Li vediamo il sabato sera muoversi in gruppi, nei nostri centri storici o nei luoghi della movida, e poi magari finire in ospedale. Li leggiamo sui giornali, sempre più spesso, protagonisti di fatti violenti, spesso con un coltello in tasca pronto all’uso. Come stanno i nostri ragazzi? Risponde Susanna Bolognesi, psicoterapeuta con una lunga esperienza anche in contesti scolastici, per nove anni attiva nello sportello d’ascolto dell’Istituto tecnico Baldini di Ravenna.

Intervista a Susanna Bolognesi, psicoterapeuta, per nove anni allo sportello d’ascolto dell’Istituto tecnico Baldini di Ravenna

psicologa

«I nostri ragazzi, e anche noi adulti che stiamo loro accanto, non stiamo poi così bene – afferma con decisione –. Tutti siamo un po’ in difficoltà. Si parla molto di fragilità, ed è vero: i ragazzi e le ragazze sono fragili. Ma non sono deboli, apatici o “destrutturati”. È tutt’altro». Nel 2023, i servizi sociali della Regione hanno effettuato una rilevazione per analizzare il fenomeno del ritiro sociale tra gli adolescenti. «In nove anni di sportello ho visto crescere l’abbandono scolastico e il ritiro sociale – racconta la psicoterapeuta –. Il fenomeno è evidente: molti ragazzi non riescono ad arrivare in fondo all’anno, si perdono lungo il percorso». L’indagine ha interessato 7mila studenti tra i 14 e i 18 anni ed è arrivata a raccogliere 762 segnalazioni. Risulta un’uguale percentuale di maschi e femmine, un picco maggiore del fenomeno nella fascia 15-16 anni (38,3%), ma con un inizio significativo a partire dai 12 anni. Un 44% dei ragazzi segnalati non frequentava già più la scuola. Di questi, il 73%, pari a 243 giovani, risultava in età di obbligo scolastico. Solo la metà di questi ragazzi, sottolinea lo studio, viveva con entrambi i genitori in casa.

“Abbiamo imposto aspettative molto alte”


Secondo Bolognesi, il mondo adulto ha via via smesso di offrire ai giovani gli strumenti per attraversare le difficoltà, i fallimenti, gli inciampi. «Come genitori e come educatori – spiega – con consapevolezza o meno, abbiamo imposto aspettative molto alte. Ma così facendo abbiamo rimosso dalla narrazione educativa il valore dell’errore, della fatica, della caduta». È in quei momenti che gli adolescenti si smarriscono, spesso lasciati soli o, peggio, giudicati: «Quando inciampano, gli adulti si spaventano più di loro. E così i ragazzi si trovano senza una guida emotiva. Credo che molti siano arrabbiati, alcuni rassegnati, spaventati. Ma non trovano adulti capaci di accogliere queste emozioni. Al contrario, spesso si preferisce negarle o ridurle a un problema tecnico: “Sta troppo sui social”».

Ansia e depressione

Sempre secondo i servizi sociali regionali, tra i ragazzi presi in esame il disturbo prevalente è l’ansia, per il 33,5%. Segue la depressione, 16%, mentre per un 32% del campione non vengono segnalati particolari altri disturbi: «Spesso si parla di attacchi di panico, anche se non sempre è il termine corretto – specifica –. Ma è innegabile che la dimensione ansiogena sia cresciuta. E questo vale anche per i più piccoli: dal Covid in poi ancora di più». Durante la pandemia, spiega Bolognesi, il digitale è diventato per molti adolescenti, e per molti adulti, l’unico spazio di relazione.

“I social non sono la causa di tutti i mali”

Lo studio definisce “pervasivo” tra gli studenti l’utilizzo del digitale, differenziando tra maschi, più propensi verso i videogiochi, e le femmine, più presenti sui social: «È una realtà che non possiamo ignorare. Il problema non è il cellulare in sé, ma il fatto che noi adulti per primi l’abbiamo usato come sostituto della relazione reale, quando magari da piccoli avevamo bisogno che stessero buoni. E poi, all’improvviso, pretendiamo che i ragazzi se ne stacchino, come se fosse un vizio da correggere».
I social, comunque, non sono la causa di tutti i mali, insiste Bolognesi: «Quando vedono calare il rendimento scolastico, i genitori accusano subito il tempo passato online. Ma dimenticano che lì, in quello spazio virtuale, ci sono amici, relazioni, riconoscimento. È una parte della vita che per i ragazzi ha un significato. Non possiamo solo demonizzarla». In proposito, Bolognesi cita Federico Tonioni del policlinico “Gemelli” di Roma, dove dal 2019 è attivo un ambulatorio sulle dipendenze digitali. «Sostiene che non si tratti di vere dipendenze, ma di segnali che meritano una lettura più profonda», aggiunge. Quando si passa dal disagio all’aggressività? «Nel momento in cui il disagio non riesce a diventare pensiero – spiega la dottoressa –. L’agìto è la forma più primitiva di reazione. Se non si riesce a pensare un’emozione forte, quella prende il sopravvento e si manifesta in modo impulsivo.

Il nodo sta nell’ascolto

Il nostro lavoro, come psicoterapeuti, è proprio aiutare a pensare ciò che altrimenti si agisce». Per affrontare questa crisi, secondo la psicoterapeuta che, a gennaio 2026, sarà tra le relatrici del corso promosso dalla Scuola di formazione teologica San Pier Crisologo con Ac, Agesci e PgV sulle relazioni con i giovani, serve un lavoro profondo con gli adulti: genitori e insegnanti: «Sono spesso smarriti, soprattutto quando i figli faticano a scuola. Ma i ragazzi mi dicevano spesso: “I miei genitori si dimenticano che io sono una persona, non solo uno studente”». Il nodo, allora, sta nell’ascolto. Nell’accettare anche di non capire tutto subito. «C’è una distanza culturale sempre più grande tra adulti e adolescenti – prosegue –. Forse oggi dovremmo provare a crescere insieme a loro, entrare nei loro mondi sconosciuti con curiosità, non con paura. È lì che si può costruire una nuova alleanza». Un punto di partenza potrebbe essere prendere sul serio, ma senza paure, la naturalezza con cui i ragazzi parlano di temi profondi. «Parlano di amore, dolore, sofferenza – conclude Bolognesi – persino pensieri di morte. Si badi bene: sono pensieri, non azioni. E invece gli adulti spesso si spaventano. Ma pensare non significa agire. Anzi, è importante che quei pensieri trovino spazio per essere detti. È una cultura che va costruita».
Serve tempo, ma occorre iniziare.

Filomena Armentano