Il 17 giugno scorso papa Leone XIV ha incontrato i vescovi della Conferenza Episcopale Italiana. Fra i 201 presenti, nella suggestiva cornice della Sala delle Benedizioni in Vaticano, anche il nostro vescovo monsignor Mario Toso, che, con la sua consueta lucidità e passione pastorale, ha poi condiviso con noi alcuni pensieri profondi scaturiti dal colloquio col Pontefice. L’incontro, segnato da parole semplici e decisive, ha ribadito le tre esortazioni centrali del Santo Padre: unità nel Cammino sinodale, coraggio pastorale, e protagonismo dei laici nell’evangelizzazione del sociale.
A fare da cornice a questi temi è stato inoltre il respiro di pace che ha attraversato ogni passaggio del discorso del Papa. Una pace non astratta, ma concreta, incarnata, impegnativa. «Quando ho salutato il Papa a nome della nostra diocesi – ha ricordato il vescovo – gli ho portato la simpatia di tutti i fedeli e in particolare il saluto affettuoso delle suore Agostiniane di Modigliana. Si è illuminato. Le ricordava bene: un segno della sua attenzione per le realtà più semplici e radicate nel territorio».
Evangelizzare il sociale

Ma è nel cuore dell’insegnamento papale che monsignor Toso ha colto un appello fortissimo: «Il Papa ci chiede di essere una Chiesa di pace, capace di dialogo, impegnata a educare alla giustizia. E per farlo – ha sottolineato con fermezza – serve che i fedeli laici conoscano e vivano la Dottrina Sociale della Chiesa. Non è un’opzione: è una componente essenziale dell’evangelizzazione». Una sfida che interpella tutte le componenti ecclesiali: parrocchie, movimenti, associazioni. Perché, come ha ricordato il vescovo, «la pace non nasce solo dal disarmo. Nasce da un ordine sociale nuovo, fondato su verità, giustizia, libertà e amore». È lo stesso insegnamento di papa Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis, che ritorna ora con nuova urgenza.
E proprio qui monsignor Toso ha voluto allargare lo sguardo: «Le parole del Papa parlano anche al mondo. Formare cristiani capaci di abitare le professioni, la cultura, l’economia con spirito evangelico significa contribuire davvero alla costruzione del Regno di Dio. Non un regno temporale, ma una civiltà dell’amore che supera le strutture di peccato e promuove la giustizia nei popoli e tra i popoli».
Un pensiero che si fa attualissimo davanti ai conflitti globali. «Non possiamo ignorare – ha osservato il vescovo – le tragedie della guerra in Ucraina, o la spirale di violenza in Israele e a Gaza. Talvolta si parla di pace mentre si preparano nuove bombe. È una contraddizione lacerante. La vera pace non si annuncia soltanto: si costruisce, si fatica per essa. È una responsabilità che i cristiani non possono delegare».
Sul Ministero della Pace
In quest’ottica, ha ricordato il vescovo, nasce anche il desiderio, già espresso da molte realtà ecclesiali e associative, anche sul nostro territorio, di un Ministero della Pace. «Si tratta di temi che già avevo sollecitato in passato, per esempio nel libro Se vuoi la pace prepara istituzioni di pace (Coop. sociale Frate Jacopa, 2020). Ma attenzione – ha avvertito – non è una proposta contro il Ministero della Difesa. Nessun Papa ha mai negato il diritto alla legittima difesa, quando è giusta e proporzionata. Ma è tempo di mettere in campo energie nuove per promuovere la pace come valore positivo, non come semplice assenza di guerra».
Nei giorni scorsi, ricorda il vescovo, il professor Stefano Zamagni, su Avvenire, ha indicato i tre compiti di questo Ministero. Il primo sarebbe «portare al centro dell’indirizzo politico-governativo e del dibattito parlamentare la questione della pace in modo non episodico» come oggi avviene, ma in modo organico e permanente. Inoltre, un Ministero della Pace, pur senza portafoglio, potrebbe coordinare le deleghe e i progetti oggi frazionati tra tanti ministeri in aree quali la cooperazione internazionale, il dialogo multilaterale, la promozione dei diritti umani. Un secondo compito è poi quello di diffondere ad ampie mani la cultura della pace e di preparare progetti specifici di educazione alla pace. «Per quale ragione in Italia – si chiede Zamagni – si continua a insegnare e far studiare ai frequentanti di vari ordini di scuola testi che parlano in prevalenza di guerre e pochissimo di pace?». Un ulteriore compito di straordinaria rilevanza è quello di fungere da supporto alla mediazione di pace e alla “diplomazia ibrida”, cioè all’azione sinergica tra istituzioni pubbliche e organizzazioni della società civile.
La Pace incarnata nel quotidiano
Tra i germogli di speranza per la promozione della pace, il vescovo Mario ha evocato i monasteri di clausura: «Anche i conventi, con la loro “energia nucleare spirituale” – come diceva La Pira – sono istituzioni di pace. Sono parte di quella rete invisibile, ma potentissima, che sostiene il mondo».
La pace, dunque, non come vago desiderio, ma come costruzione quotidiana: «Non basta invocarla nelle piazze – ha concluso il vescovo – bisogna strutturarla nella scuola, nella politica, nelle relazioni internazionali, nella vita civile. I giovani non possono restarne fuori. Non possiamo permettere che il futuro sia modellato solo da chi alza la voce, ma da chi educa il cuore». L’incontro con papa Leone XIV ha segnato una nuova tappa nel cammino della Chiesa italiana. Per la nostra diocesi è anche una chiamata rinnovata a essere comunità viva, consapevole e operosa. In una parola: costruttrice di pace.














