Ragazzi che si preparano a voltare pagina. Marta Xhebexhiu, del liceo Scienze Umane, ha trovato nel suo percorso un obiettivo: diventare medico.

Marta, sei contenta dei cinque anni?

Sì, molto. Voglio diventare medico, ma credo che la parte umanistica ci debba essere. E dire che all’inizio ho scelto la scuola pescando i bigliettini!

Davvero?

Sì, non avevo un’idea precisa e così ho estratto a sorte. Sono finita in una classe tutta al femminile: inizialmente avevo un po’ di timore, ma sono stata fortunata, c’era la mia migliore amica e abbiamo formato un gruppo bellissimo. È una classe che porterò nel cuore.

Rifaresti il Liceo?

Assolutamente.

Arrivi alla maturità tranquilla?

Sì, senza angoscia. È la conclusione di un capitolo: sono felice di affrontarlo, di poter dimostrare quello che ho imparato.

Avete vissuto Covid e alluvione durante gli anni del Liceo. Come li hai affrontati?

Il Covid è stato molto difficile, soprattutto perché mia mamma è infermiera: per due anni non l’ho quasi mai vista, era sempre in ospedale. Avevo appena finito le medie con l’esame in Dad. Non poter conoscere compagni e professori, è stato complicato. Per fortuna avevo la mia migliore amica, che abitava davanti a casa mia. Nei momenti in cui si poteva, uscivamo a camminare. Sono stata fortunata: nessun caso grave in famiglia.

E poi l’alluvione. Tu sei di Castel Bolognese, una delle zone colpite.

Sì, ero in terza. La mia casa è stata l’unica della via a non essere investita, forse perché è in leggera salita. Ma tanti compagni hanno avuto problemi: case, garage, persino studi professionali sommersi. È stato un momento di grande solidarietà: mio papà ha aiutato a svuotare i garage, mia mamma cucinava per i volontari. Io ho dato una mano ogni giorno: dalle suore, nella scuola elementare, anche a Faenza con il liceo.

E il tuo Capolavoro?

L’ho fatto sul Pcto, legato al Viaggio della Memoria che abbiamo fatto. Le quinte di Scienze umane avevano vinto un bando regionale e siamo partiti da Faenza per Linz, Vienna, Trieste. Abbiamo poi realizzato una mostra aperta al pubblico.


Da grande farai davvero il medico?

Sì, si spera! Ma prima c’è il test, che è cambiato. Nei primi tre mesi si fa lezione normale, poi si fanno tre esami tutti di fila da 45 minuti, a crocette. Il punteggio minimo è 18, ma per entrare a Bologna serve molto di più.

E l’estate? Solo studio?

Andrò a fine agosto in Albania, con le mie migliori amiche.

Hai un cognome straniero, ma sei nata in Italia: hai avuto difficoltà per questo?

I miei sono albanesi e non è stato semplice. Alle medie venivo presa di mira per il cognome. Alle superiori no, o almeno nessuno me l’ha mai detto. Però è vero che quando sei figlia di immigrati, spesso non ti senti né carne né pesce. Non mi sono mai posta il problema finché gli altri non me l’hanno fatto notare. La mia famiglia ha sempre lavorato onestamente, mi ha dato tutto.

Quindi c’è ancora qualcosa da fare?

Sì. Spesso i pregiudizi nascono da paure inconsce, o da quello che i genitori trasmettono. Il diverso fa paura.

Barbara Fichera