la “distanza retributiva” tra gli Enti Locali ed altri lavori sia elevata ed è il principale motivo di abbandono. È così o i motivi sono altri?

Il Rapporto Ifel 2025 sottolinea un dato ormai evidente: la distanza retributiva tra il lavoro negli enti locali e quello nel settore privato è significativa, soprattutto per i profili tecnici come ingegneri, informatici e analisti dati, proprio quelli di cui gli enti pubblici avrebbero più bisogno per gli obiettivi Pnrr. In queste categorie, il divario può superare i 600–800 euro mensili già a inizio carriera, scoraggiando l’accesso al pubblico impiego. Tuttavia, lo stipendio non è l’unica ragione per cui sempre meno giovani decidono di “lavorare in Comune”. Le indagini del Sole 24 Ore confermano che anche la complessità normativa, la rigidità burocratica e l’assenza di prospettive di crescita pesano molto. Questo vale non solo per gli ambiti tecnici, come lavori pubblici e urbanistica, ma anche per i servizi sociali e demografici, dove la pressione dell’utenza si somma alle sempre maggiori fragilità economico-sociali delle nostre comunità.

Quali sono gli strumenti che l’ente locale può utilizzare per porre fine a questo spostamento verso altri settori?

Non potendo incidere sugli stipendi o sulla normativa, definiti a livello nazionale, per limitare la “fuga” di dipendenti e attrarre nuovi talenti, i Comuni possono investire sugli strumenti a propria disposizione: una migliore organizzazione (favorendo procedure chiare e trasparenti al proprio interno per le carriere e l’attribuzione di incarichi), formazione continua e affiancamento dei neoassunti (solo una piccola minoranza degli enti si preoccupa di farlo davvero), piccoli benefici accessori (una buona flessibilità oraria per conciliare impegni vita-lavoro, oppure forme di welfare aziendale). È evidente come queste strategie siano ipotizzabili solo in enti di una certa dimensione in termini di dipendenti, motivo per il quale ritengo che le Unioni e le fusioni di Comuni siano una modalità di gestione ormai imprescindibile per il futuro degli enti locali. In caso contrario, come si può pensare di fare gestione e valorizzazione delle risorse umane in un ente di venti dipendenti?

Oggi, con l’avanzare della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale, cambierà il lavoro di chi è impiegato presso i vari servizi comunali?

La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale possono automatizzare molte attività: dalla protocollazione e fascicolazione dei documenti, ai controlli automatizzati negli appalti, fino persino alla generazione di bozze di atti amministrativi. Sempre più sportelli digitali saranno affiancati da assistenti virtuali per orientare i cittadini senza passare per il telefono. Ma per governare questi strumenti servono nuove competenze: informatiche, giuridiche, organizzative. L’obiettivo non è sostituire chi lavora, ma spostare le energie su funzioni a più alto valore umano, penso al caso dei servizi alla persona e della manutenzione del territorio. Al momento siamo molto distanti da questo scenario, sia a livello di regole che di competenze presenti nelle nostre dotazioni organiche.

Quali consigli daresti a un giovane che vuole avvicinarsi al pubblico impiego?

A chi vuole avvicinarsi oggi al lavoro pubblico direi che è il momento giusto. Nei prossimi anni, anche per effetto dei pensionamenti, molti enti cercheranno nuove figure. Serviranno competenze tecniche, certo, ma anche capacità relazionali, problem solving, pensiero critico.
A chi studia per lavorare in ambito amministrativo, consiglio di affiancare le conoscenze politico-giuridiche a quelle digitali. Tirocini, stage o programmi europei possono aiutare a capire meglio il settore. E soprattutto: coltivate le vostre passioni, cercando di capire come possano mettersi al servizio del bene pubblico. La pubblica amministrazione ha bisogno anche di questo.

Mattia Randi