Silvia Trushi è una delle maturande del liceo classico. Non ha paura dell’esame di Stato. «Il contributo che si dà in cinque anni non si riduce a tre giorni di studio e agitazione». La sua unica preoccupazione è la seconda prova scritta. «Quest’anno è uscito latino. Sono contenta che non sia toccato al greco, ma la versione un po’ mi spaventa». Silvia affronta l’esame con serenità, forte di un percorso scolastico che l’ha aiutata a cambiare prospettiva. «Negli primi anni vivevo male: l’ansia e il bisogno di eccellere mi hanno portata a sacrificare tutto. Studiavo fino alle 4 di notte, arrivavo a scuola già stanca», racconta, descrivendo uno stress diventato pesante. Crescendo ha capito che «non aveva senso farsi sopraffare. Ho imparato a prendere le cose con più leggerezza. Abbassando l’asticella ho iniziato a stare meglio, anche a scuola. In quinta ho vissuto tutto con più tranquillità, chiudendo con una media dell’8».

“Attenzione a stress e aspettative troppo alte: la competizione è dannosa”

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Silvia è anche rappresentante di istituto. «Al classico siamo abituati all’eccellenza – afferma – ma questa idea diffusa che “si deve mantenere un livello alto” genera stress, a volte anche competizione dannosa. Capita che si creino dinamiche brutte, che rovinano l’ambiente di classe». Il punto di svolta è stato un cambio di mentalità. «Senza aspettative troppo alte, si vive meglio e i risultati arrivano lo stesso. Ho avuto professori che hanno saputo valorizzare lo spirito critico. Magari non ricordavo tutto, ma sapevo argomentare. E questo è stato apprezzato più della conoscenza mnemonica. Alla fine, il voto non dice chi sei. Conta il percorso che fai e la consapevolezza che maturi. Ho imparato a conoscermi, e a capire che la vita è fatta anche di altro: relazioni, valori, crescita interiore. Questo, per me, è il vero traguardo della maturità». Di origini albanesi, Silvia è nata e cresciuta in Italia. «Per quanto io non mi sia mai sentita davvero “diversa” e anzi sia molto orgogliosa delle mie origini, devo ammettere che a volte ho provato anche un certo imbarazzo, forse per il modo in cui alcune cose venivano percepite o vissute intorno a me. Crescendo, però, grazie ai miei genitori, ho imparato non solo cosa significa essere italiana, ma anche a riconoscere e ad apprezzare profondamente questa parte di me che viene da altrove. Questa doppia appartenenza, che all’inizio poteva sembrare una distanza, è diventata con il tempo una ricchezza: un modo per vedere il mondo con più sfumature, per sentirmi parte di più realtà e per portare dentro di me una forma di identità più ampia e consapevole». Per il futuro ha le idee chiare. «Mi sono immatricolata a Relazioni internazionali e diplomatiche al Campus di Forlì. Amo la storia e la geopolitica. Vorrei lavorare in ambasciata o nel mondo della politica, magari proprio per rafforzare i legami con l’Albania». Intanto è educatrice in un centro estivo e poi l’attendono il viaggio a Barcellona con i compagni ad agosto in Albania.

Barbara Fichera