Voglio raccontarvi di una mia esperienza di volontariato in Etiopia avvenuta nel gennaio scorso. Un viaggio di un paio di settimane che mi ha segnato profondamente perché ha scosso le mie certezze e mi ha fatto guardare il mondo con occhi nuovi. Ogni giorno mi sono trovata immersa in una realtà così diversa dalla nostra. Ho trascritto i miei pensieri e le mie emozioni, cercando di dare un senso a ciò che vedevo e vivevo. Fin dal primo impatto con la capitale dove sono atterrata, Addis Abeba, sono stata travolta dalle contraddizioni perché, anche se mascherata da alti palazzoni, la povertà è onnipresente.

L’asilo di Hembecho, la scuola di Quarso, l’orfanatrofio

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E’ stato l’asilo di Hembecho il primo posto in cui ho incontrato bambini che mi hanno rubato il cuore con i loro sorrisi e la voglia di giocare. Anche se la comunicazione era difficile, il contatto umano è stato immediato e intenso. Un’altra tappa importante dei primi giorni in Etiopia è stata la scuola di Quarso, vicina alla città di Shashamannee, a sud della capitale. Struttura costruita grazie a donazioni provenienti da Faenza, un luogo dove i bambini hanno finalmente all’istruzione e alla speranza di un futuro migliore. Ho partecipato alle lezioni ammirando la bellezza di imparare e la ricchezza che sta dietro la conoscenza. L’esperienza più toccante, però, è stata la giornata dedicata alla malnutrizione. Ho visto bambini denutriti, con corpi fragili e sguardi spenti, e ho aiutato i volontari a lavarli e a nutrirli. Quel giorno ho incontrato storie di malattia e sofferenza, in cui una cura che per noi è scontata, là potrebbe cambiare la vita. Ho visto bambini diventati ciechi per la mancanza di collirio, e una bambina che sta perdendo la vita a causa del diabete. La poca igiene in cui vivono tutti, alimenta malattie, infezioni e bruciature. Queste immagini mi hanno sconvolto, ma mi hanno anche dato la forza di voler fare qualcosa di concreto per aiutare quelle persone. Purtroppo non bastano queste righe, e non basterebbe neppure una pagina a descrivere tutte le emozioni e tutte le arricchenti esperienze che ho fatto in così poco tempo. Oltre ai luoghi citati, ho visitato anche una scuola per non vedenti. Mi si è sciolto il cuore in un orfanotrofio. E ho visto con i miei occhi l’interno di una “casa” nello stand della capitale.

Fare la differenza

Verso la fine del viaggio ho provato un senso di stanchezza, di frustrazione e un grande senso di impotenza, ma anche la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza unica e irripetibile. Tornare a casa è stato difficile, ma ho portato con me la speranza di poter fare la differenza, di poter contribuire a rendere il mondo un posto più giusto e umano. Spero che questa mia esperienza possa ispirare altri a fare un gesto di solidarietà, piccolo o grande che sia. Colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone di Faenza che ci hanno lasciato donazioni e vestiti da portare giù; padre Bernardo (francescano), tutti gli Abba, suor Luciana e tutte le sisters che non ci hanno fatto mai mancare niente nella nostra permanenza giù e fanno un lavoro grandissimo di aiuto e supporto. Grazie a mio babbo Alessandro con cui ho condiviso l’esperienza e l’associazione Gruppo Africa di Bellaria, con la quale siamo partiti. E a Rolando, che la gestisce e mi è stato di grandissimo conforto.


Elena Borchi