E così, seduto su quel muretto bianco di Mogadiscio, gli occhi gonfi e la gola chiusa, cercai di farmi coraggio. Il mio cuore rallentò. Inspirai a fondo, sentii la sabbia sotto i miei piedi, il ronzio lontano di un taxi, e le voci della gente come echi della savana. No, non dovevo arrendermi. Dovevo trovare la casa di zio Aweso. Anche se la città era grande, anche se la paura mi stringeva la gola, non ero sconfitto. Non ancora. E tra i mille pensieri che mi affollavano la mente, mi tornò alla memoria una parola che gli anziani pronunciavano durante lo Mviko, il rito della maturità: “Organizzatevi.”
Non si sopravvive alla savana senza organizzazione. Non si diventa uomini senza disciplina. Non si trova la strada senza fermarsi, respirare e osservare. Mi alzai. Smisi di piangere. Scelsi una direzione. E in quell’istante, con gli occhi asciutti e il cuore saldo, mi resi conto che non ero più il bambino spaventato che piangeva sul muretto. Ero il piccolo bufalo, che aveva danzato dopo la morte del leone.
L’autista, appena uscito dal bagno e non vedendomi più dove mi aveva lasciato, fu preso dal panico. si era alzato sulle punte dei piedi, scrutando ogni angolo con ansia crescente. Quando finalmente mi vide a pochi metri di distanza, il suo respiro si fece più profondo, come se avesse appena riemerso dall’acqua dopo una lunga apnea. Corse verso di me con passo deciso, senza dire una parola per i primi secondi, mi afferrò la mano e, solo allora, lasciò uscire un sospiro misto di rabbia e sollievo. Mi sgridò, sì, ma con la voce tremante, carica di emozione.
«Perché te ne sei andato? Dovevi aspettarmi!» capii, anche se parlava in somalo, dal tono severo, ma nei suoi occhi c’era una dolcezza che tradiva la sua paura appena passata. Dal modo in cui si preoccupava, capii che aveva ricevuto istruzioni precise dai miei parenti e sentiva profondamente la responsabilità della mia sicurezza.
In quella sera d’agosto del 1966, Mogadiscio si presentava come una città vivace e accogliente. Le luci soffuse dei lampioni illuminavano le strade, le persone si riunivano nei mercati, nei ristoranti e nei caffè, mentre l’aria calda della notte accompagnava i suoni delle conversazioni e della musica. I mercati notturni brulicavano di vita, con bancarelle di prodotti freschi, spezie e artigianato. La città era pervasa da un senso di calore e ospitalità .Il camionista busso alla porta dello zio. Fu lo zio in persona che apri la porta, rimase sorpreso, perchè non pensava che sarei tornato così presto. lui e mia zia mi abbracciarono con calore, mangiai svogliatamente dei sambusa con del te e banane.
Zio Aweso, immerso nella tranquillità della sua casa, si preparava una bevanda alcolica a base di limone, mentre le melodie struggenti di una cantante yemenita riempivano l’aria. Sorseggiando lentamente il suo drink, sembrava perso nei suoi pensieri, forse rievocando ricordi lontani o lasciandosi trasportare dalle emozioni che la musica suscitava in lui. In quel momento di solitudine e riflessione, trovava conforto nella musica e nella freschezza della bevanda.
Nei giorni successivi al mio arrivo, zio Aweso si dedicò con impegno a preparare i documenti necessari per il mio viaggio in Italia. Si recò negli uffici governativi per sbrigare le pratiche burocratiche e mi accompagnò nelle cliniche per le vaccinazioni obbligatorie. Il suo impegno costante mi faceva comprendere quanto fosse importante questo viaggio per la mia famiglia e per il mio futuro.
Incontro con la professoressa Pina Ziani

La mattina seguente, dopo colazione, zio Aweso mi condusse al Collegio Sacro Cuore. “Fino alla partenza per l’Italia rimarrai in questo collegio, qui incontrerai anche la professoressa Pina Ziani e conoscerai tanti altri ragazzi. Ero nervoso, con lo stomaco in subbuglio. Mentre camminavamo per le strade di Mogadiscio, cercavo di assorbire ogni dettaglio della città, consapevole che presto avrei dovuto affrontare un cambiamento importante.
Il Collegio Sacro Cuore, situato alla periferia della città, si ergeva come una struttura imponente e austera, simile a una fortezza. Le alte mura di cemento sormontate dal filo spinato davano l’impressione di un carcere, separando nettamente l’istituto dal mondo esterno. Il grande portone di ferro battuto, pesante e imponente, era l’unico accesso, quasi a simboleggiare l’isolamento dei ragazzi che vi abitavano. All’interno, i corridoi erano stretti e bui, illuminati solo da fioche lampadine al neon, e l’atmosfera fredda e desolata creava un senso di claustrofobia. Le aule erano spoglie, con pareti scrostate e banchi in legno consumato. Nei dormitori, lunghi filari di letti ordinati, ognuno con una coperta sottile e un cuscino rigido, trasmettevano un senso di uniformità e disciplina.
I ragazzi del Collegio portavano nei loro tratti fisici l’eredità di due mondi: la pelle ambrata, i capelli ricci e gli occhi profondi raccontavano delle loro radici somale, mentre i lineamenti europei richiamavano l’origine dei padri italiani che, tuttavia, li avevano abbandonati. Indossavano uniformi logore e tutte uguali, che annullavano qualsiasi segno di individualità. La disciplina rigida e la solitudine avevano plasmato il loro carattere: silenziosi, obbedienti, abituati a rispettare le regole per evitare punizioni severe. Nei momenti di pausa, si raggruppavano in piccoli cerchi, parlando a bassa voce o giocando con vecchi giocattoli di legno.
I loro occhi, però, dicevano di più: una sottile malinconia li pervadeva, un’ombra di tristezza che raccontava di sogni infranti e affetti perduti. Spesso, quegli sguardi si perdevano verso l’orizzonte, come a cercare una libertà o un amore materno che non avrebbero mai potuto ritrovare. In quel luogo, il tempo sembrava scorrere lento, scandito dal suono monotono delle campane che regolavano ogni momento della giornata. Ogni giorno era identico al precedente, con i sentimenti repressi e le speranze trattenute. Eppure, nei loro cuori, ardeva una piccola fiamma di speranza, un desiderio di un futuro diverso.
La consapevolezza di essere in un luogo dove molti ragazzi erano orfani mi colpì profondamente, e mi chiesi quale fosse la loro storia. Mi sentivo come loro: in bilico tra paura e incertezza, pronto a iniziare un nuovo capitolo della mia vita.
L’eco di Faenza e della frazione di Errano
La porta dell’ufficio del direttore del collegio, Padre Goffredo, era socchiusa. Prima ancora di varcarla, udimmo chiaramente una voce femminile dall’interno pronunciare con tono fermo e risoluto: «Omarino andrà ad abitare a Faenza, dal professor Giuseppe Bertoni. Umberto, invece, a Errano, dal cavalier Giovanni dalle Fabbriche.»
Quelle parole mi colpirono con la forza di una sentenza. Era la prima volta che sentivo nominare quei nomi — Faenza, Bertoni, Errano, Dalle Fabbriche — e ciascuno sembrava aprire un mondo ignoto e distante, come isole di cui non avevo mai sospettato l’esistenza. Un senso di smarrimento mi si insinuò dentro, come se qualcuno avesse deciso il mio destino senza di me, tracciando linee su una mappa che non conoscevo.
Appena entrammo, padre Goffredo si voltò verso la donna e, indicandomi con un mezzo sorriso, disse: «Ecco Omarino. È piccolo, ma forte: mi ha aiutato a uscire da quella macchinetta sgangherata.»
Compresi subito, anche senza bisogno di presentazioni, che quella donna era la famosa Pina Ziani, di cui avevo sentito parlare diverse volte. Il modo in cui aveva pronunciato il mio nome poco prima — “Omarino” — mi era rimasto impresso, con quel diminutivo che pareva affettuoso ma al tempo stesso definitivo, come se avesse già stabilito chi fossi e dove dovessi andare.
Pina Ziani, originaria di Forlì, era una figura stimata e rispettata in tutta la Somalia. Aveva scelto di venire a insegnare la lingua italiana, guadagnandosi la fama di donna con grande autorevolezza. Poteva viaggiare ovunque nel paese senza timore. Fondatrice del Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo, Ziani aveva dedicato la sua vita all’aiuto dei più bisognosi, spesso in contesti di estrema difficoltà. Nata nel 1924 a Dovadola, aveva insegnato in varie scuole in Italia prima di partire per l’Africa nel 1964.
Quando la vidi, mi colpì subito la sua figura serena, il portamento autorevole e il volto serio ma gentile. I suoi capelli neri, , riflettevano una persona ordinata e disciplinata. Indossava un abito sobrio ma fine, che le conferiva un’aria di professionalità, aveva una voce nasale ma rassicurante
Mi avvicinai con un misto di timore e curiosità. Quando i suoi occhi incrociarono i miei, notai una scintilla di empatia. Mi sorrise, un sorriso rassicurante che sembrava dirmi che tutto sarebbe andato bene. Parlò brevemente con zio Aweso e il direttore de collegio, poi si rivolse a me.
“Buongiorno, Omarino”.
Anche se non comprendevo appieno le sue parole, il suo tono mi tranquillizzò. C’era sincerità in quella donna, e sentii, per la prima volta, che forse non tutto sarebbe stato così difficile. Tuttavia, non potevo evitare di chiedermi perché mi trovassi lì, così lontano dalla mia famiglia. Quella donna che mi terrorizzava nei racconti era in realtà buonissima. Ho avuto modo di leggere le riflessioni molto emozionanti sul suo diario relativo alla visita in un isola dove vivevano dei malati di lebbra.
Diario di Pina Ziani: l’isola dei lebbrosi
Settembre 1966 – Isola Alessandra, Somalia
Attraversiamo il Giuba su un barcone di metallo, solido e profondo. Il fiume qui è largo e minaccioso, ma la nostra meta è ben più temibile: l’isola di Alessandra, un luogo di sofferenza e di abbandono, dove vivono i lebbrosi, esclusi dalla società e relegati in questo angolo sperduto.
Appena sbarcati, ci accoglie una vegetazione lussureggiante: manghi, palme e ponciaie che filtrano la luce del sole creando un’atmosfera irreale, come se fossimo entrati in un paradiso terrestre. Per un attimo, dimentico il motivo del nostro viaggio. Il dolore sembra lontano, sospeso tra la pace e il verde che ci circonda.
Ma il paradiso si dissolve quando attraversiamo un confine invisibile: la terra degli esclusi. Il dolore torna improvvisamente, come una presenza tangibile. Ai lati del sentiero, piccole shamba (orti) e persone chine a curare le piante. Una vecchia lebbrosa ci si avvicina, le sue mani ridotte a moncherini. Il missionario le dà una moneta, che lei accoglie con gesti rapidi, quasi frenetici. Ci sentiamo invadenti, colpevoli, mentre osserviamo la scena con le cineprese in mano. Spero che la nostra compassione possa riscattarci.
Il villaggio è silenzioso, reso ancora più cupo dal Ramadan, che spegne ogni voce e movimento. Le capanne sono pulite, le strade di sabbia battuta ordinate. In una di queste, trovo corpi magri, avvolti in teli che sembrano sudari. Non è solo la malattia a spaventare, ma l’emarginazione che la accompagna.
Uno dei malati si avvicina a noi. Ha il naso ritirato e occhi inquieti che spuntano da occhiaie profonde. Ripete una frase: “Sono negativo”, come se questo fosse il suo unico lasciapassare per avvicinarsi a noi. La supplica nel suo tono è straziante.
Visitammo l’ambulatorio, uno spazio ordinato e pulito, gestito da una giovane suora della Consolata. Con delicatezza e forza, attraversa ogni giorno il fiume per dedicarsi a questa missione. Nella piccola scuola dell’isola, un lebbroso autodidatta insegna a sedici bambini. Sulla lavagna, con una calligrafia impeccabile, c’era scritto: “Isola Alessandra, 2 gennaio 1966”. Quel maestro lottava per sé e per gli altri, per una speranza che forse li avrebbe portati oltre i confini dell’isola.
Ma, ironicamente, il problema più grave per i guariti è lasciare l’isola. Qui hanno un rifugio, un sostegno. Fuori li attendono la solitudine e l’indifferenza. La paura di ricominciare una lotta senza fine per il riconoscimento dei propri diritti rende l’isola una prigione che molti non vogliono più lasciare.
Mentre ci allontanavamo, alcuni lebbrosi ci salutarono con i loro moncherini, gesti che, visti da lontano, sembravano quasi normali. Pensai a Follereau e alla sua drammatica preghiera: il mistero della sofferenza umana, della salute e del destino divino si ricomponeva dentro di me. Erano momenti di consapevolezza, e quindi di grazia. Prego che questa consapevolezza non sia vana.
Questa narrazione riflette l’intenso impatto di Pina Ziani sulla vita degli emarginati, un esempio di coraggio, compassione e dedizione che continua a ispirare.
Prima della partenza per l’Italia
Pochi giorni prima della partenza conobbi Umberto, il mio compagno di viaggio. Era più grande di me, avrà avuto circa 14 o 15 anni, e parlava molto bene l’italiano. Anche lui, come me, viveva al collegio del Sacro Cuore. Seppi che sarebbe andato a Errano, una frazione di Faenza, ospite di un certo cavalier Giovanni Dalle Fabbriche. Solo più tardi scoprii che si trattava di una persona molto stimata e importante La presenza di Umberto fu per me un grande sollievo: non ero del tutto solo in quella nuova avventura. Umberto mi dava sicurezza. Aveva un modo calmo e rassicurante di parlare, e con me si comportava come un fratello maggiore. Avvertivo in lui una premura silenziosa, ma costante, come se sapesse quanto quel momento fosse delicato per me. In mezzo a tante incognite, la sua compagnia fu un punto fermo, una presenza amica che mi aiutò ad affrontare la partenza con un po’ più di coraggio.
La città portuale di Merka
Il 3 agosto 1966, lasciammo Mogadiscio direzione Merka. Io e Umberto, partimmo accompagnati da Padre Goffredo. Dentro di noi si agitava un turbine di emozioni: eccitazione e paura, speranza e tristezza. Mentre ci allontanavamo dalla città, il paesaggio si trasformava lentamente. La strada che collegava Mogadiscio a Merka attraversava vaste terre aride, punteggiate qua e là da villaggi e piantagioni di banane. Il camion sollevava una nuvola di polvere che si mescolava con l’odore di terra secca e vegetazione tropicale.
Merka era una cittadina portuale, distante circa 70 chilometri a sud di Mogadiscio. L’atmosfera era vivace Nel cuore di Merka, la vita pulsava. Il mercato era un’esplosione di colori e suoni: frutta fresca, spezie, tessuti e manufatti artigianali riempivano le bancarelle, mentre persone di ogni età si muovevano frenetiche. Le donne indossavano abiti tradizionali dai colori vivaci, mentre i bambini ridevano e giocavano tra le bancarelle. Nonostante il trambusto, il luogo emanava una serenità tipica di chi conosce la routine di un porto.
(15-prosegue…)














